Dopo il Gambero Rosso (21 ottobre) e la Michelin (5 novembre), l’uscita della Guida dei Ristoranti dell’Espresso (25 novembre) completa il tradizionale “trittico” delle maggiori pubblicazioni di settore chiamate a valutare i ristoranti da un capo all’altro della penisola. Se da un lato questo comparto rischia talvolta di essere “appiattito” su valutazioni troppo omogenee – davvero, occorre un’altra conferma per legittimare la presenza dei vari Bottura, Cracco, Cannavacciuolo ecc… nell’olimpo della ristorazione nazionale? – il bello è scoprire che passando da una guida all’altra esiste ancora un discreto margine per tenere desta l’attenzione da parte degli interessati e degli addetti ai lavori. Se così non fosse, il rischio più grande sarebbe quello di vivere la situazione in cui da anni si trova impantanata la Dormula (pardon, Formula) Uno: gare intere senza un sorpasso, un brivido, campionati stra-dominati da un pilota e tanti sbadigli.

Invece ogni tanto il gran varietà della critica gastronomica riserva qualche sorpresa: è il caso dei giudizi espressi dall’ultima edizione della Guida dei Ristoranti dell’Espresso, al secondo anno sotto la gestione di Andrea Grignaffini, nei confronti dei locali della Toscana. Naturalmente sono presenti i mostri sacri – dall’Enoteca Pinchiorri a Firenze a Caino a Montemerano (Gr) fino ad Arnolfo a Colle Val d’Elsa (Si) – ma una breve scorsa alla guida mostra la disomogeneità rispetto, per dirne una, alla Guida Michelin.

Prendiamo i quattro cappelli: oltre alla tristellata Enoteca Pinchiorri, sono stati assegnati al Lux Lucis di Forte dei Marmi (1 stella) e a Podere Belvedere di Pontassieve (Fi), che di stelle non ne ha alcuna. Allo stesso modo i tre cappelli dell’Espresso hanno premiato locali di indubbio valore – Il Palagio del Four Seasons Hotel, Saporium (sia a Firenze che a Chiusdino), Poggio Rosso, Atto di Vito Mollica, Romano, Bracali, Arnolfo, Gucci Osteria, Il Piccolo Principe, Moi Omasake e Caino – ma giudicati in maniera abbastanza eterogenea dalla Michelin, da zero a due stelle per la “rossa”.
Nella categoria dei due cappelli della Guida dell’Espresso 2025 rientrano invece locali che di stelle Michelin ne hanno – da quest’anno, almeno – due: è il caso di Campo del Drago all’interno del Rosewood Castiglion del Bosco e del Santa Elisabetta di Firenze. Stessa valutazione per locali che di stelle non ne contano, come nel caso del pregevole Maggese a San Miniato o di Osteria Ancestrale a Bolgheri.
Scorrendo ancora in rassegna i cappelli dati in Toscana dalla Guida dell’Espresso 2025 si nota un’altra disomogeneità: il singolo cappello va a locali che la Michelin premia con una stella – non si dimentichi la differenza tra una valutazione da 1 a 5 e una da 1 a 3 – come la Locanda de’ Banchieri, Magnolia, Octavin o Serrae Villa Fiesole, insieme ad altri che invece non sono ancora entrati nel radar della Michelin, come il Segno by Empireo. Ma tutto ciò, giova ripeterlo, è segno di una positiva difformità di pareri e analisi, o in altre parole di una diversità di visioni che non può che far bene all’intero sistema.

