Dal dimenticatoio all’iscrizione nel registro regionale delle risorse genetiche autoctone d’interesse agrario: la rinascita del Pomodoro Cesarino in Umbria e in tutta Italia

Il pomodoro Cesarino, dimenticato per molti anni in un fazzoletto di terra di Madonna del Piano, comune di Monte Castello di Vibio non lontano da Perugia, è stato recentemente riscoperto e iscritto nel Registro Regionale delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario. Fondamentale, al riguardo, è stato il ruolo di un agricoltore del posto che, perpetrandone per decenni la coltivazione, ne ha conservato l’identità.

Cesare Falchetti, da cui prende il nome anche la varietà, avendone avuto memoria sin da quando era bambino, negli anni ’50 decise infatti di metterlo a dimora, utilizzando i semi che la sua famiglia conservava e tramandava da generazioni. In quegli anni e nei successivi la tendenza in agricoltura era piuttosto quella di puntare al miglioramento genetico, con conseguente perdita di molte varietà di frutti, ortaggi e cereali. Ciò che, in molti casi, ha fatto la differenza è stata la saggezza degli agricoltori di vecchia guardia e la loro attività di “seed savers” (“salvasemi”) fondamentale per la salvaguardia della biodiversità.

Qualche anno fa Matteo Ciucci, anch’egli agricoltore, dopo aver intuito dai racconti di Cesare di trovarsi di fronte a una vera e propria rarità, ricevuti i semi ha avviato una sua produzione e ha chiesto la collaborazione dell’Università di Agraria di Perugia. Quest’ultima, a seguito di alcuni test, ha confermato l’unicità della varietà e certificato la sua presenza sul territorio da tempo immemore. Conseguentemente, su iniziativa di alcuni agricoltori, è nata l’associazione “Pomodoro de Cesare”: l’intento è stato, fin dall’inizio, quello di promuovere la conoscenza di questa varietà e grazie al sostegno dell’amministrazione comunale si è arrivati, in breve tempo, anche alla sua iscrizione nel Registro Regionale.

Il Pomodoro Cesarino vanta caratteristiche peculiari: necessita di poca acqua e pertanto supera, senza troppa difficoltà, i periodi di siccità; è resistente ad alcuni parassiti, contiene molti carotenoidi (fino al doppio rispetto al datterino o ciliegino); è ottimo consumato fresco, anche se si presta pure alla conservazione. La sua lavorazione, produzione e trasformazione può avvenire solo nel comune di Monte Castello di Vibio e la speranza è che possa fungere da traino per lo sviluppo della microeconomia locale.

Se da un lato la pandemia sta mettendo tutti duramente alla prova, dall’altro sta incentivando, soprattutto in certi settori, un ritorno alla origini. In agricoltura, in particolare, la valorizzazione degli antichi saperi e un approccio sempre più ecosostenibile sembrano tesi a un ridimensionamento, che è poi tutela di valori e identità. La riscoperta del Pomodoro Cesarino, ormai ambasciatore del suo territorio, quello della media valle del Tevere, ne è chiaramente riprova.

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Martina Franceschi
"Galeotto fu per lei il Montepulciano d'Abruzzo 2009 di Emidio Pepe": così, con una parziale citazione, si potrebbe iniziare a raccontare quello che è stato, per Martina, un cambio di passo. Nata a Terni nel 1984, benché gli studi universitari in Biologia sembravano portarla altrove, Martina infatti ha lavorato qualche anno come autrice televisiva per poi - con quel "famoso" calice in mano - decidere di iscriversi a un corso della Fondazione Italiana Sommelier. Ancora fresca di diploma, si è fin da subito impegnata nella divulgazione enogastronomica e poi è entrata a far parte, in qualità di Editor e Wine Specialist, della grande distribuzione, italiana e internazionale. Oggi, per lavoro e per inclinazione, si occupa in particolare dei piccoli produttori, degli artigiani della vigna e dei loro vini coraggiosi.

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