di Antonella D’Isanto
Il cuore di una vignaiola, forgiato dall’affrontare le intemperanze climatiche, è sempre pronto ad affrontare le sfide ma la prova che ha sostenuto qualche sera addietro è stata ardua: sono andata infatti ad una degustazione di vini dealcolati, esperienza importante sotto il profilo della conoscenza, ma dolorosa per i contenuti. Il vino è un prodotto antico, nei secoli ha subito diversi cambiamenti per le modalità di produzione, consumo, conservazione. Il nostro Paese, anticamente chiamato Enotria, ha secoli di tradizione enoica. Il vino, fin dall’antichità, è stato legato alla cultura popolare e ad un vasto campo di valori simbolici: il consumo fa parte della celebrazione eucaristica, dai tempi biblici il consumo rituale di vino faceva parte della pratica dell’ebraismo; nell’antica Grecia si adorava Dionisio e nell’Antica Roma si celebrava il culto di Bacco. Il vino è sinonimo di festa convivialità, se decade nello stato di ubriachezza è per l’uso smodato e incontrollato.

Per me cresciuta in una famiglia meridionale, nella quale il vino non era demonizzato, in cui un ciuccio di stoffa bagnato nel vino mi faceva dormire, gli sciacqui in bocca con un sorso di vino e acqua consolava la caduta del primo dentino, le nuove previsioni legislative in materia di “dealcolazione” del vino mi lasciano basita. Un recente D.M. ha infatti regolamentato le disposizioni nazionali per l’attuazione delle previsioni del Parlamento Europeo per quanto riguarda la una nuova tendenza ai vini dealcolati.

Secondo alcuni studiosi i Millennial e la Gen Z pare abbiano un’attenzione particolare per il benessere e che il loro approccio al consumo di alcol sia più moderato rispetto alle generazioni precedenti. Questo spiegherebbe la crescente curiosità verso i vini dealcolati, considerati una scelta più “leggera” e in linea con un nuovo stile di vita. Ma davvero eliminare l’alcol da un vino significa automaticamente renderlo più sano? O si tratta piuttosto di una risposta costruita ad arte per intercettare nuove tendenze di mercato? Studi e accorgimenti, presentati come la risposta a un nuovo stile di vita salutista e a un consumo più consapevole, inseriscono questi prodotti in un panorama normativo sempre più severo nei confronti delle bevande alcoliche. Ma siamo davvero di fronte a un’innovazione o si tratta di una semplice operazione commerciale? Mi sovviene un ricordo di bambina quando per motivi salutistici ci convinsero ad usare la margarina e mia nonna buttò l’olio di oliva che producevamo e cominciò a friggere con la margarina, perché era più sana!

Da produttrice di vino, guardo con scetticismo a questa deriva che sembrerebbe più un’opportunità per grandi aziende che una reale evoluzione del settore. La limitazione legislativa sui consumi di alcol potrebbe far ipotizzare che le cantine si stiano riempiendo di vino invenduto, la dealcolazione potrebbe essere un escamotage per raggiungere nuove fette di mercato. Questo processo, però, non è alla portata di tutti: richiede impianti costosi e tecnologie avanzate, fattori che solo le aziende strutturate possono permettersi, penalizzando i piccoli produttori e alterando il naturale equilibrio del settore vitivinicolo.
Oltre agli evidenti risvolti economici, la questione si pone anche sul piano culturale. Il vino non è una semplice bevanda, ma un’opera d’arte liquida, frutto di tradizioni secolari, espressione di un territorio e di una precisa identità sensoriale. La dealcolazione stravolge questa essenza: sottrae al vino la sua anima, appiattisce i profumi, modifica i sentori e spegne la territorialità, annullando quei baluardi che rendono unico il patrimonio vitivinicolo e non mi soffermo, non essendo un tecnico, sulle manovre invasive che i processi di dealcolazione fanno subire al vino.

Eppure, questa tendenza viene promossa con grande enfasi, quasi fosse una panacea anche per i problemi legati agli incidenti stradali notturni e agli eccessi del bere. Ma davvero possiamo credere che il problema sia il vino? È nei locali notturni, con i superalcolici e le loro discutibili deroghe e prodotti collaterali, che nascono gli eccessi. Demonizzare il vino significa colpire un simbolo della nostra cultura enologica senza affrontare le vere cause del problema. Forse, più che rincorrere mode e strategie di marketing mascherate da innovazione, dovremmo difendere l’autenticità del vino, la sua capacità di raccontare la terra, il tempo e la passione di chi lo produce. Perché il vino non è solo una bevanda: è cultura, tradizione e identità è la storia di uomini e donne che affrontano con coraggio, determinazione e ingegno la sua produzione.

Infine, c’è un ulteriore aspetto paradossale: la scadenza. Un vino dealcolato ha una vita breve, al massimo due anni. Un concetto inaccettabile per un prodotto la cui longevità è sinonimo di prestigio e qualità. L’idea di un “vino a scadenza” è un ulteriore colpo alla sua storia e al suo valore. La cultura del vino è sempre stata legata a un consumo consapevole, alla convivialità e alla qualità piuttosto che alla quantità. Eppure oggi assistiamo a un ribaltamento del paradigma: invece di educare al bere bene, si preferisce snaturare il vino, trasformandolo in un prodotto che perde la sua identità per adattarsi a una domanda che sembra più figlia delle mode che della reale ricerca di benessere e, per una questione di ritegno e decoro non condivido con i lettori il mio giudizio sulle “bevande” che ho degustato. Comprendo che ci possono essere situazioni dove, per motivi di varia natura, l’uso del vino è precluso, parliamone, senza penalizzare però un prodotto in vita da millenni. Vi domando: Un vino senza alcol è ancora vino? O diventa semplicemente una bevanda aromatizzata che porta con sé il nome vino solo per convenienza commerciale? Parliamone.
*Blogger e vignaiola errante

