Ci sono persone che nel degustare un vino ricercano un profumo, una nota, un equilibrio. Poi ce ne sono alcune che dentro a quel calice trovano una “storia” da raccontare, e altre ancora che quella storia – insieme ad altre mille – la incarnano e la vivono. Ecco, Giorgio Dracopulos appartiene a quest’ultima categoria, insieme a una ristretta cerchia di amici e colleghi dai capelli bianchi (sale e pepe, nella migliore delle ipotesi) ognuno con un cassetto talmente pieno di ricordi e aneddoti che nessun vino potrà mai relegare quelle “storie” al ruolo di contorno per una bevuta.

Già, chi negli anni ha avuto la fortuna di sedersi al tavolo con personaggi come Gianni Mercatali o Stefano Tesi, ascoltando in silenzio aneddoti sull’epopea d’oro della Versilia o sulle mete lontane di un giornalismo di viaggio che ormai non c’è più, magari potrà capire a cosa mi riferisco. Perché in un’epoca di scroll facile e di sottotitoli passeggeri, nulla vale quanto il racconto vivo: a distanza di anni, ad esempio, ricordo come se fosse ieri il modo in cui un noto stilista fiorentino rammentava intorno a un tavolo ‘ristretto’ il suo incontro con Nelson Mandela e con Papa Giovanni Paolo II, e quasi dispiace che certe storie poi diventino di pubblico dominio, quasi come se l’esclusività di quelle parole andasse persa ogni volta che la storia viene ripetuta. Ma tant’è.

Ecco perché mi piace celebrare l’amico Giorgio Dracopulos come narratore, prima ancora che come critico gastronomico. Narratore del gusto? Sì, certo, ma prima ancora di se stesso e della sua vita. E mi piace farlo adesso, ‘che troppo spesso certi riconoscimenti arrivano quando è ormai tardi. Invece è il momento di dirlo adesso: in un settore pieno di veleni, invidie e primedonne, non ho mai incontrato qualcuno che parlasse di Giorgio in termini men che lusinghieri. Sarà forse per quella mise che lo rende unico – sempre in camicia, con cravatta a fantasia multicolore e nodo largo in ogni stagione – o per quella sua capacità di parlare schiettamente con chiunque, sarà per la gentilezza innata o la determinazione proterva a non cedere alle lusinghe degli smartphone e di troppa modernità. O ancora per il suo essere al tempo stesso così incredibilmente local e global: il nome tradisce le origini greche del padre, la parlata ne rivela il suo vissuto tra Livorno e Pisa.

Oggi tanti lo conoscono per aver letto i suoi articoli di divulgazione enogastronomica – dal Corriere del Vino a Oinos, fino alla Tavolozza del Gusto, la sua creatura – con una certa attitudine a prendere alla larga il racconto di ristoranti e territori, partendo dal generale per arrivare al dettaglio. In effetti, Giorgio Dracopulos continua a dedicare il suo percorso alla valorizzazione delle eccellenze della tavola italiana e internazionale, raccontando con curiosità e sensibilità il mondo del vino, della ristorazione e delle produzioni di qualità. La sua scrittura nasce dall’incontro tra conoscenza e passione: non una semplice cronaca di degustazioni, ma un modo per avvicinare il lettore alle persone che rendono vivo il patrimonio gastronomico.

Ciò che non tutti sanno, invece, è che quella di Giorgio Dracopulos – classe ’52 – è una vita piuttosto fuori dal comune. Magari non un Forrest Gump de noartri, ma di certo uno con qualche bella storia da tirare fuori dal cilindro al momento giusto. Nato a Pisa dove è anche cresciuto (tranne una parentesi in Grecia, tra Salonicco e Atene, da bambino), da molti anni si è stabilito vicino al mare in provincia di Livorno. Ha iniziato a vivere quelle avventure che poi metterà su carta nel 1973, quando decise di partire alla volta del Nepal con una nuova fiammante Toyota Land Cruiser FJ 40 e una roulotte. Il viaggio si fermò un po’ prima, in Afghanistan, ma non senza inanellare tappe in Jugoslavia, Bulgaria, Grecia, Turchia e Iran, ognuna delle quali merita di essere raccontata dalla sua viva voce. Così come le storie degli anni della contestazione giovanile, o quelle relative alla mamma attrice, bellissima.

Ha cominciato a scrivere quando aveva 21 anni, Giorgio Dracopulos, e non ha mai smesso. Ma se tutti possono leggerlo sulle testate già citate e su diversi social non a tutti è invece concesso di condividere con lui desco e racconti. In questo, mi sento privilegiato.
Grazie, amico mio.

