domenica 25 Ottobre 2026
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Mangiar bene in Casentino: il ristorante Kaymà unisce Toscana e Giappone

All'interno del boutique hotel con Spa "Via Roma 33" a Pratovecchio, in Casentino, lo chef giapponese Takuya Sato celebra il territorio con un menù local ricco di dettagli internazionali

Sul modo in cui in Italia la ristorazione d’hotel si è ormai affrancata dai legacci che la relegavano a un livello qualitativamente inferiore rispetto a quella convenzionale sono stati già versati fiumi d’inchiostro. Così come è stato sdoganato il concetto che una piacevole cucina – soprattutto quella più vicina alle istanze salutiste – possa trovare posto all’interno delle Spa.

In Toscana, la triangolazione tra hotellerie, Spa e cucina vede una felice sintesi nel luogo in cui meno è lecito aspettarselo: non nelle aree più glamour del Granducato, e nemmeno in quelle più vocate al turismo wellness, bensì in un territorio che normalmente viene menzionato per la tranquillità e la natura incontaminata.

È nel cuore verde dell’alto Casentino, a Pratovecchio Stia, che sorge il Kaymà Lounge Bar & Restaurant, all’interno del boutique hotel ViaRoma33. Inserita in un contesto urbano ma senza perdere di vista il suo mood rurale, la struttura – creata nel 2022 da una coppia straniera innamoratasi della zona – unisce l’intimità di un boutique hotel a un’offerta gastronomica “alta” e a un’idea di benessere rigenerante. Ancora poco conosciuta, è una destinazione ideale per chi cerca relax, bellezza e autenticità, circondato dalla natura del Casentino.

L’hotel in cui si trova il Kaymà – il ViaRoma33, 4 stelle superior, con 18 suite, due family room e una suite presidenziale, diretto da Sofia Gerini – è un perfetto equilibrio tra estetica contemporanea e calore toscano: le camere, tutte diverse tra loro, accolgono l’ospite con arredi curati, materiali naturali e viste mozzafiato sui boschi e sui tetti del paese. Comfort senza ostentazioni, dove l’eleganza si esprime nella semplicità.

Al piano terra si trova invece una spa intima e raffinata, pensata come un percorso sensoriale che dialoga con l’ambiente circostante: sauna panoramica, bagno turco, docce emozionali e una vasca esterna riscaldata si alternano in uno spazio adults only dove il silenzio è protagonista. I trattamenti proposti, realizzati con prodotti naturali, si ispirano ai ritmi e ai profumi del bosco, regalando momenti di relax e connessione con se stessi.

ph. Luca Managlia e Mavi Gracci

Ma è la cucina del Kaymà, la vera sorpresa: se fino all’anno scorso ai fornelli c’era lo chef israeliano Erez Ohayon, da qualche tempo gli è subentrato lo chef giapponese Takuya Sato, classe ’88, con alle spalle esperienze con nomi piuttosto noti sia nel panorama toscano (su tutti il bistellato Rocco De Santis e Simone Cipriani) sia in quello nazionale, al Reale di Niko Romito.

È lui, con una brigata di 5 persone, a gestire la cucina del Kaymà – il cui nome significa “sostenibilità” in arabo – partendo dalle materie prime del territorio. A ben vedere, infatti, tanto nel menù alla carta quanto nei due percorsi degustazione – sei portate a 75 euro, oppure l’opzione vegana con cinque corse a 60 euro – sono presenti richiami agli ingredienti di zona, come i tagli di quinto quarto (capaccia, lingua) presenti nel tagliere, la versione local del cacciucco che accompagna gli spaghetti, il tortello al vino rosso o la trota del Casentino servita con fagiolini e menta.

ph. Luca Managlia e Mavi Gracci

Da lì, a cerchi concentrici, lo sguardo di Takuya Sato si allarga alla Toscana tout court – con il piccione, i fegatini di pollo o gli gnudi – fino ad abbracciare piatti di ispirazione internazionale, con tocchi asiatici. Pensiamo alla sua personale interpretazione dell’involtino primavera cinese o alla prugna fermentata (l’Umeboshi giapponese) protagonista di quello che ad oggi rappresenta il suo signature più riuscito.

ph. Luca Managlia e Mavi Gracci

Parliamo del suo Risotto con sambudello (salsiccia locale a base di quinto quarto), carabaccia (l’antica zuppa di cipolle toscana) e – per l’appunto – la prugna fermentata. Si tratta di un piatto pieno, elegante, equilibrato, in cui il contrasto tra la dolcezza della cipolla e l’acidità dell’umeboshi viene esaltato dalle note aromatiche del sambudello, che aggiungono una piacevole texture all’intero piatto.

ph. Luca Managlia e Mavi Gracci

Altri tocchi personali che richiamano le origini dello chef si ritrovano nel pane, in cui viene inserita una crema di riso che gli dona morbidezza e un colore bianco intenso. L’Umami è invece ben presente nel suo Raviolone di patate con lardo (servito a forma di musetto di maialino, altra chicca made in Japan), prezzemolo e un brodo realizzato con funghi e bucce di patate bruciate.

ph. Luca Managlia e Mavi Gracci

La filiera corta è evidente ancora nella scelta del vino – nella cantina a vista si trovano chicche come il Pinot nero del Casentino, che in appena 15 anni ha visto sbocciare quasi trenta produttori ed è oggi alla ricerca della denominazione – e nella carne: tra i secondi piatti del Kaymà c’è infatti un Manzo stagionato cinque mesi (tre dal produttore, ovviamente local, più due nella dispensa di Takuya) accompagnato da un fondo intenso a base di cioccolato e da un mix di peperone e bergamotto.

A sinistra il banco bar, a destra la cantina a vista

Completa l’offerta del Kaymà il Lounge Bar: un grande bancone ad anello con una ventina di posti e sgabelli, in cui ci si può rilassare sperimentando le creazioni del mixologist (nonché restaurant manager) Jacopo Rialti Francalanci. Ogni cocktail è frutto di ricerca e viene accompagnato da un carnet di sfiziose tapas, anch’esse profondamente legate alle origini giapponesi di Takuya Sato.

ph. Luca Managlia e Mavi Gracci

In un territorio che nel raggio di parecchi chilometri esprime appena una manciata di ristoranti di alta qualità vocati alla contemporaneità – in primis il Borro di Andrea Campani e il Mater di Filippo Baroni – il Kaymà rappresenta una cucina da visitare, all’interno di una destinazione che fornisce un’esperienza completa di armonia, gusto e bellezza. Perfetto per una fuga romantica, un weekend di rigenerazione o una pausa consapevole nel cuore della Toscana meno conosciuta, ma tutta da vivere.

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Marco Gemelli
Marco Gemelli
Marco Gemelli, classe ’78, giornalista professionista dal 2007. Dopo anni come redattore ordinario al quotidiano Il Giornale della Toscana, dove si è occupato di cronaca bianca e nera, inchieste, scuola e università, economia, turismo, moda ed enogastronomia, è passato alla libera professione. Oggi collabora con diverse testate online e cartacee, tra cui Il Giornale, Wine & Travel, Food & Wine. È membro della World Gourmet Society, nonché corrispondente italiano per Lust Auf Italien.

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