sabato 17 Ottobre 2026
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La Michelin fa scrivere le recensioni all’intelligenza artificiale: un’inchiesta americana mette alle strette la Guida

Sei schede dei ristoranti di Dallas analizzate con software specializzati e da due ricercatori universitari: l'80% delle frasi risulterebbe generato dall'AI. La Michelin nega, ma il caso investe la credibilità della più celebre guida gastronomica del mondo. E riapre una questione sempre più imbarazzante per il giornalismo: chi scrive e chi firma sono la stessa persona?

La Guida Michelin avrebbe utilizzato l’intelligenza artificiale per scrivere le recensioni di alcuni ristoranti di Dallas, negli Stati Uniti. A sostenerlo è un’inchiesta pubblicata ieri 15 ottobre da D Magazine, rivista texana il cui critico gastronomico Brian Reinhart ha sottoposto sei schede della Guida a un’analisi linguistica, coinvolgendo anche due ricercatori della Carnegie Mellon University. Il risultato è piuttosto imbarazzante per la celebre pubblicazione francese: 25 delle 31 frasi esaminate, circa l’80%, sono state classificate da un software specializzato come generate dall’intelligenza artificiale. Un’ulteriore analisi ha persino individuato un possibile autore: GPT-4o, un modello di OpenAI ormai superato.

Tutto è cominciato quando uno chef di Dallas ha inviato a Reinhart la descrizione del ristorante Sushi Kozy, recentemente riscritta dalla Michelin, chiedendogli se non sembrasse prodotta da una macchina. Il giornalista ha inserito il testo in Pangram, un software per il riconoscimento dei contenuti generati dall’AI, ottenendo una sentenza categorica: testo interamente artificiale. Reinhart ha quindi ripetuto il test sulle schede di altri cinque ristoranti (Fond, Jashan, Mābo, Olōyō e Resident Taquería) entrati nella selezione Michelin del Texas con l’aggiornamento dell’8 ottobre. Il risultato è stato sostanzialmente lo stesso. Per confronto ha analizzato anche descrizioni pubblicate dalla Guida in altre città americane ed europee e nelle precedenti edizioni texane, senza riscontrare la stessa concentrazione di segnali.

Il giornalista si è poi rivolto ad Alex Reinhart, docente di statistica alla Carnegie Mellon University e suo fratello, e a David West Brown, docente di inglese nello stesso ateneo. I due hanno partecipato a uno studio scientifico pubblicato nel 2025 e dedicato proprio alle caratteristiche grammaticali e retoriche della scrittura prodotta dai modelli linguistici. L’esame dei testi Michelin ha evidenziato una frequenza anomala di nominalizzazioni, aggettivi e costruzioni sintattiche ricorrenti: in circa 650 parole sono state individuate 19 nominalizzazioni, una frequenza sensibilmente superiore a quella riscontrata in altri testi della stessa Guida e compatibile con le abitudini linguistiche di GPT-4o.

Gli esempi sono talvolta esilaranti: nella descrizione di Resident Taquería, la Michelin considera le porzioni generose, insieme ai sapori decisi e agli abbinamenti studiati, una dimostrazione della creatività della cucina, come se la quantità di cibo servita nel piatto fosse improvvisamente diventata un criterio per misurare l’inventiva di uno chef. Ancora più illuminante la descrizione di Mābo, il cui menu comprenderebbe, secondo la Guida, piatti e noodles. Piatti, nel senso di supporti di ceramica…

Il testo della descrizione del ristorante Resident Taqueria pubblicata dalla Guida Michelin. Si noti l’uso delle nominalizzazioni: «tradizioni», «fondamento», «destinazione», «combinazioni». GPT-4o utilizza queste forme linguistiche con una frequenza doppia rispetto agli esseri umani. Screenshot della Guida Michelin del 14 ottobre 2026. Fonte: D Magazine.

Secondo i due ricercatori, l’ipotesi più plausibile è che qualcuno abbia affidato a un modello linguistico il compito di sintetizzare gli appunti degli ispettori, oppure recensioni già pubblicate da altre testate, intervenendo successivamente sul risultato. L’indagine non ha invece trovato elementi per sostenere che gli ispettori non abbiano realmente visitato i ristoranti.

La Michelin, interpellata da D Magazine, ha negato qualsiasi utilizzo dell’intelligenza artificiale, anche nella semplice revisione dei testi. Ha precisato che le descrizioni vengono elaborate collegialmente dagli ispettori sulla base delle visite effettuate e che sarebbe improprio definirle recensioni: si tratterebbe piuttosto di note o descrizioni dei ristoranti. La Guida ha però rifiutato di concedere un’intervista ai propri responsabili e non ha accettato l’invito del giornale a esaminare gli elementi raccolti prima della pubblicazione.

La vicenda presenta anche un risvolto economico. La presenza della Michelin in Texas è finanziata attraverso accordi con gli enti di promozione turistica: il contratto iniziale prevedeva 450mila dollari annui versati dallo Stato e altri 90mila da ciascuna delle cinque città partecipanti, per complessivi 900mila dollari all’anno. L’accordo è arrivato alla scadenza proprio con l’edizione 2026 e le amministrazioni devono decidere se rinnovarlo. È legittimo chiedersi quale qualità del lavoro ci si possa aspettare da un’organizzazione che riceve simili finanziamenti per promuovere e valutare la ristorazione di un territorio.

