martedì 18 Agosto 2026
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Panzano, i 20 anni di Solociccia: la rivoluzione della carne secondo Dario Cecchini

Era il 2006 quando Dario Cecchini apriva le porte di Solociccia, un luogo destinato a diventare molto più di un ristorante. Vent’anni dopo, il format di Panzano continua ad attirare appassionati da tutto il mondo grazie a una formula fatta di carne selezionata, tradizione toscana, tavolate condivise e un’energia contagiosa che porta il nome di uno dei macellai più celebri d’Italia.

La parola d’ordine è sobrietà. Ma ci sono pochi dubbi sul fatto che anche un pezzo d’uomo come Dario Cecchini si sia commosso, per un momento, allo scoccare dei 20 anni di attività del suo format Solociccia. Era il 14 luglio 2006 – l’Italia di Lippi era diventata Campione del Mondo appena 5 giorni prima – quando il macellaio poeta di Panzano in Chianti apriva le porte di un luogo destinato a diventare molto più di un ristorante: due decenni più tardi, il progetto continua ad attirare appassionati da tutto il mondo grazie a una formula fatta di carne selezionata, tradizione toscana, tavolate condivise e un’energia contagiosa.

Per Dario Cecchini, ciò che accade da Solociccia (e al suo spin off Officina della Bistecca) richiama un po’ i quattro punti cardinali, accomunati da un’idea di uguaglianza: “Stesso prezzo, stesso menù, stessa tavola e stesso orario – conferma il macellaio – per richiamare il concetto antico di mensa, di convivio. Qualche tempo fa una famiglia israeliana si ritrovò per caso accanto a una libanese: ci volle poco perché la diffidenza si trasformasse in amicizia”.

Nei vent’anni di Solociccia, Dario Cecchini non ha soltanto servito carne: ha dato vita a un racconto più grande e articolato, fatto di persone, territorio e tradizioni che resistono al tempo. Il format arriva così al traguardo dei vent’anni con lo stesso spirito con cui è nato: celebrare la carne, la convivialità e il valore di una comunità raccolta intorno alla tavola. Come è evidente già dal nome, Solociccia nasce come un omaggio alla materia prima, al mestiere del beccaio e a quella cultura contadina in cui ogni parte dell’animale aveva un valore e nulla veniva sprecato. Vent’anni fa l’idea sembrava semplice e, proprio per questo, rivoluzionaria: riportare la carne al centro dell’esperienza gastronomica senza trasformarla in un esercizio di lusso, ma restituendole il suo significato più autentico.

Eppure non era tutto scontato, anzi: “All’epoca ero fortemente convinto – ricorda Dario, che quest’anno celebra anche 51 anni di professione – che mettere la gente a tavola fosse l’unica maniera sia di far sviluppare la macelleria sia di tramandare una cucina popolare che vedevo perdersi negli anni. Ma non sapendo fare il ristoratore, nei primi mesi del 2006 credevo di essermi rovinato la vita, di aver fatto il passo più lungo della gamba. Mi consigliavano di cambiare il menù, ma andai per la mia strada mantenendo le radici della toscanità e dell’arte del beccaio. Ancora oggi tanti mi ringraziano per mettere sulla griglia tagli meno conosciuti”.

E adesso? “Adesso si va avanti, il prossimo traguardo è il restauro della sala d’arme del castello di Panzano (1100), per dare al villaggio una sua memoria storica. In fondo, era l’ultimo castello controllato da Firenze prima di entrare in territorio senese: è sempre stata terra di confine, e ha fatto sì che non ci sentissimo né fiorentini né senesi. La mia speranza, comunque – conclude Dario, facendosi a un tratto serio – è lasciare un’ispirazione, anche a chi mi sta vicino”.

Ma per il momento è tempo di celebrazioni: se Dario Cecchini, macellaio da generazioni, è diventato nel tempo uno dei simboli più riconoscibili della cucina toscana nel mondo, la sua voce, il suo entusiasmo e il suo modo teatrale di raccontare il cibo hanno fatto di Panzano una tappa obbligata per viaggiatori, appassionati e curiosi da ogni angolo del pianeta. Non solo: Cecchini ha fatto di Solociccia un rito collettivo in cui la tavola condivisa, i profumi della brace, i tagli raccontati prima ancora di essere assaggiati, il dialogo continuo tra cucina e sala costruiscono un’esperienza che mette insieme ospitalità e memoria.

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Marco Gemelli
Marco Gemelli
Marco Gemelli, classe ’78, giornalista professionista dal 2007. Dopo anni come redattore ordinario al quotidiano Il Giornale della Toscana, dove si è occupato di cronaca bianca e nera, inchieste, scuola e università, economia, turismo, moda ed enogastronomia, è passato alla libera professione. Oggi collabora con diverse testate online e cartacee, tra cui Il Giornale, Wine & Travel, Food & Wine. È membro della World Gourmet Society, nonché corrispondente italiano per Lust Auf Italien.

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