giovedì 8 Ottobre 2026
HomeLibri/cine/tvDa Pitagora a...

Da Pitagora a Gandhi. La lunga storia dell’idea vegetariana secondo Massimo Montanari

Nel nuovo libro di Massimo Montanari, la rinuncia alla carne attraversa religione, medicina, politica e filosofia, dall’India antica a Gandhi.

Rifiutare un pezzo di carne può significare cose molto diverse: può essere una prescrizione religiosa, una forma di disciplina del corpo, una scelta dettata dalla salute, una posizione morale nei confronti degli animali o perfino un gesto politico. È proprio dalla varietà, e spesso dalla contraddittorietà, di queste motivazioni che prende le mosse Massimo Montanari in L’idea vegetariana. Una storia in dieci quadri, pubblicato da Laterza, un libro che attraversa oltre duemila anni di storia senza cercare antenati illustri per il vegetarianesimo contemporaneo, ma ricostruendo piuttosto le ragioni che, in epoche e contesti diversi, hanno portato uomini e donne a escludere la carne dalla propria alimentazione.

Montanari, professore emerito di Storia medievale all’Università di Bologna e fra gli studiosi che più hanno contribuito a fare dell’alimentazione un oggetto della storia culturale, torna così su un terreno che gli è particolarmente congeniale: prendere qualcosa che siamo abituati a considerare naturale o immediato e mostrarne la stratificazione storica. Era già accaduto con Amaro. Un gusto italiano, di cui avevamo scritto, dove perfino la percezione di un sapore diventava comprensibile soltanto mettendo insieme abitudini, convenzioni e giudizi costruiti nel tempo. Con L’idea vegetariana l’oggetto è naturalmente più controverso, perché la rinuncia alla carne porta con sé un carico morale e politico che il gusto amaro non possiede, e che rende ancora più necessario distinguere pratiche apparentemente identiche nate da presupposti molto lontani.

Di Luigi Montanari – http://lanpartyimola.altervista.org/Massimo%20Montanari.jpg, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5222337

“Questo libro non vuole suggerire modelli o scelte di vita, ma racconta come sono maturate certe pratiche alimentari, e quali idee le hanno accompagnate“, precisa Montanari nelle prime pagine. La dichiarazione di metodo serve anche a evitare un equivoco piuttosto comune: leggere il passato attraverso le categorie (alimentari) del presente. Per buona parte della storia raccontata nel libro, infatti, il vegetariano nel senso moderno del termine non esiste ancora, mentre esistono persone, comunità religiose e correnti filosofiche che rinunciano alla carne per motivi che non sempre avrebbero qualcosa da spartire con quelli di chi oggi sceglie una dieta vegetale.

Per esempio, nell’India antica il principio dell’ahimsa, la non violenza verso gli esseri viventi, conduce nelle sue interpretazioni più rigorose a regolare con estrema attenzione ogni contatto con il mondo animale. Gli asceti giainisti arrivano a spazzare il terreno davanti ai propri passi per evitare di uccidere accidentalmente piccoli insetti, facendo della rinuncia alla violenza una pratica quotidiana portata fino alle sue conseguenze più minute. Nel mondo greco, è Pitagora il nome di uno dei dieci “quadri” di cui si compone il libro; attorno a lui la rinuncia alla carne si lega anche alla metempsicosi e dunque alla possibilità che un’anima umana trasmigri nel corpo di un animale. Non si tratta di un dettaglio marginale: se il confine tra uomo e animale può essere attraversato dall’anima, mangiare carne assume un significato completamente diverso. Queste pratiche erano abbastanza riconoscibili da diventare materiale per la commedia ateniese, dove i seguaci di Pitagora potevano essere presi in giro anche per le loro abitudini alimentari. È uno dei molti esempi con cui Montanari mostra quanto presto ciò che si mangia, o si decide di non mangiare, possa diventare un segno pubblico, capace di identificare un gruppo, distinguerlo dagli altri e renderlo oggetto di ammirazione o di scherno.

