domenica 25 Ottobre 2026
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Doggy bag al ristorante: cortesia, diritto o obbligo?

In Italia il cliente può già chiedere di portare via il cibo non consumato, ma per i ristoratori non esiste ancora un obbligo generalizzato

Portare a casa il cibo non consumato al ristorante non è più soltanto una questione di buone maniere, né una consuetudine importata dai Paesi anglosassoni. Sempre più spesso, la cosiddetta doggy bag viene trattata come uno strumento concreto contro lo spreco alimentare: una pratica semplice, apparentemente marginale, che però intercetta temi molto più ampi, dalla sostenibilità ambientale alla responsabilità dei pubblici esercizi, fino ai diritti del consumatore. La domanda, allora, è meno banale di quanto sembri: il cliente può chiedere di portare via ciò che non ha consumato? E il ristoratore è obbligato a metterlo nelle condizioni di farlo?

In Italia, ad oggi, non esiste ancora un obbligo generalizzato per i ristoranti di fornire la doggy bag. La richiesta del cliente, però, non può essere considerata strana, sconveniente o fuori luogo. Anzi, il percorso normativo e culturale degli ultimi anni va chiaramente nella direzione opposta: recuperare il cibo avanzato è una pratica legittima, socialmente accettabile e coerente con le politiche di riduzione dello spreco.

Un primo passaggio importante è arrivato dalla giurisprudenza: nel 2014 la Corte di Cassazione ha riconosciuto che chiedere di farsi confezionare gli avanzi rientra tra i comportamenti leciti e conformi alle normali regole di convivenza. In altre parole, il cliente che chiede di portare via ciò che ha ordinato e pagato non sta facendo una richiesta bizzarra: sta esercitando una facoltà del tutto ragionevole.

Il quadro si è poi rafforzato con la legge n. 166 del 2016, conosciuta come Legge Gadda, nata per favorire la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale e per limitare gli sprechi. La norma non si occupa soltanto del singolo cliente al ristorante, ma inserisce il tema in una politica più ampia: semplificare il recupero delle eccedenze, incentivare le donazioni agli enti del terzo settore e promuovere comportamenti più responsabili lungo tutta la filiera alimentare. La Legge Gadda ha anche previsto la possibilità, per i Comuni, di applicare riduzioni della tassa sui rifiuti alle utenze non domestiche che cedono gratuitamente beni alimentari agli indigenti, a condizione che tali cessioni siano documentate. Inoltre, ha aperto alla possibilità che gli enti locali promuovano iniziative e accordi per favorire l’uso di contenitori idonei, anche biodegradabili o riciclabili, da destinare all’asporto del cibo non consumato.

Il tema, dunque, non riguarda soltanto il gesto individuale del cliente che porta a casa mezza pizza o una porzione rimasta nel piatto. Riguarda un cambio di mentalità: il cibo servito e non consumato non dovrebbe essere automaticamente considerato rifiuto. Può ancora avere valore, purché venga gestito nel rispetto delle regole igienico-sanitarie.

Il contrasto allo spreco alimentare è entrato anche in strumenti più recenti di natura sociale. Con la legge di Bilancio 2023 è stato istituito il Fondo per la sperimentazione del reddito alimentare, poi disciplinato dal decreto attuativo del Ministero del Lavoro. Il meccanismo prevede la distribuzione gratuita di prodotti invenduti della filiera alimentare a persone in condizioni di grave povertà, con il coinvolgimento degli enti del terzo settore. Anche qui la logica è la stessa: ridurre lo spreco e, allo stesso tempo, trasformare le eccedenze in una risorsa sociale.

Il fronte più vicino alla ristorazione, però, è quello della proposta di legge presentata alla Camera nel gennaio 2024. Il testo punta a introdurre anche in Italia un obbligo specifico per gli esercizi di ristorazione: mettere a disposizione dei clienti contenitori idonei per portare via alimenti e bevande non consumati sul posto. La proposta prevede contenitori biodegradabili, riutilizzabili o riciclabili e sanzioni amministrative in caso di inadempimento. È importante chiarire un punto: se la proposta venisse approvata, l’obbligo non ricadrebbe sul cliente. Nessuno sarebbe costretto a chiedere la doggy bag, né a portare via gli avanzi. La facoltà resterebbe del consumatore. L’eventuale obbligo riguarderebbe invece il ristoratore, che dovrebbe essere in grado di fornire un contenitore adatto quando il cliente ne fa richiesta. La proposta contempla anche la possibilità che sia il cliente a utilizzare un proprio contenitore, purché conforme ai requisiti igienico-sanitari. In quel caso, però, si aprirebbe un tema delicato: chi valuta l’idoneità del contenitore? Il ristoratore potrebbe rifiutarlo se lo ritiene non adeguato, proponendo eventualmente un contenitore proprio. È un dettaglio pratico, ma non secondario, perché il confine tra diritto del cliente, responsabilità dell’esercente e sicurezza alimentare va gestito con attenzione.

Nel frattempo, altri Paesi europei si sono già mossi con maggiore decisione. In Francia, la doggy bag è stata progressivamente normalizzata anche attraverso obblighi a carico della ristorazione. In Spagna, la normativa si è spinta oltre, prevedendo non solo la disponibilità dei contenitori su richiesta, ma anche l’obbligo di informare i clienti della possibilità di portare via il cibo non consumato. Il messaggio è chiaro: per ridurre davvero lo spreco non basta rendere la pratica possibile, bisogna anche renderla visibile e culturalmente accettata.

Ed è proprio questo il punto più interessante. In Italia, il principale ostacolo alla doggy bag non è soltanto normativo, ma culturale. Molti clienti continuano a percepire la richiesta come un gesto imbarazzante, quasi una caduta di stile. Al contrario, una regolazione più chiara potrebbe contribuire a cambiare il significato del gesto: non più “chiedere gli avanzi”, ma recuperare responsabilmente un cibo già preparato, già pagato e ancora perfettamente consumabile.

Naturalmente, per i ristoratori non sarebbe una misura a costo zero. Rendere disponibile la doggy bag significa acquistare contenitori, conservarli correttamente, gestire un servizio in più e formare il personale perché la pratica venga proposta o accolta senza improvvisazione. Una parte di questi costi potrebbe riflettersi sui prezzi, oppure essere assorbita nell’organizzazione generale del locale. Ma è difficile ignorare che la ristorazione contemporanea è sempre più chiamata a misurarsi anche con questo tipo di responsabilità.

Al momento, quindi, la risposta è questa: in Italia il cliente può legittimamente chiedere di portare via il cibo non consumato, ma il ristoratore non è ancora soggetto a un obbligo generalizzato di fornire la doggy bag. Se la proposta di legge attualmente all’esame del Parlamento dovesse essere approvata, lo scenario cambierebbe: i pubblici esercizi dovrebbero attrezzarsi e la doggy bag entrerebbe stabilmente tra i servizi ordinari della ristorazione.

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Alessandro Klun
Alessandro Klun
Alessandro Klun è un giurista specializzato nel settore della normativa legata alla ristorazione, con più di dieci anni di attività professionale in questo ambito. Si occupa di divulgazione giuridica applicata al mondo food ed è conosciuto per il progetto social A Cena con Diritto, una pagina su Instagram dedicata a chiarire in modo semplice e accessibile le regole che disciplinano l’attività di somministrazione, rivolta sia agli operatori del settore sia agli appassionati di cucina. È inoltre autore del volume A cena con Diritto, pubblicato dalla casa editrice Dario Flaccovio Editore.

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