La pigrizia dei giornalisti e le firme che non sanno più scrivere

La notizia americana merita attenzione per ragioni che vanno ben oltre le sei schede di Dallas. Il caso Michelin è particolarmente significativo perché riguarda una delle massime autorità mondiali della critica gastronomica, ma il problema interessa ormai una parte consistente del giornalismo. Ci possiamo fidare dei giornalisti che usano l’AI???

L’intelligenza artificiale è entrata nelle redazioni senza che ci fosse una vera alfabetizzazione al suo utilizzo; in molti casi si è passati direttamente dall’ignorare l’esistenza di questi strumenti all’affidare loro la produzione di interi articoli, con una disinvoltura sorprendente, soprattutto da parte di professionisti che dovrebbero conoscere il valore della parola scritta. I risultati, per chi legge abitualmente giornali e riviste, sono sempre più facilmente identificabili: testi formalmente corretti, pieni di espressioni artificiose, giudizi generici e formule che si ripetono da un articolo all’altro. La macchina sa imitare piuttosto bene la prosa giornalistica, specialmente quella mediocre. Il problema è che molti sembrano accontentarsi dell’imitazione.

A colpire maggiormente sono certi articoli pubblicati sotto firme importanti, costruite in anni di lavoro e talvolta di ottimo giornalismo. Scritti che mostrano tutti i difetti della generazione automatica e una povertà di pensiero difficilmente conciliabile con la reputazione dei loro autori. Quale che sia il grado di intervento della macchina, il risultato è spesso patetico – e per chi ha dimostrato in passato di saper scrivere, ancora meno giustificabile. Certe pagine sono indegne persino della storia professionale di chi le firma.

All’estremo opposto si assiste alla comparsa di giovani collaboratori che dalla mattina alla sera sembrano aver acquisito una padronanza straordinaria della lingua. Persone che fino a poco tempo prima avevano qualche difficoltà con una consecutio temporum e che improvvisamente consegnano articoli in punta di penna, pronti per essere pubblicati su riviste prestigiose. Non sarebbe affatto scandaloso se avessero imparato a scrivere, ma diventa grottesco quando la raffinatezza stilistica è soltanto il risultato di un prompt appena appena decente, mentre continuano a mancare la competenza, la sensibilità critica e spesso, ahimè,  la comprensione degli argomenti trattati.

Ad aggravare la situazione è il fatto che un articolo passa – o almeno dovrebbe passare – attraverso una redazione: qualcuno dovrebbe leggerlo, discuterlo, correggerlo e, quando necessario, respingerlo. È il lavoro dei caporedattori e dei direttori, figure che in una parte del giornalismo contemporaneo sembrano aver progressivamente rinunciato alla propria funzione. Perché certi testi vengono pubblicati? Perché si continua a dare spazio a collaboratori incapaci di sostenere autonomamente il lavoro che viene loro affidato? E perché articoli palesemente scadenti trovano posto anche su testate di grande prestigio?
La risposta, per chi conosce dall’interno alcuni meccanismi editoriali, è fin troppo chiara: la scelta delle firme può dipendere da rapporti personali, convenienze professionali, equilibri di potere e, in certi ambienti, dalla semplice disponibilità a obbedire. La qualità della scrittura finisce per diventare una preoccupazione secondaria. Tanto, adesso, c’è ChatGPT.

Questo non significa che un giornalista debba rinunciare all’intelligenza artificiale. Al contrario, utilizzata con competenza può essere uno strumento di lavoro formidabile: la ricerca documentale, l’analisi di grandi quantità di dati, la verifica di informazioni e persino la revisione linguistica possono trarne benefici considerevoli. Serve però sapere che cosa si sta facendo, essere capaci di riconoscere gli errori e, soprattutto, continuare a possedere una competenza autonoma sulla materia di cui si scrive.

Per la Michelin la questione è ancora più delicata. La Guida francese esercita un’influenza straordinaria sulla ristorazione internazionale: una stella può modificare il destino economico di un locale, orientando le scelte di migliaia di clienti. A un potere di questa portata dovrebbe corrispondere un livello adeguato di trasparenza, ma invece, da oltre un secolo, buona parte dell’autorevolezza Michelin è costruita proprio sulla segretezza. L’inchiesta di Dallas introduce un elemento ulteriore di sfiducia. Il problema immediato riguarda la redazione di sole sei schede, ma una descrizione scritta dall’AI, magari a partire da appunti autentici, dice qualcosa sul valore attribuito da chi pubblica alla precisione delle parole, alla capacità di descrivere un piatto e alla responsabilità di formulare un giudizio fondato su un’analisi reale. E se questo è il livello al quale una delle guide più prestigiose del mondo considera accettabile descrivere un ristorante, possiamo anche evitare di prendercela troppo con la tecnologia.

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Emiliano Wass
Emiliano Wass
Antropologo, docente universitario, consulente editoriale, traduttore e curatore. giornalista pubblicista. All'enogastronomia arriva dall'antropologia, convinto che il cibo sia l'unico vero elemento identitario delle persone. Ha svolto lavoro di campo in Messico, occupandosi di diritti e tradizioni indigene. Ha scritto su Finzioni, Doppiozero, Scrivo.me, Distillerie.it, FirenzeToday.

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