martedì 18 Agosto 2026
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Firenze incontra il mondo, la parola alle ‘expat’: Helen Farrell

Con la giornalista Helen Farrell (The Florentine) debutta la nostra rubrica che per tutta l'estate racconta i rapporti tra culture gastronomiche diverse attraverso gli occhi delle expat che hanno scelto Firenze come casa

Inauguriamo oggi una nuova rubrica, dedicata al racconto di una serie di “expat” fiorentine che da anni vivono e lavorano nel capoluogo toscano, nei settori del food e dell’ospitalità. A ognuna di esse – provenienti dai Paesi più diversi – abbiamo posto sei domande sul loro rapporto con la cucina locale: un modo per scoprire non solo alcune delle persone chiamate a raccontare Firenze a platee internazionali, ma anche un punto di vista nuovo sui rapporti tra culture diverse, sapori e appartenenze, nella città che da sempre fa dell’incontro una delle sue vocazioni e attraverso gli occhi di chi ha scelto Firenze come casa.

Helen Farrell, caporedattrice di The Florentine, ruolo che ricopre dal 2013, lavora come traduttrice per diverse importanti aziende vinicole toscane ed è anche collaboratrice freelance occasionale di Decanter.

C’è stato un momento, a tavola, in cui hai capito qualcosa di Firenze o dei fiorentini che prima ti sfuggiva?

In realtà ho pochissimo a che fare con i fiorentini, dato che gran parte della mia vita sociale si svolge fuori città, nella mia città adottiva di Pontassieve. Negli ultimi anni mi sono resa conto che, sì, il cibo è importante e deve essere ben condito e più che semplicemente delizioso, ma ciò che conta di più è condividere il pasto come gruppo. Con i miei amici di tennis, ad esempio, una semplice pasta al pomodoro e una coppa di gelato possono avere più senso di occasione di qualsiasi pasto sofisticato.

Quale abitudine gastronomica fiorentina o italiana hai finito per adottare senza quasi accorgertene?

Mangio solo con la forchetta, ovunque mi trovi nel mondo. Noi britannici di solito mangiamo sempre con la forchetta nella mano sinistra e il coltello nella destra. E non riesco a resistere alla scarpetta, a pulire il piatto con un pezzo di pane.

Quale piatto ti ha costretto a rivedere un pregiudizio, una aspettativa o un’idea che avevi sulla cucina italiana?

Non esiste un solo piatto. E’ più il fatto è che ogni singola città o paesino ha la propria versione di un piatto e che non esiste la cucina italiana, né tantomeno una cucina regionale. I tortelli casentinesi sono diversi da quelli mugellani, nonostante tutto. Vivere in Italia mi ha aperto la mente a nuove esperienze gastronomiche senz’altro. Non dimenticherò mai la volta in cui sono andata a Bella Ciao sulle colline di Scandicci e mi sono trovata davanti ogni sorta di frattaglie. Oppure quando ho mangiato il crudo di pesce per la prima volta a bordo mare a Castiglioncello.

Hai mai provato a far conoscere la cucina del tuo Paese a degli italiani? Come hanno reagito nel confrontarla con la tradizione culinaria toscana?

Il mio piatto britannico preferito da cucinare per amici e parenti italiani è il cottage pie. È un gesto d’amore, perché si tratta di un piatto che mia madre ha sempre preparato per me e necessita una lunga, laboriosa preparazione se fatto bene. In sostanza, è carne macinata di manzo con carote e piselli, ricoperta da purè di patate e finito in forno in modo che le patate diventino croccanti. Anche se lo apprezzano (o così mi dicono per educazione!), mi chiedono sempre il pane, cosa che proprio non riesco a capire… i carboidrati sono già nelle patate.

Secondo te, cosa rende speciale il rapporto che i fiorentini hanno con il cibo rispetto a quello che esiste nella tua cultura d’origine?

Il senso innato di sostenibilità e il valore della semplicità.

Se dovessi portare una persona appena arrivata a Firenze a mangiare qualcosa per farle capire davvero la città, cosa sceglieresti e perché?

Probabilmente dovrei dire il lampredotto, ma preferisco non spaventarli subito… Quindi vi dico Sergio Gozzi per il cibo semplice, unto, più genuino che esista per gli esseri umani – e per l’atmosfera vivace e brulicante. Oppure un panino (adoro quello con sgombro e carciofini) e qualunque vino ci sia nel secchiello alla Casa del Vino.

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