Se ti dò il pane tu che mi dai? verrebbe da dire, parafrasando una brillante canzone del primo Renato Zero. Beh, un pacco di pasta “vale” una bottiglia d’olio, una confezione di riso equivale a un barattolo di pomodoro, una lattina di kombucha viene scambiata con un pacco di taralli o una confezione di sottaceti. È il baratto, la più antica forma di commercio che l’umanità abbia conosciuto, stavolta portata nella contemporaneità e applicata alle fiere dell’agroalimentare e ai loro protagonisti, gli espositori. Sono gli scambi dell’ultimo giorno se non addirittura dell’ultima ora, un modus operandi che ormai al Taste – il salone fiorentino del gusto, la cui 19° edizione è andata in archivio con successo la settimana scorsa – è diventata una prassi usuale, ben tollerata dall’organizzazione e dagli stessi produttori.

Vale tuttavia la pena approfondire la questione, poiché ridurre il fenomeno a un sempllce do ut des potrebbe essere decisamente riduttivo. In un contesto dominato da tre giorni fitti di contatti, assaggi, strette di mano, scambio di biglietti da visita, esibizione di listini e trattative più o meno strutturate, lo scambio diretto di prodotti rappresenta una forma parallela di “economia relazionale” che tra gli stand della Fortezza da Basso continua a prosperare, proprio come accadeva – seppur con meno frequenza – già ai tempi della Leopolda.

In fondo, il baratto tra stand nelle manifestazioni enogastronomiche nasce in modo assolutamente spontaneo: un produttore di formaggi artigianali offre una selezione delle proprie stagionature a un’azienda di conserve in cambio di sottoli gourmet; un torrefattore scambia caffè specialty con un pasticcere per arricchire l’offerta in negozio (più difficile attuare degustazioni combinate nei rispettivi stand); un birrificio artigianale fornisce un bicchiere di Lager o Ipa a fronte di snack ad alto potenziale di ‘match’ brassicolo. Non si tratta quasi mai di convenienza economica – quanto vale ciò che offro rispetto a ciò che chiedo in cambio, per intendersi – bensì della costruzione di relazioni.

Il primo tipo di baratto nelle manifestazioni enogastronomiche è quindi quello realizzato per complementarità merceologica, con lo scopo di “testarsi” a vicenda e magari scoprire che esiste spazio per sinergie, partnership, co-branding o collaborazioni. C’è poi un baratto dovuto alla vicinanza logistica tra stand, in cui più che ipotetici vantaggi nel medio-lungo periodo predominano logiche di buon vicinato, con meccanismi simili a quelli del parentado alle prese coi regali di Natale. E poi ce n’è una terza fattispecie, che di solito non si limita all’ultimo giorno ma è in voga sin dalle prime ore del salone: è quella dell’appetito. Complice il caldo dei riflettori puntati sullo stand e la necessità di restare ore e ore in piedi, all’ora del pranzo o della merenda ecco che in molti si presentano al banco dello stand più indicato – formaggi e prosciutti, in genere – portando con sé un cadeau in natura per ringraziare e contraccambiare.

Se nel primo tipo di baratto il fenomeno è favorito dalla dimensione professionale e dalla ricerca di collaborazioni, possibile primo passo verso partnership più strutturate o inserimenti reciproci nei canali distributivi, nel secondo e nel terzo caso si tratta semplicemente di voglia di concedersi assaggi – in fondo è un salone molto accattivante per gli amanti del buon cibo, e si presume che un produttore non vi sia impermeabile – e tamponare l’appetito. E non è tutto: arrivati a fine manifestazione, non è raro il caso in cui i produttori di merce particolarmente deperibile preferiscono scambiarsi merce residua anziché sostenere costi di rientro o sprechi, creando così una rete informale di mutuo vantaggio. Ciò contribuisce anche a una maggiore sostenibilità, riducendo eccedenze e sprechi alimentari. Anche al Taste, dunque, il baratto tra gli stand non è una pratica folkloristica ma uno strumento strategico che consolida – perché no? – anche un po’ il senso di comunità, un vero ecosistema relazionale in cui l’economia dello scambio continua a dimostrare la propria vitalità.

