venerdì 9 Ottobre 2026
HomeRistorantiTorino: da Opera...

Torino: da Opera debutta ‘Asteraceae’, menù estivo basato sulle insalate

Iceberg, lattuga, radicchio, indivia belga e sucrine conquistano il centro della scena in un percorso di degustazione ideato dallo chef Stefano Sforza, che dona alle insalate un’inaspettata valenza gastronomica

di Paola Aurucci

Bistrattata e relegata al più banale dei contorni, l’insalata trova finalmente il suo riscatto. A restituirle dignità gastronomica è Stefano Sforza, executive chef di Opera, uno degli indirizzi di riferimento del fine dining torinese, con il nuovo menù estivo “Asteraceae”. Un percorso di degustazione vegetale che porta sotto le luci della ribalta iceberg, lattuga, radicchio, indivia belga e sucrine, esplorandone consistenze, abbinamenti e potenzialità gastronomiche.

Sei portate, dall’entrée al dessert, costruite intorno a materie prime familiari che, in linea con la cifra espressiva del ristorante, vengono sottoposte a lavorazioni complesse senza perdere la propria riconoscibilità.

Iceberg, crema acida di arachidi, lampone, basilico

Il nome dell’antipasto è “Iceberg, crema acida di arachidi, lampone, basilico”. L’insalata compatta e croccante viene sfogliata e poi ricomposta, avvolta nella pellicola, legata con lo spago e cotta a vapore con estratto di basilico, prima di essere rosolata in padella alla stregua di un arrosto. Servita a medaglione, è accompagnata da una crema acida di arachidi salate, lamponi e un mix di basilici. Il risultato conserva una componente croccante, alla quale rispondono la densità sapida dell’arachide e l’acidità del frutto.

Lattughe, seirass, mela, Seedlip

A seguire, arriva “Lattughe, seirass, mela, Seedlip” a base di tre varietà di lattuga (verde, rossa e variegata) lavorate sia a crudo, sia mediante la spennellatura di alcune foglie con olio e successiva asciugatura in forno. Sul fondo del piatto una fonduta di Seirass (formaggio piemontese simile alla ricotta), su cui si innestano un gel e cubetti di mela aromatizzati con il Seedlip, un distillato di erbe analcolico. Due portate diverse, accomunate dalla capacità di rendere leggibile ogni ingrediente anche negli accostamenti meno prevedibili.

Indivia belga, paprika dolce, anguria, cappero

Completa la sequenza degli antipasti “Indivia belga, paprika dolce, anguria, cappero”, piatto costruito sul contrasto tra l’amarezza dell’insalata, la dolcezza fresca del frutto e la sapidità del cappero. La paprika dolce aggiunge una nota calda e leggermente affumicata, dando profondità all’insieme.

Raviolo di radicchio, mosto d’uva, chinotto, noce brasiliana

Il “Raviolo di radicchio, mosto d’uva, chinotto, noce brasiliana”, servito come primo, è una pasta fresca ripiena di besciamella e radicchio saltato in padella con mosto d’uva e chinotto. Il raviolo è condito con burro di cacao e completato dall’insalata tagliata a julienne, mostarda di Chinotto di Savona e acqua di noce brasiliana. Degno di nota, anche il “Migliaccio di fusillo lungo, lattughino di mare, fragola, pomodoro”, nel quale la pasta incontra la delicatezza del lattughino di mare e la freschezza di fragola e pomodoro. Un accostamento inconsueto che intreccia note dolci e acidule senza perdere equilibrio.

Sucrine, namelaka di camomilla, pesca, sfoglia vegana

Il dessert, chiamato “Sucrine, namelaka di camomilla, pesca, sfoglia vegana”, è anch’esso a base di asteraceae. Il piatto è composto da una lattuga di piccole dimensioni dal sapore dolce e zuccherino (la sucrine) servita cruda e condita con succo di limone, e una namelaka (crema giapponese) di camomilla montata. Completano il dessert tre varietà di pesca (bianca, gialla e tabacchiera) tagliate a brunoise, una sfoglia vegana cotta al forno, e una cialda di meringa di acquafaba e nocciole.

Migliaccio di fusillo lungo, lattughino di mare, fragola, pomodoro

Il menù di chef Sforza racconta una cucina vegetale adulta e autonoma, capace di alternare immediatezza e complessità senza trasformarsi in una dimostrazione tecnica. Una ricerca che trova la propria cornice naturale negli spazi ottocenteschi dell’antica foresteria del vicino Santuario, dove i mattoni a vista, le volte a botte e la cucina aperta sulla sala richiamano l’allure dei loft newyorkesi, mentre i tavoli candidamente tovagliati, le tonalità verde oliva e cacao e i complementi scelti con misura conservano l’eleganza e il rigore sabaudi. Al piano inferiore, una porzione di pavimento in vetro lascia affiorare le preesistenze dell’edificio, stabilendo un ulteriore dialogo tra memoria e contemporaneità.

Il percorso può essere accompagnato da quattro calici di vino, ma merita altrettanta attenzione la proposta analcolica curata dal maître Francesco Baiano, che rilegge in versione no-alcol grandi classici come Negroni, Americano e Paloma.

Segui Il Forchettiere su Google
Aggiungi Il Forchettiere alle tue fonti preferite per trovare più facilmente i nostri articoli nelle Notizie principali di Google.

Rimani aggiornato: iscriviti!

ARTICOLI SIMILI

Rifiutare un pezzo di carne può significare cose molto diverse: può essere una prescrizione religiosa, una forma di disciplina del corpo, una scelta dettata...

DELLO STESSO AUTORE

Continua a leggere

Da Pitagora a Gandhi. La lunga storia dell’idea vegetariana secondo Massimo Montanari

Rifiutare un pezzo di carne può significare cose molto diverse: può essere una prescrizione religiosa, una forma di disciplina del corpo, una scelta dettata dalla salute, una posizione morale nei confronti degli animali o perfino un gesto politico. È...

Cambiare senza tradire: a Casa Mazzucchelli la tradizione non sta mai ferma

Nel ristorante stellato Casa Mazzucchelli a Sasso Marconi (Bologna) il grano resta ma non è più un vincolo: Aurora e Massimo Mazzucchelli aprono una nuova stagione al vegetale, senza rinunciare ai piatti-manifesto che hanno costruito la storia del ristorante. Così ananas, tortelli, maccheroni e “La Colazione” raccontano un’idea di cucina in continua evoluzione

Gellivs, a tavola dentro 2.000 anni di storia: la cucina di Alessandro Breda

In Italia si può mangiare bene in tanti posti. Ma soltanto da Gellivs a Oderzo (Treviso) capita di cenare letteralmente sopra duemila anni di storia, alla corte dello chef Alessandro Breda. Ecco la storia dell'unico ristorante stellato al mondo che sorge all'interno di un sito archeologico