Con l’americana Kacie Rose (fresca di matrimonio!) termina la rubrica che racconta culture gastronomiche diverse attraverso gli occhi di chi ha scelto Firenze come casa
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Kacie Rose è americana e vive a Firenze da cinque anni. Content creator e influencer, poi autrice e imprenditrice nel mondo dei tour operators, racconta sui social la vita in Italia a un pubblico internazionale, con particolare attenzione alle differenze culturali tra Stati Uniti e Italia, alla quotidianità fiorentina e al cibo. Il suo rapporto con la città passa anche da un confronto continuo tra due culture gastronomiche molto diverse. Il suo compagno Dario è fiorentino e chef, e insieme hanno vissuto per un anno a New York. Tra amici che lavorano nella ristorazione, viaggi negli Stati Uniti e una familiarità sempre maggiore con la cucina toscana, negli anni anche il suo modo di mangiare è cambiato.

C’è stato un momento, a tavola, in cui hai capito qualcosa di Firenze o dei fiorentini che prima ti sfuggiva?
Uno degli esempi più significativi per me è il pane toscano. Per anni ho sentito difendere il pane sciocco soprattutto perché perfetto per fare la scarpetta o per accompagnare alimenti saporiti come prosciutto toscano e pecorino. Poi ho scoperto un altro aspetto che mi ha fatto guardare diversamente anche due piatti fiorentini tradizionali, ribollita e pappa al pomodoro. Sono ricette nate dall’esigenza di non sprecare il pane raffermo, riutilizzato con verdure o pomodoro. Ma il fatto che quel pane sia senza sale è importante anche per la consistenza del piatto: durante la cottura si sfalda e si amalgama agli altri ingredienti nel modo giusto. Può sembrare un dettaglio, ma per me dice qualcosa dei fiorentini che apprezzo molto: la capacità di utilizzare ciò che hanno a disposizione, adattarlo e trasformarlo senza sprecare. È una forma di ingegno molto concreta, che ritrovo spesso nella cucina toscana.
Quale abitudine gastronomica fiorentina o italiana hai finito per adottare senza quasi accorgertene?
Vengo da un Paese dove spesso la regola è abbondare: più ingredienti, porzioni più grandi, più salse, più condimenti. E continuo a pensare che molte di quelle cose siano buonissime. Vivendo in Italia, però, ho imparato gradualmente ad apprezzare molto di più la semplicità. La cucina fiorentina, e più in generale quella italiana, tende a valorizzare il sapore naturale degli ingredienti invece di aggiungerne continuamente altri. Un panino può avere soltanto due o tre ingredienti, un’insalata può essere condita semplicemente con olio, sale e limone. Quando mi sono trasferita qui, tutto questo mi sembrava quasi incompleto. Cinque anni dopo faccio fatica a immaginare il contrario. La cosa interessante è che non è stata una decisione consapevole: il mio gusto è cambiato poco alla volta, finché mi sono accorta che ciò che prima consideravo troppo semplice era diventato esattamente quello che cercavo.
Quale piatto ti ha costretto a rivedere un pregiudizio, un’aspettativa o un’idea che avevi sulla cucina italiana?
Più che un singolo piatto, direi che vivere a Firenze mi ha fatto rivedere uno dei luoghi comuni più diffusi sulla cucina italiana: l’idea che sia soprattutto pizza e pasta. Lo sento dire continuamente dai visitatori. Dopo qualche giorno qualcuno commenta di non riuscire più a mangiare un altro piatto di pasta o si chiede come facciano gli italiani a nutrirsi sempre di pasta e pizza. In realtà rappresentano solo una parte della cucina italiana. Ogni regione ha piatti legati ai prodotti disponibili localmente e alla propria storia. A Firenze basta pensare a ribollita, pappa al pomodoro, panzanella, peposo o bistecca alla fiorentina. Anche le verdure hanno un ruolo molto più importante di quanto molti stranieri immaginino: il pinzimonio, nella sua semplicità, ne è un ottimo esempio. Per questo consiglio sempre a chi visita una città italiana di andare oltre i piatti più conosciuti e cercare le preparazioni davvero tipiche di quel territorio. È lì che si comincia a capire quanto sia più ampia la cucina italiana rispetto allo stereotipo con cui spesso arriviamo dagli Stati Uniti.

