Sesto appuntamento con la nostra rubrica dedicata al racconto di una serie di “expat” fiorentine che da anni vivono e lavorano nel capoluogo toscano, nei settori del food e dell’ospitalità. A ognuna di esse – provenienti dai Paesi più diversi – abbiamo posto sei domande sul loro rapporto con la cucina locale: un modo per scoprire non solo alcune delle persone chiamate a raccontare Firenze a platee internazionali, ma anche un punto di vista nuovo sui rapporti tra culture diverse, sapori e appartenenze, nella città che da sempre fa dell’incontro una delle sue vocazioni e attraverso gli occhi di chi ha scelto Firenze come casa.
Mako Kobayashi, è una giornalista freelance e speaker radiofonica giapponese. In Giappone ha lavorato come cronista per un’emittente televisiva, realizzando servizi che spaziano dalla cronaca sociale alla politica, dalla cultura allo sport, fino alla gastronomia. Da alcuni anni vive a Firenze, dove collabora con riviste giapponesi e con guide turistiche. Attraverso i suoi reportage racconta al pubblico giapponese l’Italia in tutte le sue sfaccettature, dai viaggi al patrimonio culturale, fino ala tradizione enogastronomica. Alo stesso tempo, promuove la conoscenza dela cultura giapponese presso il pubblico italiano, contribuendo a creare un ponte culturale tra i due Paesi. Ha studiato nel Regno Unito e negli Stati Uniti, ha viaggiato in oltre 40 Paesi e ha visitato quasi tutte le regioni italiane, maturando una prospettiva internazionale che arricchisce il suo lavoro giornalistico e divulgativo.
C’è stato un momento, a tavola, in cui hai capito qualcosa di Firenze o dei fiorentini che prima ti sfuggiva?
Il momento in cui ho capito davvero qualcosa di Firenze e dei fiorentini è arrivato proprio a tavola, durante una delle mie prime cene in una famiglia fiorentina. Convinta che gli antipasti fossero l’intero pasto, ho mangiato con entusiasmo fino a saziarmi… per poi vedere arrivare prima un abbondante piatto di pasta e subito dopo anche la carne. È stato uno shock culturale, ma anche una lezione indimenticabile: il ritmo del pasto è cultura.
Quale abitudine gastronomica fiorentina o italiana hai finito per adottare senza quasi accorgertene?
L’abitudine che ho acquisito quasi senza accorgermene riguarda soprattutto il vino: in Toscana è semplicemente troppo buono. L’idea di fermarsi a un solo bicchiere dura ben poco e, quasi inevitabilmente, se ne ordina un altro… e poi un altro ancora. A quel punto non è più una scelta, ma una naturale conseguenza. Mi sono abituata anche a bere vino a pranzo. In Giappone sarebbe impensabile durante un business lunch, mentre in Italia è del tutto normale accompagnare il pasto con un bicchiere di vino. Mi sono abituata così tanto a questa usanza che, quando torno in Giappone, mi viene quasi spontaneo ordinarlo anche a pranzo, prima di ricordarmi, appena in tempo, dove mi trovo.
Quale piatto ti ha costretto a rivedere un pregiudizio, un’aspettativa o un’idea che avevi sulla cucina italiana?
Uno dei piatti che mi ha fatto rivedere completamente la mia idea della cucina italiana è rappresentato dalle ricette toscane che recuperano il pane raffermo, come la ribollita o la pappa al pomodoro. L’idea di non sprecare nulla e di trasformare qualcosa di semplice in un piatto così ricco è allo stesso tempo ecologica, intelligente e profondamente culturale. Dal punto di vista estetico, non sono piatti “instagrammabili”, ma basta assaggiarli per cambiare prospettiva. In questo senso, mi ricordano il monjayaki giapponese: non è bello da vedere, ma è sorprendentemente buono. Questo divario tra apparenza e gusto è una lezione importante.
Hai mai provato a far conoscere la cucina del tuo Paese agli italiani? Come hanno reagito nel confrontarla con la tradizione culinaria toscana?
Ironia della sorte, io non ho mai preparato sushi quando vivevo in Giappone. Ho iniziato a farlo in Italia, spinta dalle continue richieste, imparando da autodidatta. Ora riesco a preparare sushi, e ogni volta il successo è garantito! L’interesse e il livello di conoscenza della cucina giapponese in Italia hanno avuto un’evoluzione impressionante negli ultimi quindici anni (ne ho scritto anche in dettaglio in un mio articolo: “L’Italia è in preda alla “Japan ingredienti mania”: il nuovo volto dell’Italiano Evoluto visto da una giornalista giapponese a Firenze”). Oggi termini come “dashi” e “umami” compaiono direttamente nei menu, ma non è sempre stato così. All’epoca, l’unico piatto giapponese davvero noto era il sushi, ma anche quello veniva interpretato in modo molto libero: mi è capitato di assaggiare un “sushi” preparato con riso cotto come un risotto… un’esperienza che non sono riuscita a portare a termine. Oggi la situazione è completamente cambiata. Eppure, il sushi resta il piatto più richiesto.
Secondo te, cosa rende speciale il rapporto che i fiorentini hanno con il cibo rispetto a quello che esiste nella tua cultura d’origine?
Ciò che rende speciale il rapporto dei fiorentini con il cibo è la loro profonda fiducia nella semplicità. Ingredienti di qualità, trattati con rispetto, e condimenti ridotti all’essenziale: un approccio che sento molto vicino anche alla cultura gastronomica giapponese. Anche il forte legame tra cibo e identità locale è un elemento comune. A Firenze – e in Toscana più in generale – esiste un grande orgoglio per la propria cucina, proprio come in Giappone, dove ogni regione ha i suoi piatti tipici e le sue bevande locali. In Giappone, ad esempio, esiste una zuppa tradizionale che si mangia a Capodanno e che cambia radicalmente da regione a regione, sia negli ingredienti che nel sapore. Allo stesso modo, in Toscana, anche una stessa ricetta può variare da famiglia a famiglia, e queste differenze sono motivo di orgoglio. È proprio in questa valorizzazione delle differenze che sento una forte affinità tra le due culture.
Se dovessi portare una persona appena arrivata a Firenze a mangiare qualcosa per farle capire davvero la città, cosa sceglieresti e perché?
Se dovessi scegliere un piatto per far capire davvero Firenze a chi è appena arrivato, sceglierei senza esitazione la bistecca alla fiorentina. In questa apparente semplicità si racchiude tutta la filosofia toscana. Ricordo che un conoscente giapponese mi chiese di prenotare un ristorante per una persona che studiava cucina e veniva a Firenze. Gli consigliai un locale rinomato per la bistecca, ma mi rispose: “Non si può considerare cucina qualcosa che consiste semplicemente nel cuocere la carne alla griglia”. Una frase che mi colpì molto. Perché allora, cosa dovremmo dire del sushi? Seguendo la stessa logica, sarebbe “solo pesce tagliato”. In realtà, proprio nella semplicità sta la difficoltà: la scelta della materia prima è tutto e richiede esperienza e competenza. La bistecca funziona allo stesso modo. Per chi non mangia carne, naturalmente, suggerirei la ribollita, per le ragioni già citate. Ma in ogni caso, ciò che conta è il contesto: mangiare in Toscana, con il vino del territorio e ascoltando le storie di chi vive questa cultura, è un’esperienza completamente diversa.





