martedì 18 Agosto 2026
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Terra Madre: dopo 17 anni, il diluvio siamo ancora noi

Diciassette anni dopo il documentario con cui Ermanno Olmi diede forma filmica alla visione di Carlo Petrini fondatore di Slow Food, la biodiversità si estingue, la terra è ridotta a merce, il cibo a spettacolo. Abbiamo costruito l’Arca dei semi, ma continuiamo ad alimentare il diluvio.

Nel 2009 il documentario Terra Madre portava sullo schermo una verità che il nostro tempo aveva già cominciato a rimuovere: il futuro dell’umanità dipende dalla fertilità della terra, dalla libertà dei semi, dalla sopravvivenza delle comunità contadine e dalla capacità di riconoscere i limiti del modello moderno di produzione e consumo. Fu Carlo Petrini a volere Ermanno Olmi, riconoscendo nel suo cinema lo sguardo capace di rendere visibile la complessità di quella visione. «Non vedo al mondo persona più adatta di te a cogliere in tutte le sue sfumature Terra Madre», gli disse. La risposta di Olmi fu già una dichiarazione poetica e politica. Voleva «filmare la felicità della Terra», l’atto d’amore tra il pianeta e le persone che ancora vivevano in confidenza con esso. Voleva costruire un film corale capace di raccontare «la via maestra ritrovata».

Ospite al forum globale Terra Madre del 2006, di fronte a migliaia contadini, pastori, pescatori e produttori arrivati a Torino da ogni parte del mondo, confessava persino un disagio: come si racconta una tale densità di vite, conoscenze, sacrifici e relazioni? Nella conversazione con Olmi, Petrini avvertiva che molti dei saperi tradizionali riuniti dentro Terra Madre avrebbero potuto non esistere più nel giro di dieci anni. Parlava di un patrimonio immenso da documentare con urgenza: memorie, gesti, tecniche, varietà, conoscenze tramandate oralmente e affidate alla continuità delle comunità. Non era una suggestione letteraria. Era una diagnosi. Perché quando muore un “sapere della terra”, non perdiamo soltanto una tradizione, una ricetta o un prodotto autoctono, perdiamo una storia dell’uomo.

Rivedere oggi Terra Madre significa misurare la distanza tra ciò che avevamo compreso e ciò che abbiamo lasciato accadere. Il film chiedeva una presa di coscienza, una revisione radicale del nostro rapporto con il cibo, la produzione, il consumo e l’idea stessa di progresso. Diciassette anni dopo, quell’inversione di rotta non è ancora avvenuta, semmai è peggiorata.

L’Arca e i brividi del diluvio

Secondo la FAO, appena nove colture rappresentano oggi i due terzi della produzione vegetale mondiale. Gli scaffali sembrano offrire una scelta infinita, ma dietro quella varietà apparente si restringono colture, sementi, razze e saperi. Nata nel 1996, l’Arca del Gusto è il grande catalogo mondiale con cui Slow Food censisce e protegge dall’oblio varietà vegetali, razze animali, prodotti artigianali e cibi tradizionali legati alle culture di tutto il pianeta. Insieme ai Presìdi e alle comunità di Terra Madre, ha salvato prodotti, conoscenze e territori. Ma la sua stessa esistenza misura la gravità della minaccia già in atto.

Dall’altro capo d’Europa, nelle isole Svalbard, arcipelago norvegese nel Mar Glaciale Artico, una cassaforte scavata nella montagna custodisce copie dei semi provenienti dalle banche genetiche di tutto il mondo. L’Arca conserva la memoria viva dei cibi e dei loro custodi; il bunker protegge il patrimonio genetico necessario a farli rinascere. Perchè il cibo non riguarda soltanto ciò che mangiamo, ma chi può nutrirsi bene, chi può vivere del proprio lavoro, chi controlla le risorse e quali forme di vita avranno ancora diritto di esistere. Nel documentario, l’immagine potente e inquietante: siamo capaci di mettere i semi al sicuro sotto il ghiaccio, ma impotenti di fronte allo schiacciante ingranaggio che li fa scomparire dai campi. Ciò che Petrini denunciava come un pericolo è diventato sistema, “siamo schiavi di un modello che non funziona”, diceva.

La responsabilità dell’Enogastronomia

Anche la gastronomia porta una responsabilità. Per anni ha raccontato il territorio come un’estetica, più raramente come un sistema economico e sociale. Ha celebrato il piatto lasciando “fuori campo il campo”. Abbiamo imparato a pronunciare bene parole come biodiversità, territorio, sostenibilità e filiera. Molto meno a difendere la vita concreta contenuta in quelle parole. “Viviamo un paradosso: cibo di scarsa qualità consumato dalla gente povera ma realizzato da produttori ricchi. E cibo di alta qualità per gente ricca realizzato da produttori che guadagnano poco.” È il ritratto del presente: la qualità è diventata un privilegio, mentre chi la produce continua troppo spesso a impoverirsi.

Un film che ci riguarda tutti

Secondo la FAO, appena nove colture rappresentano oggi circa i due terzi della produzione vegetale mondiale. Dietro l’apparente abbondanza degli scaffali si nasconde una base biologica sempre più ristretta: meno specie coltivate, meno varietà, meno diversità genetica. La prossima volta che entreremo in un supermercato, proviamo a guardare quegli scaffali con occhi diversi: frutti perfetti, forme omologate, offerte permanenti, prodotti disponibili in ogni stagione. Una ricchezza apparente, costruita dall’industria e dalla globalizzazione dei mercati sulla progressiva scomparsa delle differenze.

Terra Madre, dunque, non raccontava soltanto ciò che rischiavamo di perdere. Mostrava ciò che avremmo lasciato accadere, pur conoscendo già il pericolo, le responsabilità e persino la strada da seguire. Olmi lo disse con una semplicità che oggi suona come una sentenza: siamo noi a essere protesi verso «uno sviluppo insostenibile». Ma noi possiamo ancora scegliere, acquistare prodotti stagionali, varietà locali e filiere oneste, sostenere chi continua a coltivare, allevare e custodire i territori; pretendere trasparenza dall’industria e politiche capaci di proteggere il suolo, la libertà dei semi e il lavoro agricolo.

Certo, non salveremo la biodiversità con il carrello della spesa: servono responsabilità collettive, decisioni pubbliche e un diverso equilibrio di potere. Ma ogni scelta può contribuire a mantenere viva una terra, una comunità, un sapere. Diciassette anni dopo, il diluvio è il sistema che abbiamo lasciato crescere e che oggi travolge anche noi. Non possiamo fermarlo da soli. Possiamo, però, smettere di alimentarlo.

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Sara De Bellis
Sara De Bellis
Giornalista e autrice, intreccia da sempre il racconto del cibo con quello dei luoghi e delle persone. Ha fondato Colazioni da Collezione®, guida e progetto editoriale dedicato all’arte dell’ospitalità e alla grande tavola della colazione italiana. Lavora tra narrazione, turismo esperienziale e cultura gastronomica, costruendo ponti tra territorio, bellezza e contemporaneità.

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