Ogni classifica fa discutere. È la sua natura, in fondo, e proprio la varietà dei giudizi è il sale della democrazia applicata al settore. Ma esistono graduatorie che animano il dibattito per i nomi inseriti e altre che invece lasciano perplessi per il metodo. L’ultima graduatoria di TasteAtlas dedicata alle migliori gelaterie del mondo appartiene decisamente alla seconda categoria. Secondo il portale internazionale – che pure sforna ranking di pregevole fattura, in altri contesti – le dieci migliori gelaterie del pianeta sarebbero infatti concentrate in appena tre città italiane: Roma (5), Firenze (4) e Venezia (1). Una fotografia che, più che sorprendere, lascia qualche interrogativo.

Una premessa è d’obbligo: nessuno mette in discussione che il gelato artigianale sia un patrimonio italiano e che la distinzione tra “ice cream” e “gelato” sia una questione sacrosanta, più sostanziale che formale. Se da un verso sarebbe quasi sorprendente vedere New York o Tokyo dominare una classifica del genere, al contrario nessuno avrebbe da obiettare nel riscontrare in graduatoria alcuni nomi rappresentativi di altri Paesi, come avvenuto nel 2022 con il Financial Times. Pensiamo a ciò che accade nel comparto delle pizze, dove i nomi apicali delle classifiche più prestigiose non sono più soltanto campani né tantomeno made in Italy.

Il punto è un altro: per quanto il gelato italiano sia eccellente, possibile che nelle prime 50 gelaterie della classifica mondiale di TasteAtlas ben 49 siano italiane (tutte tranne la 45° a West Hollywood)? E possibile che, in un Paese con migliaia di gelaterie artigianali di altissimo livello, le migliori dieci del mondo siano tutte concentrate fra Roma, Firenze e Venezia? Se allarghiamo il campo alla Top20 le città diventano “addirittura” sei, con l’aggiunta di Bologna, Torino e Milano. Davvero altre grandi e piccole città italiane non hanno una sola gelateria degna di entrare in Top20? La domanda è legittima.

Le classifiche italiane raccontano una geografia completamente diversa. Chi segue il settore sa che le classifiche specializzate restituiscono uno scenario molto più distribuito. Il Gambero Rosso, con la guida Gelaterie d’Italia, assegna i Tre Coni lungo tutta la penisola, premiando realtà da nord a sud. Lo stesso vale per le selezioni di Dissapore, che ogni anno individuano eccellenze in decine di province italiane. E il fenomeno non riguarda soltanto l’Italia. Le guide internazionali, gli elenchi dei migliori artigiani e persino molti premi di settore tendono a distribuire i riconoscimenti tra città e regioni differenti, proprio perché il livello qualitativo è ormai estremamente diffuso.

Non esiste una “Silicon Valley del gelato” capace di monopolizzare tutta l’eccellenza mondiale. Alla nostra critica su Instagram, TasteAtlas ha risposto spiegando la propria metodologia. Secondo il portale, la classifica non nasce da recensioni dirette, ma dalla raccolta delle raccomandazioni espresse da critici gastronomici. Sul sito è infatti possibile vedere quali critici abbiano consigliato ciascuna gelateria. Una precisazione importante, ma forse proprio questa spiegazione evidenzia il vero limite della classifica. Il problema è il campione: se i critici selezionati hanno visitato prevalentemente Roma, Firenze e Venezia, è naturale che le gelaterie di quelle città finiscano per occupare gran parte della graduatoria. In statistica si chiama bias di campionamento. Non significa che le gelaterie premiate non siano eccellenti, ma – più semplicemente – che il campione osservato non rappresenta necessariamente l’intero universo delle gelaterie artigianali.

Ogni classifica vive di compromessi, è chiaro: nessuno può assaggiare tutto. Ma proprio per questo la trasparenza metodologica diventa fondamentale. Se una graduatoria deriva dalla selezione delle raccomandazioni di un determinato gruppo di critici, allora descrive con precisione quel campione, non necessariamente il panorama mondiale. È un limite che non riguarda solo TasteAtlas: vale per qualsiasi ranking costruito su dati incompleti. La differenza è che, quando una Top 10 mondiale finisce per concentrarsi in tre sole città, la sensazione è che il titolo prometta una rappresentazione universale, mentre il metodo racconta una porzione molto specifica della realtà. E forse è proprio questo il motivo per cui la classifica ha fatto discutere più del gelato che celebra.

