Quarto appuntamento con la nostra rubrica dedicata al racconto di una serie di “expat” fiorentine che da anni vivono e lavorano nel capoluogo toscano, nei settori del food e dell’ospitalità. A ognuna di esse – provenienti dai Paesi più diversi – abbiamo posto sei domande sul loro rapporto con la cucina locale: un modo per scoprire non solo alcune delle persone chiamate a raccontare Firenze a platee internazionali, ma anche un punto di vista nuovo sui rapporti tra culture diverse, sapori e appartenenze, nella città che da sempre fa dell’incontro una delle sue vocazioni e attraverso gli occhi di chi ha scelto Firenze come casa.
Asa Johansson, giornalista e wine writer svedes, vive in Toscana dal 2001. Laureata in Scienze Politiche e Giornalismo all’Università di Firenze, scrive di vino, gastronomia e viaggi per testate svedesi, norvegesi e italiane. Grande conoscitrice del patrimonio enogastronomico italiano, tiene corsi e masterclass sui vini italiani in Svezia ed è fondatrice del primo podcast svedese dedicato al vino italiano.
C’è stato un momento, a tavola, in cui hai capito qualcosa di Firenze o dei fiorentini che prima ti sfuggiva?
Io non avevo una cultura del cibo quando sono arrivata. Forse il momento chiave è stato quando ho avuto il mio primo figlio. Il pediatra mi diede le ricette per lo svezzamento, iniziando dal brodo, e io chiesi se potessi usare un cubetto preconfezionato. Mi sembrava una follia cucinare il brodo in casa per un bimbo così piccolo. Mi ricordo ancora la faccia terrorizzata della pediatra: il fatto che non abbia chiamato il Telefono Azzurro è un miracolo, ahah. Diciamo che da allora sono cambiata. Ho capito che qui il cibo non è soltanto nutrimento: è cura, tempo dedicato agli altri e un modo per esprimere amore. All’inizio mi sembrava un’esagerazione; oggi mi rendo conto che è uno dei grandi insegnamenti che l’Italia mi ha dato.

Quale abitudine gastronomica fiorentina o italiana hai finito per adottare senza quasi accorgertene?
Direi il mangiare con poco sale. In Svezia ne usiamo tantissimo e ormai faccio quasi fatica a mangiare fuori quando torno lì. Sono abitudini che vengono da lontano: si salava per conservare i cibi e ancora oggi tutto è molto sapido. Infatti gli svedesi che vengono in Italia quasi sempre chiedono il sale a tavola. Ho anche imparato ad amare il sapore amaro, che nella nostra cucina non esiste allo stesso modo. La cucina svedese gira più intorno all’agrodolce, mentre credo che il gusto amaro sia la quintessenza di quella italiana. E poi ho imparato ad aspettare. In Italia esiste ancora l’idea della stagionalità: ci sono i carciofi quando è il loro momento, il cavolo nero d’inverno, le fragole che si aspettano per mesi. In Svezia ci siamo abituati molto prima all’idea che tutto debba essere disponibile sempre. Forse l’abbondanza ci ha fatto perdere un po’ il piacere dell’attesa.

Quale piatto ti ha costretto a rivedere un pregiudizio, un’aspettativa o un’idea che avevi sulla cucina italiana?
La carbonara senza panna, ahah. E poi il fatto che la cucina italiana non sia tutta pasta. Più che altro, mi erano completamente sconosciuti i piatti invernali: le zuppe, i cavoli, i legumi, le carni cotte a lungo. E sono forse proprio questi i piatti più a rischio, perché i turisti vogliono la caprese tutto l’anno. Per mantenere la tradizione e la filiera non bisognerebbe cedere, ma educare con garbo. Anche perché il bello della cucina italiana è proprio il suo essere profondamente legata alle stagioni e ai territori.
Hai mai provato a far conoscere la cucina del tuo Paese agli italiani? Come hanno reagito nel confrontarla con la tradizione culinaria toscana?
Un disastro. Usiamo tanta panna e tanto burro e alla fine risulta tutto molto pesante, salato e poco sofisticato. Ho smesso. Meglio mandarli all’Ikea. Però mi piace ricordare che anche la cucina svedese ha una sua logica e una sua storia. Nasce da un clima duro e dalla necessità di conservare il cibo: affumicare, salare, fermentare. È una cucina pragmatica, meno seduttiva forse, ma molto coerente con il contesto da cui proviene.
Secondo te, cosa rende speciale il rapporto che i fiorentini hanno con il cibo rispetto a quello che esiste nella tua cultura d’origine?
Forse la differenza più grande è che in Italia il cibo è ancora un linguaggio. Attraverso quello che si cucina e si condivide si raccontano l’affetto, l’identità, le stagioni e persino il territorio. In Svezia il rapporto è spesso più pratico ed efficiente: il cibo deve funzionare, nutrire, semplificare la vita quotidiana. Nessuno dei due approcci è migliore dell’altro, ma vivere tra queste due culture mi ha insegnato che dedicare tempo a una tavola apparecchiata è un piccolo atto di resistenza contro la fretta. E non toglietemi i mercati: sono favolosi. Spero riescano a sopravvivere e a non trasformarsi tutti in food court per stranieri.

Se dovessi portare una persona appena arrivata a Firenze a mangiare qualcosa per farle capire davvero la città, cosa sceglieresti e perché?
Porto sempre i miei ospiti a mangiare un panino al lampredotto e, semmai, dico dopo cosa hanno mangiato. Le interiora sono un’altra cosa che è sparita dalla tavola in Svezia, mentre io ne sono una grande fan. Mi piace anche il fatto che raccontino una Firenze popolare, concreta, poco patinata, dove non si buttava via niente e si trasformava la necessità in cultura gastronomica. E a casa faccio spesso pane e olio: così semplice e così buono. Del resto sono diventata anche produttrice di olio extravergine, perché credo davvero che un olio fatto bene cambi tutto, sia per gli svedesi sia per gli italiani. È forse il simbolo perfetto di quello che amo della cucina italiana: pochi ingredienti, ma rispetto, pazienza e qualità.

