Dopo l’India, il Brasile diventa il secondo Paese al mondo a vietare non solo la produzione, ma anche l’importazione, l’esportazione e la vendita del foie gras. Una decisione destinata a far discutere il mondo della gastronomia internazionale, arrivata dopo oltre sei anni di battaglie politiche, campagne di sensibilizzazione e attività di pressione portate avanti dalle associazioni animaliste.

Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha infatti promulgato la Legge n. 90/2020, che introduce il divieto nazionale per tutti gli alimenti ottenuti attraverso l’alimentazione forzata degli animali (gavage), pratica tradizionalmente utilizzata per la produzione del foie gras, il pregiato – e controverso – fegato grasso di anatre e oche. Con questa firma, il Brasile segna un primato in America Latina e nell’emisfero occidentale: è il primo Paese dell’area ad adottare, attraverso una legge federale, un divieto totale che riguarda sia la produzione sia la commercializzazione del prodotto.

Nel Paese sudamericano il foie gras non ha mai rappresentato un comparto economicamente rilevante. La produzione era limitata a pochissime realtà: negli ultimi anni soltanto due allevamenti brasiliani erano dedicati a questo alimento, entrambi oggi sottoposti a embargo. Anche il consumo è sempre rimasto circoscritto a una ristretta fascia di clienti facoltosi, trattandosi di un prodotto di lusso con prezzi che possono arrivare fino a 5.000 reais al chilogrammo, circa 861 euro. La nuova normativa, dunque, non interviene su un settore strategico dell’economia brasiliana, ma su una pratica considerata fortemente controversa dal punto di vista del benessere animale.

L’approvazione del divieto è il risultato di una lunga campagna condotta da Animal Equality Brasile, iniziata formalmente nel 2020 con il sostegno al disegno di legge n. 90/2020, presentato dal senatore Eduardo Girão (Novo-CE). Il percorso, tuttavia, affonda le sue radici già nel 2015, quando il Comune di San Paolo aveva approvato un primo divieto sul foie gras. Quel provvedimento era stato successivamente annullato dai tribunali perché la regolamentazione della materia spettava allo Stato federale. La nuova legge colma ora quel vuoto normativo, estendendo il divieto all’intero territorio nazionale.

Il foie gras viene prodotto attraverso un processo di alimentazione forzata di anatre e oche finalizzato a provocare una steatosi epatica, cioè un accumulo patologico di grasso nel fegato. Attraverso questa pratica l’organo può arrivare ad aumentare fino a dieci volte il proprio volume naturale. Gli animali vengono alimentati più volte al giorno attraverso un tubo inserito nella gola, con l’obiettivo di ottenere il caratteristico fegato ipertrofico richiesto dal mercato gastronomico. Secondo le associazioni animaliste, questa procedura rappresenta una delle forme più estreme di sfruttamento animale nell’industria alimentare. I sostenitori del foie gras, invece, continuano a difenderne il valore storico e culturale, soprattutto in Paesi come Francia e Ungheria, dove il prodotto è parte integrante della tradizione gastronomica.

Prima del Brasile, soltanto l’India aveva introdotto un divieto completo che comprendesse sia produzione sia vendita del foie gras. In molti altri Paesi – tra cui Italia, Germania, Regno Unito, Polonia, Argentina e Australia – la produzione è vietata o fortemente limitata, mentre il commercio di prodotto importato può rimanere consentito. «Questo è un momento storico – ha dichiarato Sharon Núñez, presidente di Animal Equality –. Il foie gras rappresenta una delle pratiche più crudeli inflitte agli animali destinati al consumo umano e questa vittoria è ancora più significativa perché arriva da un Paese con un ruolo centrale nell’industria zootecnica mondiale». Sulla stessa linea Matteo Cupi, direttore esecutivo di Animal Equality Italia: «Il Brasile diventa un punto di riferimento per il benessere animale in America Latina e dimostra che gli interessi commerciali non possono prevalere sull’etica e sulla volontà della società». La legge entrerà definitivamente in vigore 180 giorni dopo la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale brasiliana. Chi violerà il divieto rischierà una pena detentiva da tre mesi a un anno, oltre alle sanzioni previste dalla normativa sui crimini ambientali per i casi di maltrattamento animale.

