mercoledì 9 Settembre 2026
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Firenze incontra il mondo, la parola alle ‘expat’: Ksenia Ermakova

Con la russa Ksenia Ermakova continua la rubrica che racconta culture gastronomiche diverse attraverso gli occhi di chi ha scelto Firenze come casa

Settimo appuntamento con la nostra rubrica dedicata al racconto di una serie di “expat” fiorentine che da anni vivono e lavorano nel capoluogo toscano, nei settori del food e dell’ospitalità. A ognuna di esse – provenienti dai Paesi più diversi – abbiamo posto sei domande sul loro rapporto con la cucina locale: un modo per scoprire non solo alcune delle persone chiamate a raccontare Firenze a platee internazionali, ma anche un punto di vista nuovo sui rapporti tra culture diverse, sapori e appartenenze, nella città che da sempre fa dell’incontro una delle sue vocazioni e attraverso gli occhi di chi ha scelto Firenze come casa.


Ksenia Ermakova
è nata in Siberia, in Russia, e vive a Firenze dal 2011. Guida turistica, agente immobiliare e content creator, da oltre quindici anni racconta la Toscana al pubblico russo e internazionale con uno sguardo unico: quello di chi si è innamorato di questa terra e ha scelto di farne la propria casa. È fondatrice del progetto Toscanissimi, nato per promuovere la cultura, la storia, l’artigianato, l’enogastronomia e lo stile di vita toscano attraverso i social media, eventi esclusivi e collaborazioni con importanti realtà del territorio. Nel corso degli anni ha accompagnato migliaia di persone alla scoperta di Firenze, organizzato esperienze tra arte e gastronomia e costruito un ponte culturale tra Italia e Russia. Ha collaborato con chef, artigiani, istituzioni e aziende, convinta che il modo migliore per conoscere un Paese sia viverne le tradizioni più autentiche.

C’è stato un momento, a tavola, in cui hai capito qualcosa di Firenze o dei fiorentini che prima ti sfuggiva?

Sì. Ricordo una delle mie prime cene con una famiglia fiorentina. Da russa ero abituata a tavole ricche, dove l’ospitalità si misura anche dalla quantità di cibo. Qui, invece, mi ha colpito il rispetto assoluto per ogni singolo ingrediente. Nessuno cercava di stupire con piatti elaborati: bastavano un buon olio extravergine, un pane eccellente, una bistecca cotta come vuole la tradizione e un bicchiere di vino. In quel momento ho capito che per i fiorentini il cibo non serve a impressionare, ma a raccontare la propria identità. Da allora ho iniziato a guardare la cucina toscana con occhi completamente diversi.

Quale abitudine gastronomica fiorentina o italiana hai finito per adottare senza quasi accorgertene?

Sicuramente il caffè al banco del bar. All’inizio mi sembrava una pausa velocissima, quasi insignificante. Oggi è diventato un rito quotidiano: entro, saluto, scambio due parole e riparto. È uno dei momenti che più mi fa sentire parte della città. Un’altra tradizione che ho imparato ad apprezzare è quella del digestivo a fine pasto. In Russia non è un’abitudine così radicata, mentre in Toscana è quasi un piccolo rituale: dopo una cena tra amici, un bicchierino di amaro, grappa o Vin Santo diventa il modo per prolungare la conversazione e concludere il pasto senza fretta. È un gesto semplice, ma racconta bene lo stile di vita italiano, dove il tempo trascorso insieme vale quanto il cibo stesso.

Quale piatto ti ha costretto a rivedere un pregiudizio, un’aspettativa o un’idea che avevi sulla cucina italiana?

Il lampredotto. Lo ammetto: quando sono arrivata a Firenze non riuscivo nemmeno a immaginare di assaggiarlo. L’idea delle frattaglie mi spaventava. Poi un giorno ho deciso di provarlo nel posto giusto, preparato come vuole la tradizione. È stata una sorpresa incredibile. Ho capito che dietro un piatto così popolare c’è una storia, una cultura e un rispetto per la cucina del recupero che oggi ammiro profondamente.

Hai mai provato a far conoscere la cucina del tuo Paese agli italiani? Come hanno reagito nel confrontarla con la tradizione culinaria toscana?

Sì, e per me è un tema molto speciale. Tanti anni fa ho avuto il piacere di accompagnare Luisanna Messeri in Russia, dove abbiamo organizzato insieme delle cooking class di cucina italiana a Mosca e San Pietroburgo. È stato un bellissimo scambio culturale: da una parte insegnavamo la cucina italiana, dall’altra facevamo conoscere le ricette più autentiche della tradizione russa. Tra tutti i piatti, uno che ha conquistato Luisanna è stata l’aringa sotto la pelliccia (šuba), una ricetta che adoro e che per noi è un grande classico delle feste. Le è piaciuta così tanto che, una volta rientrata in Italia, l’ha raccontata e preparata anche in televisione su Rai 1. Ogni volta che preparo un borsch, dei bliny con caviale o la nostra vera insalata russa (che in Russia chiamiamo insalata Olivier), gli italiani rimangono sorpresi. Molti pensano che la cucina russa sia limitata a vodka e caviale, ma in realtà scoprono una gastronomia ricca di storia, sapori e tradizioni familiari. È sempre bello vedere cambiare la loro idea dopo il primo assaggio.

Secondo te, cosa rende speciale il rapporto che i fiorentini hanno con il cibo rispetto a quello che esiste nella tua cultura d’origine?

Quello che mi ha sempre colpito dei fiorentini è il loro incredibile senso di appartenenza. Molti sono legati da generazioni alla stessa trattoria, allo stesso bar, agli stessi sapori e difficilmente li tradiscono. Spesso rimangono fedeli anche al proprio quartiere, che vivono con un orgoglio e un affetto davvero unici. In Russia non siamo così legati a un locale in particolare: ci piace provare posti nuovi e cambiare più spesso. Per questo, quando sono arrivata a Firenze, questa fedeltà mi incuriosiva molto. Da guida turistica, è sempre stata una delle sfide più divertenti del mio lavoro. Quando un turista mi chiede: “Qual è la migliore trattoria di Firenze?”, so già che riceverei dieci risposte diverse da dieci fiorentini. Ognuno difenderà con convinzione la trattoria del proprio quartiere, raccontandola come la migliore in assoluto.

Se dovessi portare una persona appena arrivata a Firenze a mangiare qualcosa per farle capire davvero la città, cosa sceglieresti e perché?

La porterei innanzitutto a fare un aperitivo in un piccolo locale di quartiere, uno di quelli dove trovi quasi solo fiorentini. Credo che sia il modo migliore per iniziare a respirare l’atmosfera della città, osservando le persone, ascoltando il dialetto e vivendo quel momento di convivialità che fa parte della quotidianità fiorentina. Poi la accompagnerei in una vera trattoria storica. Non un ristorante elegante e silenzioso, ma un posto vivo, con tavoli vicini, camerieri che si chiamano da una sala all’altra e quel piacevole “casino” che per me è parte dell’esperienza. È lì che si capisce davvero Firenze. Le farei assaggiare i grandi classici della tradizione: i crostini toscani, una pappa al pomodoro o una ribollita, la bistecca alla Fiorentina accompagnata da un buon calice di Chianti e, per concludere, cantucci con Vin Santo. Ma la cosa più importante non sarebbe il menu. Le racconterei le storie che si nascondono dietro quei piatti e quei locali, perché Firenze non si conquista solo visitando musei e monumenti. Si conosce davvero quando ci si siede a tavola insieme ai fiorentini e si scopre che, qui, il cibo è un modo di vivere prima ancora che un piacere.

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