Il cristianesimo introduce un paradosso ancora più evidente. Rinunciare alla carne può essere una virtù perfettamente compatibile con l’ortodossia, purché quella rinuncia serva a disciplinare il corpo, contenere il desiderio e mortificare la carne nel senso teologico del termine. La stessa scelta diventa invece sospetta quando nasce dall’idea che uccidere gli animali sia in sé moralmente sbagliato. È il caso, fra gli altri, del catarismo, dove una pratica alimentare può trasformarsi agli occhi dell’autorità ecclesiastica in un indizio di eresia. Il comportamento esteriore rimane lo stesso, mentre cambia completamente il sistema di idee che lo sostiene: proprio questa distanza fra gesto e significato è uno dei fili che tengono insieme il libro.

Con l’età moderna il problema comincia progressivamente a uscire dal solo terreno religioso. La “dieta pitagorica” viene riletta anche in termini medici e fisiologici, e fra i personaggi più interessanti di questa storia compare Antonio Cocchi, medico mugellano del Settecento, che recupera la tradizione vegetariana liberandola da buona parte delle sue implicazioni metafisiche. Per Cocchi una dieta priva di carne può essere salutare e, soprattutto, non deve necessariamente avere il carattere punitivo dell’ascesi. Montanari insiste su questo aspetto perché smentisce un’associazione destinata a riaffacciarsi più volte nella storia occidentale, quella fra alimentazione sana e mortificazione del piacere.
Il confronto con John Harvey Kellogg, il medico americano legato alla nascita dei corn flakes, rende bene la distanza. Nell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento Kellogg inserisce infatti l’alimentazione vegetariana in un progetto molto più severo di controllo delle passioni corporee e della sessualità, nel quale anche la scarsa attrattiva del cibo assume una funzione precisa. A distanza di un secolo, due concezioni della dieta vegetale che potrebbero sembrare simili rivelano dunque finalità quasi opposte: per l’uno può essere compatibile con il piacere della tavola, per l’altro deve contribuire a tenere a bada il corpo.

La rinuncia alla carne acquista nel frattempo anche un significato sociale e politico. Nell’Inghilterra del Seicento, soprattutto negli ambienti radicali dei Diggers e di altri movimenti egualitari, il consumo di carne può essere letto come uno dei simboli materiali del privilegio, insieme alla proprietà della terra e all’ostentazione del lusso. Il dominio sugli animali e quello esercitato sui poveri finiscono talvolta nello stesso discorso, in una critica dell’ordine sociale che passa anche attraverso ciò che compare sulla tavola. Nei secoli successivi il nesso viene ripreso in forme diverse da una parte del movimento suffragista e delle campagne contro la vivisezione, dove la violenza esercitata sugli animali viene accostata ai rapporti di potere fra uomini e donne.

Tornando in India, il libro mostra come il rapporto di Gandhi con il vegetarianesimo nasce da una storia meno lineare di quanto la successiva costruzione del personaggio potrebbe far pensare. Quando si trasferisce a Londra nel 1888 per studiare legge, la rinuncia alla carne deriva anzitutto dalla promessa fatta alla madre prima della partenza. In una città nella quale mantenere quell’impegno non è sempre semplice, Gandhi comincia a frequentare ristoranti vegetariani, entra in contatto con la Vegetarian Society e incontra un ambiente culturale nel quale una regola familiare può essere discussa in termini etici e filosofici. Quella scelta, inizialmente osservata quasi per obbedienza, viene progressivamente incorporata in una riflessione più ampia sulla non violenza e sull’autodisciplina che avrà conseguenze ben oltre l’alimentazione.

