(Quasi) tutti sappiamo come indicare al cameriere che abbiamo finito di mangiare. Ma c’è di più, nel linguaggio segreto delle posate. Ecco spiegato come e perché esistono questi codici

di Andrea Meneghel

Osservo con gioia in questo periodo caliginoso che un pubblico sempre crescente sta riscoprendo interesse per le vecchie abitudini del bon ton, talvolta in veste di utile precettistica per ogni contesto, talaltra interpretate in chiave erudita. Il galateo piace perché offre soluzioni semplici a problemi che talvolta sfiorano un non trascurabile livello di complessità e sottigliezza. Ogni gesto di eleganza nasce da un’esigenza reale: trovare una conciliazione fra praticità e bellezza. Per questo l’eleganza è anche, e sempre, questione di semplicità.

Il problema da cui sono partito per scrivere questo articolo è il seguente: come gestire con naturalezza le posate durante il pasto? Prima di cominciare, sia notato che Giovanni della Casa non ci aiuta in questo contesto. Salvo la raccomandazione di non gironzolare con lo stuzzicadenti appeso al collo, come facevano alcuni galantuomini della sua epoca, o grattarsi l’orecchio con la forchetta e altre squisitezze simili, il suo Galateo non tratta il linguaggio delle posate. Molto meglio affidarsi alla contessa Barbara Ronchi della Rocca, esperta di galateo e consulente presso il Quirinale, la quale nel suo dotto libro Si fa, non si fa espone con piacevolissimo stile certe regole più aggiornate dettate da semplice buon senso. Se è educato si fa, se non è educato non si fa. Chiusa questa parentesi, cominciamo.

Partiamo con poche raccomandazioni sempreverdi: sarebbe meglio ricorrere ai segnali più spiccati, quindi quelli diversi dai comuni “sto facendo una pausa” e “ho finito la portata”, solo in caso di reale necessità. Non si devono comporre sul piatto enigmi tali che il nostro cameriere debba chiamare la tebana Sfinge per indovinarli, e nemmeno è bello usarne troppi, quasi si volesse tenere impegnato un uomo che sta svolgendo il proprio lavoro in una chiacchierata con le stoviglie. Una volta che hanno toccato cibo, le posate non possono più essere riadagiate sulla tovaglia, per l’ovvia ragione di evitare macchie; per lo stesso motivo, si farà in modo di tenerne le estremità gocciolanti di sughi dentro il piatto quando le si posa. Vietatissimo leccarle per “pulirle” e pensare di poterle così appoggiare nuovamente sul tavolo o sul tovagliolo. Se il piatto è scomodo da portare via per il cameriere, significa che deve rimanere dov’è; se è comodo può essere portato via. Il modo migliore per rendere disagevole la presa è posizionare i rebbi della forchetta all’ingiù, così da aspettarsi che sia instabile qualora il piatto fosse sollevato.

linguaggio segreto delle posate

Per indicare che si sta facendo una pausa fra un boccone e l’altro, magari per godere un po’ di conversazione con i vicini o quando si è prossimi a prendere l’acqua, si possono mettere entrambe le posate nel piatto poggiando la parte dell’impugnatura presso le ore 4 (il coltello, se non siete mancini) e le ore 8 (la forchetta), con la punta rivolta in avanti a formare un triangolo senza la base.

Quando si è ospiti presso amici è caldamente sconsigliato lasciare avanzi nel piatto – a meno di una soverchiante sovrabbondanza delle dosi – mentre al ristorante ciò è perfettamente lecito, anzi non è considerato galante pulire a specchio la portata. Così, per comunicare che si ha terminato di mangiare, si possono comporre le posate parallele dentro il piatto con le punte che segnano il mezzogiorno preciso (o la mezzanotte, se vi pare). Ci si può anche limitare, come spiegavo sopra, a una posizione comoda per chi dovrà prendere il piatto.

Alcuni articoli sul linguaggio segreto delle posate menzionano una stravagante posizione a forma di croce, con le posate disposte perpendicolari una sopra l’altra: segnale che si è pronti per la portata successiva ma che non si vuole ancora terminare il pasto. Pare derivi da una usanza americana, poco in voga qui da noi. Io personalmente converrei di non usarla, anche perché non ho mai visto farlo e, a occhio, mi sembra di cattivo gusto: ricorda una croce, appunto.

Per rendere noto l’apprezzamento di una pietanza, il modo migliore è sistemare le posate affiancate in diagonale. Possono puntare le dieci e cinquanta, le due e dieci o la mia preferita, le quattro e venti, purché siano parallele e poste in ben in vista sul piatto vuoto. Ammessa anche la variante delle posate trasversali (alle tre e un quarto, diciamo). Sottolineo che è un gesto da usare raramente, perché prezioso; il colpo di classe è concedere anche una mancia al cameriere – rigorosamente a fine pasto – per sottolineare doppiamente il proprio convinto gradimento.

linguaggio segreto delle posate

All’opposto, l’indizio che farà capire che il cibo non ha incontrato il gusto o ha recato noia per qualche ragione (carne poco cotta, uova sode con colorazione verde, piatto sporco, verdure scondite) contiene un solo elemento sempre ricorrente: l’incrociarsi di forchetta e coltello. Possono stare accavallate su un bordo, formare una “X” o anche solo evidenziare la lama incastrata nei rebbi della forchetta. L’impressione che riceverà chi si prenderà cura del piatto è quella di un dettaglio fuori posto, così come era fuori posto il particolare vizioso nel cibo servito. Potrebbe sembrare scontato dirlo, ma per coerenza si suggerisce di non finire la portata se si vuole dare questo messaggio.

linguaggio segreto delle posate

Quindi il linguaggio segreto delle posate è tutto qui. Quattro semplici segnali: pausa, ho finito, buono e non buono. Conosciuti, basterà un po’ di accortezza per cavarsela egregiamente anche in un contesto formale. Se avverrà di impararne altri con l’esperienza, ciò spero si rilevi utile per integrare una base già solida.

Rispondi