domenica 25 Ottobre 2026
HomeRistorantiSotto le volte...

Sotto le volte di Bologna, la nuova sala del ristorante I Carracci

La nuova sala affrescata del ristorante I Carracci a Bologna non è solo frutto di un restyling, ma di un’evoluzione artistica, sensoriale, esperienziale. È il luogo dove la storia petroniana incontra il contemporaneo, dove la cucina di Agostino Schettino diventa un atto di memoria e scoperta.

C’è un momento preciso in cui la bellezza ti ferma, nel cuore di Bologna: quando entri nella sala affrescata del Ristorante I Carracci, al Grand Hotel Majestic “già Baglioni”, e prima ancora di sederti a tavola senti che ogni dettaglio – dai decori alle luci, dal servizio fino al piatto in sé – è stato pensato per lasciare agli ospiti un segno indelebile. Ed è proprio con questa ambizione che nasce la “nuova sala” dell’unico hotel 5 stelle lusso del capoluogo emiliano: non un semplice restauro, ma un’evoluzione d’atmosfera, di accoglienza, di esperienza. Pochi tavoli più distanziati, mise en place più essenziale ma curata, materiali, tessuti e illuminazione adeguati allo standing dell’albergo diretto da Tiberio Biondi.

Durato dallo scorso giugno, l’intervento sull’antica sala affrescata non è stato una mera ristrutturazione, ma un’operazione di cura filologica e stilistica: protezione e valorizzazione degli affreschi, consolidamento della struttura, rifiniture che non alterano ma sublimano. Le volte settecentesche ospitano ancora il racconto visivo del Mito di Fetonte, con le grottesche che si intrecciano attorno e i tondi con le allegorie delle stagioni.

Tutti questi elementi fanno da quinta scenografica alla cucina, e insieme ad essi le opere d’arte contemporanea della francese Claudine Drai – in carta bianca, sia in versione seta che stropicciata – contribuiscono a far dialogare l’arte con il piatto in modo naturale e non forzato, senza che la stanza sovrasti il cibo, tutt’altro.

Lo chef Agostino Schettino e alle spalle un’opera della francese Claudine Drai in carta bianca

È in questo contesto che lo chef campano Agostino Schettino porta avanti il compito di declinare la tradizione bolognese in chiave contemporanea, pur senza disdegnare tocchi partenopei qua e là. Materie prime scelte, percorsi degustazione che bilanciano innovazione e rispetto delle radici, attenzione alla stagionalità, giochi di texture e accostamenti che sorprendono senza gridare. L’ideale, in un momento storico nel quale il fine dining troppo spinto non gode più così tanto dei favori di critica e pubblico.

Raviolo in sfoglia verde ripieno di friggione, Parmigiano Reggiano, castagne e funghi pioppini

Quattro i menù degustazione, di cui tre articolati su sei portate a 125 euro: “La Dotta, la Grassa, la Rossa” che presenta alcuni piatti tipici della tradizione – dal Tortellino in crema di Parmigiano Reggiano alla Lasagnetta fino alla Petroniana contemporanea – e la “Natura” vocata al vegetale, dove spiccato lo Spaghetto di Gragnano con estrazione di finocchio, salicornia e taleggio, o il Raviolo in sfoglia verde ripieno di friggione, Parmigiano Reggiano, castagne e funghi pioppini (foto in alto).

Scarola farcita alla napoletana con acciughe, mostarda di fichi e pinoli

Spazio poi al menù alla cieca da 6 portate e quello da 8 corse, a 160 euro. In questo caso i piatti sono scelti dallo chef Schettino, che non fa mai mancare uno dei suoi cavalli di battaglia, la Scarola farcita alla napoletana con acciughe, mostarda di fichi e pinoli (foto in alto), oppure il Ricordo di uno “spaghetto allo scarpariello” con pomodoro conserva “Petrilli”, basilico e pecorino di fossa DOP.

Mela, shiso e tosazu

In alternativa, la carta oscilla tra antipasti (29-33 euro) come il Velo di seppia, broccoli, mandarino e caviale Asetra, primi (30-33) come “Il Mangiafagioli” – tagliatella ai fagioli, cozze e plancton marino, omaggio all’opera di Annibale Carracci – secondi (43-49) come il Piccione, ravanelli fermentati e arachidi o dessert come il Mela, shiso e tosazu, (foto in alto) dolce che gioca con diverse consistenze di mela, tra bavarese e millefoglie, e sorbetto alla verbena.

Ad accompagnare la cucina di Agostino Schettino c’è un servizio in sala adeguato: non soltanto preciso, d’obbligo in situazioni di alta ristorazione, ma discreto, curato nei dettagli, presente ma non invasivo. Nel Grand Hotel Majestic tutto ciò – la cucina, il contesto, le volte affrescate – è in fondo parte integrante dell’identità culturale della città petroniana, un luogo dove il cibo è solo il punto di partenza in un cammino all’insegna del bello e del ben fatto.

foto: courtesy Aromi.group

Segui Il Forchettiere su Google
Aggiungi Il Forchettiere alle tue fonti preferite per trovare più facilmente i nostri articoli nelle Notizie principali di Google.

Rimani aggiornato: iscriviti!

Marco Gemelli
Marco Gemelli
Marco Gemelli, classe ’78, giornalista professionista dal 2007. Dopo anni come redattore ordinario al quotidiano Il Giornale della Toscana, dove si è occupato di cronaca bianca e nera, inchieste, scuola e università, economia, turismo, moda ed enogastronomia, è passato alla libera professione. Oggi collabora con diverse testate online e cartacee, tra cui Il Giornale, Wine & Travel, Food & Wine. È membro della World Gourmet Society, nonché corrispondente italiano per Lust Auf Italien.

ARTICOLI SIMILI

Lo chef Stefano Cavallini, primo italiano a conquistare una stella Michelin all’estero, torna a Firenze alla guida del ristorante di Borgo Pignano Florence: una cucina essenziale tra cotture allo spiedo, servizio al tavolo e memoria gastronomica.

DELLO STESSO AUTORE

Continua a leggere

Essenza, con Stefano Cavallini a Borgo Pignano il girarrosto torna protagonista

Lo chef Stefano Cavallini, primo italiano a conquistare una stella Michelin all’estero, torna a Firenze alla guida del ristorante di Borgo Pignano Florence: una cucina essenziale tra cotture allo spiedo, servizio al tavolo e memoria gastronomica.

50 Best, Ana Roš si sfila: «Preferisco investire nel ristorante, non nella visibilità»

La chef slovena di Hiša Franko non andrà alla cerimonia di Lima del 4 novembre. Nel mirino non c'è la qualità dei colleghi, ma il tempo e le risorse che i ristoranti devono dedicare a eventi, viaggi stampa e campagne promozionali per restare nel radar della gastronomia internazionale.

Antropologia della pizza tonno e cipolla. Storia di un pregiudizio napoletano

Venticinque anni fa, in una pizzeria di Verona, la mia allora fidanzata ordinò una pizza tonno e cipolla. Io rimasi scioccato. E non mancai di farglielo notare, con quella fastidiosa sicumera che soltanto un napoletano convinto di conoscere tutto...