Hai mai provato a far conoscere la cucina del tuo Paese agli italiani? Come hanno reagito nel confrontarla con la tradizione culinaria toscana?
Molte volte. Il mio compagno Dario è fiorentino, è uno chef e abbiamo vissuto insieme per un anno a New York. Anche molti dei nostri amici lavorano nella ristorazione, quindi intorno a noi c’è molta curiosità nei confronti di cucine e ricette diverse. Ho scoperto che gli italiani, o almeno i fiorentini che frequento, sono molto più disponibili ad assaggiare il cibo americano di quanto si possa pensare. Anche quando qualcosa non piace, prevale quasi sempre la curiosità. Qualche anno fa Dario e alcuni suoi amici sono andati a New York per quattro giorni praticamente con un solo programma: mangiare. Mi svegliavo trovando foto e video di barbecue, pancakes, breakfast burritos e pizze mangiate a tarda notte con la ranch sauce. E quando torniamo negli Stati Uniti abbiamo spesso liste di snack che gli amici ci chiedono di riportare in Italia. Anche la cucina americana, in fondo, soffre di uno stereotipo simile a quella italiana. Se l’Italia viene ridotta a pizza e pasta, gli Stati Uniti vengono spesso ridotti a hamburger, patatine, fast food e junk food. Queste cose esistono, naturalmente, ma non esauriscono una cucina nata in un Paese enorme, costruito attraverso generazioni di immigrazione e incontri tra culture diverse.
Molti dei piatti e delle tradizioni gastronomiche americane più interessanti nascono proprio dalla sovrapposizione di culture diverse. È stato divertente far conoscere ai miei amici fiorentini non solo il fast food, le caramelle e i prodotti più conosciuti, ma anche ricette domestiche e tradizionali. Nella mia esperienza, raramente cercano di confrontare la cucina americana e quella toscana come se una dovesse essere migliore dell’altra. Capiscono che sono tradizioni nate da storie, territori e culture completamente differenti. Di solito, invece, vogliono capire da dove viene un piatto e perché si è sviluppato proprio in quel modo.
Secondo te, cosa rende speciale il rapporto che i fiorentini hanno con il cibo rispetto a quello che esiste nella tua cultura d’origine?
Quello che ho sempre apprezzato della cultura gastronomica fiorentina è il rispetto per gli ingredienti e per la loro provenienza. C’è una lunga tradizione legata all’idea che nulla debba essere sprecato. Si vede nei piatti che recuperano il pane raffermo, nell’utilizzo di tutte le parti dell’animale e nella capacità di trasformare ingredienti semplici in preparazioni completamente nuove. A questo si aggiungono l’attenzione alla stagionalità, alla freschezza e alla qualità della materia prima. Se un prodotto è buono, spesso non è necessario fare molto altro.
Negli Stati Uniti esiste invece una cultura che tende più facilmente a privilegiare comodità e abbondanza. Ci sono sicuramente aspetti positivi anche in questo, ma vivendo qui mi sono trovata sempre più attratta dall’approccio fiorentino: utilizzare bene quello che si ha, rispettare i prodotti e costruire la cucina a partire dalla loro qualità.

Se dovessi portare una persona appena arrivata a Firenze a mangiare qualcosa per farle capire davvero la città, cosa sceglieresti e perché?
La porterei a mangiare un panino in una delle tante paninerie locali e a conduzione familiare della città. Per me racchiude molto bene ciò che rende speciale la cultura gastronomica fiorentina: pochi ingredienti, prodotti di qualità, attenzione alla stagionalità e la convinzione che, quando la materia prima è buona, non ci sia bisogno di complicarla.