Per orientarsi in questa successione di motivazioni Montanari propone una distinzione fra ragioni “estroverse”, rivolte verso ciò che sta fuori dall’individuo, come il rispetto degli animali, la non violenza, l’uguaglianza sociale o l’equilibrio ambientale, e ragioni “introverse”, che riguardano invece il soggetto, la sua salute, la disciplina del corpo, la salvezza spirituale e anche il piacere. Non è però una classificazione rigida, perché gli argomenti si sovrappongono continuamente e spesso si rafforzano a vicenda. “I perché sono tanti e si rincorrono, si mescolano, interagiscono. La sfida di questo libro è stata quella di isolare i singoli perché, provando a mettere ordine in un complesso di argomentazioni che in realtà tendono a funzionare insieme“, scrive lo storico.

Questa sovrapposizione è probabilmente la parte più utile del libro, perché impedisce di raccontare il vegetarianesimo come una linea continua che parte da Pitagora e arriva senza scosse al veganismo contemporaneo. Dietro la rinuncia alla carne si sono accumulati, al contrario, sistemi morali, teologie, teorie mediche, progetti politici e semplici preferenze gastronomiche che soltanto in alcuni momenti si sono incontrati. Un monaco medievale, un medico illuminista, un suffragista dell’Ottocento e un animalista contemporaneo possono compiere la stessa scelta alimentare senza attribuirle lo stesso significato.

Se Feuerbach condensava in “l’uomo è ciò che mangia” il rapporto fra alimentazione e condizione umana, il libro di Montanari mostra che anche ciò che si decide di non mangiare può essere altrettanto rivelatore. Non perché esista un significato universale della rinuncia alla carne, ma precisamente per il motivo opposto: perché ogni società ha trovato ragioni diverse per farlo, e in quelle ragioni ha lasciato una traccia delle proprie idee sul corpo, sugli animali, sulla salute, sul piacere e sul potere.

Segui Il Forchettiere su Google
Aggiungi Il Forchettiere alle tue fonti preferite per trovare più facilmente i nostri articoli nelle Notizie principali di Google.

Rimani aggiornato: iscriviti!

Emiliano Wass
Emiliano Wass
Antropologo, docente universitario, consulente editoriale, traduttore e curatore. giornalista pubblicista. All'enogastronomia arriva dall'antropologia, convinto che il cibo sia l'unico vero elemento identitario delle persone. Ha svolto lavoro di campo in Messico, occupandosi di diritti e tradizioni indigene. Ha scritto su Finzioni, Doppiozero, Scrivo.me, Distillerie.it, FirenzeToday.

ARTICOLI SIMILI

Nel ristorante stellato Casa Mazzucchelli a Sasso Marconi (Bologna) il grano resta ma non è più un vincolo: Aurora e Massimo Mazzucchelli aprono una nuova stagione al vegetale, senza rinunciare ai piatti-manifesto che hanno costruito la storia del ristorante. Così ananas, tortelli, maccheroni e “La Colazione” raccontano un’idea di cucina in continua evoluzione

DELLO STESSO AUTORE

Continua a leggere

Cambiare senza tradire: a Casa Mazzucchelli la tradizione non sta mai ferma

Nel ristorante stellato Casa Mazzucchelli a Sasso Marconi (Bologna) il grano resta ma non è più un vincolo: Aurora e Massimo Mazzucchelli aprono una nuova stagione al vegetale, senza rinunciare ai piatti-manifesto che hanno costruito la storia del ristorante. Così ananas, tortelli, maccheroni e “La Colazione” raccontano un’idea di cucina in continua evoluzione

Gellivs, a tavola dentro 2.000 anni di storia: la cucina di Alessandro Breda

In Italia si può mangiare bene in tanti posti. Ma soltanto da Gellivs a Oderzo (Treviso) capita di cenare letteralmente sopra duemila anni di storia, alla corte dello chef Alessandro Breda. Ecco la storia dell'unico ristorante stellato al mondo che sorge all'interno di un sito archeologico

Abbiamo provato in anteprima La Milagrosa, la nuova taquería di Firenze

Per ragioni biografiche sono particolarmente legato al Messico, alla sua cultura e alla sua gastronomia: è per questo che accolgo con estrema felicità l’apertura di una nuova taquería, seppur questo avvenga all’interno del Mercato Centrale. Dico "seppur" perché si...