Non sono frequenti, i casi in cui raccontando un locale tocca tirare in ballo una tra le più note commedie di William Shakespeare, ma in merito al cambio di gestione gastronomica in seno al bistrò di Palazzo Strozzi a Firenze ci si può spingere a questo livello. Ciò, almeno, è il risultato dello stridente confronto tra il battage mediatico per la “firma” dello chef Tommaso Arrigoni (già anima di Innocenti Evasioni a Milano) e l’effettiva portata del cambiamento annunciato in riva all’Arno.

Un breve antefatto: in omaggio a un sempre meno inusuale connubio tra arte e gastronomia, al termine dei lavori di restyling la Fondazione Palazzo Strozzi ha deciso di riaprire il suo bistrot chiamando Arrigoni a replicare – spiega lo chef a CiboToday – la formula della Rotonda della Besana (medesima proprietà del bistrot fiorentino), ossia una proposta culinaria che sia semplice da comprendere e gestire all’interno degli spazi di un museo, con un tocco di tradizionale regionale.

Ma al netto dell’offerta della colazione, con i pancake al mirtillo a fare da unica novità cromatica degna di nota, il menù alla carta del Bistrò di Palazzo Strozzi si riduce ad essere un omaggio – l’ennesimo, in una città sempre in bilico tra cedere alle tentazioni di scoprirsi una Disneyland e mantenere la propria identità – ai classici della cucina toscana. In altre parole, una carta con piatti che vogliono valorizzare le materie prime e le ricette tipiche locali, come se buona parte di ciò non fosse già nella mission di un qualsiasi dignitoso ristorante (trovatemene uno che asserisca di voler penalizzare le materie prime, o che non intenda minimamente attingere dalla ricchissima tradizione del territorio).

In linea con l’ormai abusato mantra del “mix di tradizione e innovazione”, nel menu del Bistrò di Palazzo Strozzi figurano così piatti come il patè di fegatini con crostone e gelatina al vin santo, l’uovo cotto a bassa temperatura con cremoso di capra, zucchine, pesto di basilico e pane affumicato, gli immancabili pici al ragù (foto in basso) e una variante del vitello tonnato, ossia il magatello di vitello al punto rosa con capperi, salsa tonnata e sedano ghiaccio (foto in alto).

Insomma, serviva uno chef come Tommaso Arrigoni per preparare pici al ragù o patè di fegatini? E ancora: Gnocchi di patate al triplo pomodoro e basilico, l’hamburger, le acciughe del Cantabrico (mare che ormai sarà ridotto a un deserto ittico, vista la frequenza con cui si trovano nei menù a ogni latitudine….) e una verticale di pecorino, miele, confettura e pane tostato.

Tutto buonissimo, non lo mettiamo in dubbio, e in un contesto sicuramente gradevole. Ma valeva la pena chiamare a raccolta la stampa nazionale di settore – e solo quella, peraltro – per raccontare un bistrò con una proposta gastronomica tutto sommato non dissimile da qualcosa già visto e rivisto? “Il menù cambierà e sarà integrato con ulteriori piatti in occasione delle prossime mostre” ci dicono dallo Strozzi Bistrò. Ma intanto la grancassa mediatica è partita, con selezionate firme nobili scese in riva all’Arno per raccontare del patè di fegatini e dei pici al ragù. Tanto rumore per (quasi) nulla, quindi.

