Viviamo tempi complessi, non c’è dubbio. A dividerci in fazioni non sono soltanto il tifo calcistico e la politica, ma nell’epoca dei social praticamente tutti gli aspetti della quotidianità. Inclusa la ristorazione, e in senso lato il cibo tout court. Pensiamo alla dicotomia tra tradizione e innovazione (argh…), tra il biodinamico spinto e l’agricoltura intensiva, tra una cucina ipercreativa e il recupero ossessivo delle tradizioni fermentative. E ancora, ci si divide tra i seguaci del vino naturale e di quello convenzionale, per non parlare dei vegani a tutti i costi che mangiano quinoa prodotta disboscando foreste opposti a carnivori che si nutrono solo di chianina.

Insomma, anche a tavola le fazioni si scontrano e la verità si allontana sempre di più. È partendo da questo presupposto – perché anche il partigiano più etico proverà a tutti i costi a persuaderci della bontà delle sue tesi e si opporrà strenuamente a quelle propugnate dall’opposta “curva” gastronomica, climatica o enologica – che la giornalista Anna Prandoni ha tentato di trovare una sintesi, un compromesso, un punto d’incontro.

Con questo saggio sull’enogastronomia, la direttrice di Gastronomika (la piattaforma de Linkiesta dedicata al food) Anna Prandoni cerca di riportare i grandi temi del dibattito alla responsabilità civile del buon senso. Così come il generale Vannacci ha raccontato il suo punto di vista nel controverso “Mondo al contrario”, così la giornalista enogastronomica descrive la complessità dei nostri tempi in un libro: “Il Senso Buono” (ed. Linkiesta Books, 160 pagine, 14.25 euro).

“Il libro mi era stato chiesto dal direttore de Linkiesta, Christian Rocca – spiega l’autrice, che definisce “democristiano” il volume – e ha avuto oltre un anno e mezzo di gestazione. L’idea di base è trovare una sintesi tra le fazioni opposte: abbiamo diviso il volume in nove capitoli, corrispondenti a un tema che polarizza le opinioni, e per ognuno di essi abbiamo spiegate le ragioni dell’una e dell’altra parte cercando di capire se ha senso trovare una sintesi. Non solo nel food, il mondo è diviso tra estremi e ricorre spesso alla semplificazione. Ma mai come nell’era dei messaggi facili, servono approfondimento e letture più accurate”.

Come conciliare però il punto di vista personale con la neutralità e oggettività richieste a chi è chiamato a valutare e giudicare? “Dal libro emerge chiaramente il mio pensiero, soggettivo. Ma la mia è una posizione maturata in un lungo periodo di tempo, con tanti dati e ricerche, frutto di una frequentazione ventennale del settore. Il fondo – conclude Anna Prandoni – è il nostro lavoro, vedere i fatti da tutti i punti di vista possibili tenendo la telecamera fuori dal campo”.

