Per guardare oltre ciò che l’occhio può vedere servono da un lato doti e strumenti adeguati, che non si trovano certo in un negozio di fotografia, e dall’altro abilità che non si acquisiscono sui libri e nemmeno con la sola esperienza. È necessaria una predisposizione all’empatia e una naturale curiosità, uniti a quello spirito tutto toscano che consente di affrontare ogni situazione con la giusta dose di leggerezza e un pizzico di cinismo. Sono questi, parte di un elenco tutt’altro che esaustivo, i tasselli che messi insieme definiscono la figura di Luca Managlia, fotografo di food e oggi considerato tra i maggiori ritrattisti nella nicchia più trendy degli ultimi anni.

A lui il Comune di Sarteano (Siena) ha dedicato la mostra fotografica “I colori del cibo” alla quattrocentesca Rocca Manenti, dal 7 settembre al 9 novembre. Una personale che raccoglie le immagini più evocative scattate nel giro degli ultimi 25 anni. Istantanee di chef, naturalmente, ma anche di pasticceri, gelatieri, pizzaioli, bartender. Personaggi magari agli antipodi, di cui Managlia ha saputo mettere a nudo l’essenza attraverso dettagli, particolari, sinestesie, giochi di luce.

Ma se è vero che è ormai da quasi un quarto di secolo che Managlia si occupa in maniera specifica del mondo della gastronomia, ben prima che il settore diventasse mainstream, è nel capitolo precedente della sua vita che vanno ricercati i prodromi di una sensibilità oggi apprezzata dagli addetti ai lavori come dal pubblico. Dopo aver iniziato in un importante studio televisivo fiorentino, occupandosi di programmi e spot anche per le tv nazionali, Luca Managlia è passato alla Telemontecarlo di Vittorio Cecchi Gori e al Gambero Rosso tv, diventando il primo conduttore della rete aperta insieme a Stefano Bonilli. È in quell’ecosistema che hanno visto la luce per la prima volta tanti formati e rubriche che oggi sono comuni (in primis quelle che indagano i rapporti tra il cibo e mondi come la musica o il cinema). “Eravamo intorno alle fine del millennio, negli anni in cui iniziavano i problemi economici dell’editoria – racconta – e le foto servivano già come corredo ai miei pezzi giornalistici. Capii che dovevo usare le immagini per raccontare le storie e i protagonisti del mondo del food”.

“Con Bonilli abbiamo realizzato progetti in un habitat creativo – spiega – dove ci si muoveva senza paura di affrontare sfide. Stefano aveva una visione incredibilmente contemporanea di come avrebbe dovuto essere un canale tv, alimentato dal coinvolgimento di personaggi come Davide Scabin, Fulvio Pierangelini o Gianfranco Vissani. Quando iniziai non c’erano né trasmissioni legate al cibo né troppe riviste: era un mondo estremamente di nicchia. Iniziai quasi insieme a Eat Parade su Rai2: quello del food era un mondo sconosciuto per la tv, eravamo pionieri ma mi sento privilegiato ad aver conosciuto Bonilli o Carlin Petrini. Ci muovevamo tutti verso lo stesso desiderio, raccontare la storia del cibo italiano e i suoi protagonisti, non solo gli chef ma quelle nicchie poi diventate di tendenza. È stato un momento meraviglioso, cui sono felice di aver dato un piccolo contributo”.

Passata la soglia dei 50 anni, poi, a un tratto il passaggio dall’obiettivo della macchina da presa a quello delle macchine fotografiche. “Avevo capito che la mia attività televisiva era giunta alla conclusione – racconta Luca Managlia – e avevo bisogno di nuove sfide. Avendo lavorato tutta la vita nel campo dell’immagine, dietro le telecamere, mi è sembrato interessante ricercare qualcosa che fosse ancora legato a quell’universo. Perché la foto? Può essere una contraddizione: avevo bisogno di qualcosa che avesse il sapore di una sfida artigianale e artistica al tempo stesso. Rispetto al video, con la fotografia hai un rapporto diverso: sei tu e la storia, nessun filtro. Un po’ la stessa relazione che passa tra lo scrittore e la pagina bianca. Naturalmente, quando l’attività diventa professionistica hai figure e strumenti che ti supportano, ma all’inizio volevo qualcosa da fare in solitaria”.

Per Luca Managlia foto e video sono quindi due modi diversi di raccontare una storia. E le storie, lui, sa scovarle con il fiuto di un cacciatore. “Ancora oggi – conferma – nonostante l’invasione dei microvideo sui social, se una foto è iconica può bastare davvero uno sguardo per generare emozioni. Le foto passano alla storia, i servizi televisivi no. Cosa emoziona, in una foto? Beh, possono essere i colori, forse. Ma nei soggetti umani amo spesso il bianco e nero. Ciò che mi colpisce può essere uno sguardo, un’espressione, il contesto. Nelle mie foto, che in fondo hanno un solo argomento generale, a volte diventa estremamente più difficile trovare il dettaglio che rende importante una foto. Venendo chiamato spesso per reportage, un po’ invidio la possibilità che hanno molti colleghi di lavorare con condizioni di tempo illimitato e totale disponibilità di strumentazione. Spesso sono costretto a scattare in un tempo limitato, dovendo anche assaggiare e commentare”.

In un mare magnum di food photographer concentrati sulla materia prima, ciò che Managlia ricerca sta oltre i confini del piatto. “Dicono che io dia il meglio di me sui soggetti, nella ritrattistica. Vorrei spingere ancora di più questo aspetto arrivando a fotografare fuori dall’ambiente del cibo. Mi interesserebbe iniziare a fotografare le donne, non per l’estetica dell’altra metà del cielo, ma perché spesso – ma con le dovute eccezioni – vedo immagini di donne volgari, dozzinali”.

Allo stesso modo, se tanti fotografi si concentrano sulle figure sotto i riflettori, Luca Managlia cerca qualcosa di diverso: “Amo fotografare camerieri, lavapiatti, chi fa del lavoro manuale ma spesso non ha gli onori del palcoscenico. Soprattutto quando ci si occupa dell’alta cucina, che è un bellissimo giocattolo, non si riesce a far capire quanto lavoro ci sia dietro e chi ci sia dietro. È un limite del nostro settore, non dare il giusto spazio a chi la un lavoro magari umile ma necessario. Eppure la fatica, il lavoro dell’uomo, creano delle cose meravigliose”.

