Quinto appuntamento con la rubrica dedicata al racconto di una serie di “expat” fiorentine che da anni vivono e lavorano nel capoluogo toscano, nei settori del food e dell’ospitalità. A ognuna di esse – provenienti dai Paesi più diversi – abbiamo posto sei domande sul loro rapporto con la cucina locale: un modo per scoprire non solo alcune delle persone chiamate a raccontare Firenze a platee internazionali, ma anche un punto di vista nuovo sui rapporti tra culture diverse, sapori e appartenenze, nella città che da sempre fa dell’incontro una delle sue vocazioni e attraverso gli occhi di chi ha scelto Firenze come casa.
Denya Pandolfi, travel designer e accompagnatrice turistica, brasiliana originaria dello stato dell’Espírito Santo, vive a Firenze da più di 20 anni. Ha conosciuto il marito fiorentino Marco in Brasile e insieme hanno deciso di trasferirsi qui da quando si sono sposati, nel 2005. Hanno due figli, Bruno e Lorenzo. Denya è l’autrice del blog di viaggi e lifestyle Grazie a te, dove condivide suggerimenti, itinerari ed esperienze sulla Toscana e sull’Italia. Laureata in giornalismo, proviene da una famiglia con una lunga tradizione nel settore turistico: offre consulenze per tour privati in Toscana e racconta la vita in Italia. Unisce storytelling e competenza per creare esperienze di viaggio autentiche, pensate per chi cerca un’Italia profonda, lontana dai cliché.

C’è stato un momento, a tavola, in cui hai capito qualcosa di Firenze o dei fiorentini che prima ti sfuggiva?
Una caratteristica che ho osservato e che mi ha stupita è la semplicità degli ingredienti dei piatti, fatti con prodotti stagionali e di qualità. La cucina è essenziale, mai banale: è la semplicità abbinata al buon gusto – e non solo a tavola. È una cucina che non pretende stupirti con effetti speciali: se il prodotto è eccellente, genuino, si difende da solo.
Quale abitudine gastronomica fiorentina o italiana hai finito per adottare senza quasi accorgertene?
Un’abitudine che ho adottato è la scarpetta! È un gesto casalingo e ben accettato a Firenze. Ovviamente dipende da dove sei e con chi sei.
Quale piatto ti ha costretto a rivedere un pregiudizio, una aspettativa o un’idea che avevi sulla cucina italiana?
Non ho mai avuto pregiudizi sulla cucina italiana e in maniera generale la conosco molto bene. Un fatto curioso è che tanti brasiliani associano la cucina italiana alla polenta e questo succede per motivi storici che legano Italia e Brasile. La maggior parte degli italiani che immigrarono in Brasile (tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento) provenivano dal Nord dove la polenta era il cibo base. Poi quando i brasiliani visitano l’Italia capiscono che non si mangia così tanta polenta, specialmente al Sud.
Hai mai provato a far conoscere la cucina del tuo Paese a degli italiani? Come hanno reagito nel confrontarla con la tradizione culinaria toscana?
Sì, la moqueca capixaba, un piatto della mia regione, Espírito Santo, che gli italiani chiamano “zuppa di pesce” . È uno stufato di pesce, cotto lentamente in una pentola di terracotta. La moqueca è storicamente un piatto povero e popolare nato dai pescatori.
Il piatto è un successo tra gli italiani!
Secondo te, cosa rende speciale il rapporto che i fiorentini hanno con il cibo rispetto a quello che esiste nella tua cultura d’origine?
Secondo me i fiorentini hanno il cibo come identità, hanno un legame stretto, basato sulla tradizione. Percepisco una certa resistenza alla globalizzazione, cosa che trovo memorabile.
In Brasile è molto diverso, perché la nostra cucina è il risultato di una fusione di sapori e spezie provenienti da paesi e culture diverse.
Se dovessi portare una persona appena arrivata a Firenze a mangiare qualcosa per farle capire davvero la città, cosa sceglieresti e perché?
Proporrei la ribollita d’inverno e la pappa al pomodoro d’estate, due piatti della cucina povera pieni di sapori. E senza’altro la bistecca alla fiorentina, a chi piace la carne, oppure il peposo dell’Impruneta, che ha la sua fama legata alla costruzione della cupola del Brunelleschi.