domenica 25 Ottobre 2026
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Fabio Ciconte – Il cibo è politica

Perché il cambiamento non inizia dal carrello della spesa

Fabio Ciconte, scrittore, attivista esperto di filiere alimentari, co-fondatore e direttore generale dell’associazione Terra! nel suo libro Il cibo è politica (Einaudi, collana Vele, 13€) smonta con lucidità uno dei miti più radicati del nostro tempo: l’idea che la salvezza del pianeta passi attraverso le scelte individuali dei consumatori. Con una prosa diretta e un’analisi documentata, Ciconte ci mostra passo dopo passo le contraddizioni del sistema alimentare globale, dimostrando come la retorica del “consumatore consapevole” sia non solo inefficace, ma persino controproducente. Perché? Perché ci illude di avere il controllo mentre distoglie l’attenzione dai veri responsabili: la politica e il mercato.

L’inganno del consumatore consapevole

Il libro si apre con una domanda provocatoria: “Cosa posso fare come consumatore?”. Per anni, questa è stata la domanda chiave di ogni dibattito sulla sostenibilità. Mangia meno carne, compra biologico, riduci gli sprechi, usa la borraccia. Eppure, nonostante i nostri sforzi, la crisi climatica peggiora, gli allevamenti intensivi aumentano, lo sfruttamento del lavoro persiste e la biodiversità collassa. Come mai?

Ciconte risponde senza mezzi termini: perché abbiamo delegato alla responsabilità individuale un problema sistemico. Il mito del consumatore consapevole è un’arma a doppio taglio. Da un lato, ci fa sentire in colpa quando cediamo alla comodità di un’insalata in busta o a un’offerta al supermercato; dall’altro, ci distrae dal fatto che il vero potere di cambiare le cose non sta nelle nostre mani, ma in quelle di chi decide le politiche agricole, i sussidi alle multinazionali, le regole del commercio globale.

Mentre noi ci affanniamo a scegliere il caffè equo e solidale, il 70% delle emissioni globali è ancora prodotto da un centinaio di corporation. Mentre rinunciamo alla plastica, le lobby dell’agroindustria ottengono deroghe alle direttive europee sui pesticidi. E mentre ci illudiamo che il “voto col portafoglio” sia rivoluzionario, i supermercati continuano a schiacciare i piccoli produttori con le aste al ribasso.

Il paradosso del prezzo: troppo caro per noi, troppo basso per chi lo produce

Uno dei capitoli più illuminanti del libro è quello dedicato al prezzo del cibo. Ciconte spiega come il sistema alimentare sia costruito su una contraddizione insostenibile: il cibo costa troppo per chi lo compra e troppo poco per chi lo produce.

Da un lato, milioni di persone faticano a permettersi una spesa dignitosa, attratte dalle promozioni dei discount. Dall’altro, gli agricoltori ricevono briciole: su 100 euro spesi al supermercato, solo 1,5 vanno a chi lavora la terra. Il resto finisce nella logistica e nei margini della grande distribuzione. Eppure, se pagassimo il vero costo del cibo – includendo l’impatto ambientale, le esternalità sociali e il giusto compenso per i lavoratori – una bistecca dovrebbe costare il doppio. Ma chi può permetterselo?

Questa spirale perversa è alimentata da un modello che premia chi vende a meno e schiaccia chi produce. Ciconte racconta come le aste al doppio ribasso (pratica oggi vietata, ma non del tutto scomparsa) costringessero i fornitori a svendere i prodotti, spingendo gli agricoltori a tagliare i costi, spesso a scapito dei braccianti. Il risultato? Il caporalato non è un’eccezione, ma la logica conseguenza di un sistema che chiede prezzi irrealistici.

Greenwashing e l’ipocrisia delle aziende “sostenibili”

Un altro tema centrale è il greenwashing, l’arte di tingersi di verde senza cambiare davvero. Ciconte smaschera le strategie delle multinazionali che, mentre pubblicizzano imballaggi “eco-friendly”, finanziano lobby per bloccare le normative ambientali.

Prendiamo (ma qui è gioco facile) McDonald’s: organizza giornate di pulizia ambientale, ma resta uno dei maggiori promotori di carne industriale. O la Nike, che fa campagne contro il razzismo ma produce in fabbriche con condizioni di lavoro disumane. Il capitalismo ha capito da tempo che la sostenibilità vende.

La soluzione? Azione collettiva, non scelte individuali

Dopo aver demolito il mito del consumatore consapevole, Ciconte indica una strada alternativa: la politica. Perché il cibo è, appunto, politica. E non ha timore di indicare alcune proposte concrete: in primo luogo salari dignitosi. Non si può chiedere alla gente di spendere di più per il cibo equo se gli stipendi sono fermi da decenni. La battaglia per il salario minimo è anche una battaglia ecologista, a cui si accompagna quella per dei prezzi giusti: servono regole che impediscano alla grande distribuzione di schiacciare i produttori. Ciconte insiste poi su un tema caro agli animalisti: una moratoria sugli allevamenti intensivi: ridurre la produzione di carne è necessario, ma deve essere una scelta politica, non un peso lasciato ai singoli. Infine, la lotta al greenwashing e la trasparenza obbligatoria su costi ambientali e sociali dei prodotti.

Il libro, dunque, non è un invito alla rassegnazione. Al contrario, è un appello a riappropriarci della nostra agency collettiva. Smettiamo di definirci “consumatori” e torniamo a essere cittadini. Pretendiamo leggi che regolino il mercato, invece di illuderci che basti cambiare dieta. Il cibo è politica non è solo un saggio: è quasi un manifesto. Perché il cibo, come la democrazia, è una questione troppo importante per lasciarla al mercato.

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Emiliano Wass
Emiliano Wass
Antropologo, docente universitario, consulente editoriale, traduttore e curatore. giornalista pubblicista. All'enogastronomia arriva dall'antropologia, convinto che il cibo sia l'unico vero elemento identitario delle persone. Ha svolto lavoro di campo in Messico, occupandosi di diritti e tradizioni indigene. Ha scritto su Finzioni, Doppiozero, Scrivo.me, Distillerie.it, FirenzeToday.

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