giovedì 10 Settembre 2026
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All’inferno e ritorno: Antonio Polzella e la pizza come mezzo di riabilitazione

A maggio, il pizzaiolo toscano Antonio Polzella (La Ventola, a Vada) è stato colpito da una grave malattia che l'ha portato alla paralisi. Ma non ha perso grinta e speranza, e ha coinvolto la pizza nel suo percorso di riabilitazione. Ecco la sua storia

Disclaimer: le foto in questo articolo possono urtare la sensibilità di qualche lettore. Si avvisa cautela. Le foto sono state pubblicate con l’esplicito consenso del diretto interessato

È da sempre uno dei pizzaioli più quotati e apprezzati del panorama toscano, e la sua assenza improvvisa dalle scene ha lasciato molti col fiato sospeso. Ma Antonio Polzella era impegnato a combattere la sfida più difficile della sua vita, una malattia che lo ha portato a un passo dall’irreparabile. Ha vissuto momenti terribili, nelle corsie d’ospedale, ma il pizzaiolo 51enne de La Ventola a Vada (Livorno) ha la scorza dura – per sua stessa ammissione – e ha trovato il modo di trasformare il suo amore per la pizza in uno strumento di riabilitazione. Ecco la storia del suo viaggio, all’inferno e ritorno, lottando per un lieto fine.

L’odissea di Antonio Polzella dura oltre sei mesi, da quel 9 maggio 2024 in cui inizia a capire che qualcosa non va. “Ce la siamo vista brutta – esordisce – perché il giorno prima impastavo insieme alla mia bimba di 9 anni, e la mattina dopo mi sono svegliato sentendo un formicolio alle mani e alle gambe. Ho aspettato il tempo di prendere un caffè sperando che passasse, ma nulla. Sono andato in ospedale a Cecina ma dagli esami non è comparso niente di rilevante. Mi hanno consigliato una visita dal neurologo e un po’ di riposo. Il giorno dopo la situazione però è peggiorata, mi sentivo sempre stanco. Da lì ho iniziato ad avvertire una paralisi al viso, e un amico medico mi ha spinto ad andare subito a Livorno. Ero tranquillo, sono andato a fare una visita neurologica e mi medici si sono allarmati quando si sono accorti che non riuscivo a camminare, barcollavo”.

Antonio Polzella e la moglie Marta iniziano presto a prendere confidenza con il nome della malattia: la sindrome di Guillain Barré, una patologia autoimmune che abbatte il tono muscolare e porta progressivamente alla paralisi. Per il pizzaiolo toscano inizia un calvario durato mesi: “Da quando mi hanno ricoverato, ho subito una puntura al midollo e una pulizia del sangue, sono stato intubato e in terapia intensiva mi sono beccato tutte le malattie possibili (in primis la polmonite). Il mio cuore ha smesso di battere, hanno dovuto farmi la tipica manovra di rianimazione cardiopolmonare. Ho subito una tracheotomia, a lungo ho respirato con ventilatore e ossigeno. Per comunicare ho dovuto usare un tablet con la lettura guidata dal movimento degli occhi”.

Ma pian piano Antonio iniziava a rispondere alle cure. La malattia ha avuto il suo culmine a giugno, seguito poi da una lenta regressione, coincisa con lo spostamento all’ospedale specializzato di Montecatone, in Emilia Romagna. A luglio la situazione ha iniziato a migliorare, grazie a una lenta riabilitazione, all’inizio passiva, poi attiva. Antonio Polzella viene dichiarato fuori pericolo a Ferragosto, quando è uscito dalla terapia sub-intensiva ed è stato trasferito in un reparto normale. Da lì in poi la sua quotidianità è scandita da esercizi di fisioterapia, piscina, palestra per recuperare il tono muscolare.

“Dopo un mese ero già in piedi – spiega – e ad agosto riuscivo a camminare per un po’ di tempo. Posso dire di aver recuperato in pochissimo tempo, per gli standard della malattia. Ho lottato e sofferto ma noi pizzaioli siamo grintosi, abbiamo la scorza dura. Ha prevalso la voglia di vivere e di tornare dalle mie figliole con le mie gambe”.

Già, la pizza. Per Antonio è stata uno strumento di riabilitazione e di rinascita. “Durante la permanenza in ospedale gli infermieri mi chiedevano di fare il lievito madre, ero diventato il più conosciuto del reparto. Ho preparato la prima pizza a metà novembre nel centro riabilitativo dell’ospedale con il collega Jonathan Trombini di Marradi e Ivan Signoretti, che nel suo ‘Cortile’ in centro a Rimini ha creato una speciale pizza “Anita” dedicata a me, un incrocio tra il mio nome e la pizza Margherita. Poi in una struttura poco distante, dotata di forno a legna, ho fatto la pizza con i ragazzi disabili e con altri pazienti in riabilitazione. Per l’emozione ci siamo messi a piangere: era da maggio che non cuocevo una pizza”.

Quando Antonio è uscito dall’ospedale, ha fatto una sorpresa alle figlie Alyssa, Mirea e Mesia Marie, e adesso continua a lottare per recuperare al 100%. “Mi sento un miracolato – racconta ancora – e continuo a fare fisioterapia tutti i giorni. Per ora sono tra l’80 e il 90%, e ne avrò ancora per un annetto: il motore ci metterà un po’ a ripartire ma non mi arrendo. A darmi grande forza non è stata solo la mia famiglia, ma anche i colleghi: all’ultima cerimonia di consegna degli Spicchi del Gambero Rosso ovviamente non ero presente, e tutti i pizzaioli toscani mi hanno tributato un applauso d’incoraggiamento”.

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Marco Gemelli
Marco Gemelli
Marco Gemelli, classe ’78, giornalista professionista dal 2007. Dopo anni come redattore ordinario al quotidiano Il Giornale della Toscana, dove si è occupato di cronaca bianca e nera, inchieste, scuola e università, economia, turismo, moda ed enogastronomia, è passato alla libera professione. Oggi collabora con diverse testate online e cartacee, tra cui Il Giornale, Wine & Travel, Food & Wine. È membro della World Gourmet Society, nonché corrispondente italiano per Lust Auf Italien.

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