C’è qualcosa di profondamente simbolico nella vittoria degli chef Shady Hasbun e Tze’ela Rubinstein al Campionato Mondiale di Cous Cous che come ogni anno si tiene a San Vito Lo Capo, in Sicilia. Aretino di origini palestinesi il primo, israeliana invece la seconda – gestisce a Lucca il ristorante Cooking in Toscana – dal loro lavoro congiunto è arrivato un riconoscimento il cui significato trascende il mondo della cucina. Se non ci fosse davvero ben poco di cui scherzare sulla situazione internazionale, si potrebbe addirittura chiosare che i due hanno abbattuto prima i campanilismi toscani e poi le rivalità geopolitiche.

In un momento storico in cui le immagini che arrivano dal Medio Oriente raccontano divisioni, dolore e conflitti, stavolta la cucina ha scelto una lingua diversa. Quella del cous cous, forse il piatto mediterraneo per eccellenza, nato dall’incontro di culture, viaggi, contaminazioni e tradizioni che attraversano confini e religioni. Non a caso il Cous Cous Fest di San Vito Lo Capo è nato proprio con l’obiettivo di promuovere dialogo e integrazione attraverso il cibo, e ogni anno mette a confronto Algeria, Brasile, Francia, Italia, Marocco, Senegal e Spagna.

Shady Hasbun, chef di origine palestinese che vive e lavora ad Arezzo, ha conquistato il titolo italiano grazie a un piatto (un’insalata di cous cous al cocomero e polpetta fritta di cous cous ripiena di carne speziata) realizzato insieme a Tze’ela Rubinstein – il nome della squadra era “chiamata Cous Cous Fest United” – che ha convinto la giuria del campionato del mondo di cous cous. Ma il risultato sportivo, per una volta, sembra quasi passare in secondo piano rispetto alla fotografia finale: lui e la chef israeliana insieme, protagonisti della stessa manifestazione. Perché il cous cous, in fondo, è da sempre una storia di convivenza. È il piatto che in Sicilia parla arabo e italiano nello stesso boccone, che unisce le coste del Maghreb alle tavole europee, che negli anni ha visto sfidarsi a San Vito Lo Capo delegazioni provenienti da Israele e Palestina sotto la stessa insegna gastronomica.

“Il nostro piatto – spiegano gli chef – nasce per dimostrare che le nostre identità sanno stare bene da sole ma insieme raggiungono un equilibrio ancora più profondo. Prima di essere una ricetta, questo piatto è un incontro: freschezza e calore, vegetale e speziato, Toscana e Medioriente. Due cous cous unici, capaci di brillare da soli, ma che nello stesso piatto trovano una perfetta armonia. Perché conoscere e accogliere il gusto dell’altro è il primo passo per scoprirsi vicini”.

La vittoria di Shady e Tze’ela non cancella certo i conflitti del mondo. Sarebbe ingenuo pensarlo. Però ricorda una cosa semplice: attorno a una pentola, a volte, si riesce ancora a fare quello che altrove sembra impossibile. Confrontarsi, ascoltarsi e persino applaudire il talento dell’altro. E così, dalla Toscana alla Sicilia, il viaggio di Shady e Tze’ela diventa qualcosa di più di una bella notizia gastronomica. Diventa il promemoria che la cucina, quando è autentica, non costruisce muri. Al massimo, prepara la tavola e aggiunge un posto in più.

