venerdì 9 Ottobre 2026
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Firenze incontra il mondo, la parola alle ‘expat’: Miriam Castillo

Con la content creator messicana Miriam Castillo continua la nostra rubrica che per tutta l'estate racconta i rapporti tra culture gastronomiche diverse attraverso gli occhi delle expat che hanno scelto Firenze come casa

Prosegue la nostra rubrica dedicata al racconto di una serie di “expat” fiorentine che da anni vivono e lavorano nel capoluogo toscano, nei settori del food e dell’ospitalità. A ognuna di esse – provenienti dai Paesi più diversi – abbiamo posto sei domande sul loro rapporto con la cucina locale: un modo per scoprire non solo alcune delle persone chiamate a raccontare Firenze a platee internazionali, ma anche un punto di vista nuovo sui rapporti tra culture diverse, sapori e appartenenze, nella città che da sempre fa dell’incontro una delle sue vocazioni e attraverso gli occhi di chi ha scelto Firenze come casa.

 

Miriam Castillo, originaria del nord del Messico, vive a Firenze da diversi anni. “Questa città mi ha conquistata attraverso la sua cultura, il suo stile di vita e, soprattutto, la sua gastronomia. Amo osservare le tradizioni culinarie e scoprire come il cibo riesca a raccontare la storia e l’identità di un territorio. Tra Messico e Toscana, ho imparato a custodire le mie radici e, allo stesso tempo, ad abbracciare le abitudini e i sapori che oggi fanno parte della mia vita quotidiana. Ho avuto la fortuna di conoscere Firenze non solo attraverso i suoi ristoranti, ma anche attraverso una vera famiglia fiorentina, che per me è stata una scuola”.

C’è stato un momento, a tavola, in cui hai capito qualcosa di Firenze o dei fiorentini che prima ti sfuggiva?

Sì. Ho avuto la fortuna di conoscere Firenze non solo attraverso i suoi ristoranti, ma anche attraverso una vera famiglia fiorentina, che per me è stata una scuola. Seduta a tavola con loro ho imparato che la cucina toscana non riguarda soltanto il cibo, ma anche il rispetto: per gli ingredienti, per la stagionalità, per gli abbinamenti e per il lavoro che c’è dietro ogni prodotto. Ho scoperto che ogni ingrediente ha una sua identità e che non tutto si combina con tutto. È stato proprio a tavola che ho iniziato a comprendere qualcosa che prima mi sfuggiva: il profondo rispetto con cui la tradizione fiorentina valorizza la semplicità e la qualità delle cose.

Quale abitudine gastronomica fiorentina o italiana hai finito per adottare senza quasi accorgertene?

La riduzione dei condimenti. Venendo dal nord del Messico, dove i sapori sono spesso più intensi e generosi, mi ha colpito scoprire che a volte “meno è più”. Ho imparato a dare valore alla qualità dell’ingrediente prima ancora che alla quantità di spezie o condimenti: l’olio extravergine appena franto, il pane scelto con attenzione, i pomodori raccolti al momento giusto, il basilico fresco, il prezzemolo. Ho anche scoperto il concetto di filiera corta e di prodotto locale, qualcosa a cui prima non prestavo particolare attenzione. È stato un cambiamento che mi ha arricchita molto.

bistecca

Quale piatto ti ha costretto a rivedere un pregiudizio, un’aspettativa o un’idea che avevi sulla cucina italiana?

Senza dubbio la Bistecca alla Fiorentina. Ho sempre preferito la carne ben cotta o, al massimo, a media cottura. La prima volta mi ha colpita il suo spessore e il fatto che venisse servita quasi al sangue. Con il tempo, però, ho imparato a comprenderne e rispettarne la cottura tradizionale. Oggi non riesco più a immaginare una vera Fiorentina preparata in modo diverso.

Hai mai provato a far conoscere la cucina del tuo Paese agli italiani? Come hanno reagito nel confrontarla con la tradizione culinaria toscana?

Sì, ma senza mai volerla imporre. Sono arrivata in Italia per conoscere la cultura italiana, imparare la lingua e vivere pienamente la dolce vita. Quando ho a disposizione ingredienti autenticamente messicani preparo volentieri piatti semplici come tacos, guacamole, cocktail di gamberi o aguachile. Gli italiani reagiscono spesso con curiosità e entusiasmo, soprattutto per l’intensità dei sapori e l’uso del peperoncino. Credo però che lo scambio gastronomico funzioni meglio quando nasce dalla curiosità reciproca e non dal confronto.

Secondo te, cosa rende speciale il rapporto che i fiorentini hanno con il cibo rispetto a quello che esiste nella tua cultura d’origine?

Direi il rispetto per i tempi, per il prodotto e per la tradizione. Anche in Messico attribuiamo grande importanza alla cucina e alla qualità degli ingredienti, ma veniamo da un Paese immenso e straordinariamente ricco dal punto di vista gastronomico. Abbiamo una tale abbondanza di prodotti e tradizioni che, a volte, rischiamo quasi di darli per scontati. A Firenze percepisco invece una grande attenzione verso l’origine degli ingredienti, la stagionalità e il loro utilizzo corretto. È un approccio che ammiro profondamente.

Se dovessi portare una persona appena arrivata a Firenze a mangiare qualcosa per farle capire davvero la città, cosa sceglieresti e perché?

La porterei innanzitutto in una buona osteria o trattoria tradizionale, facendole assaggiare un menu di terra: crostini, un primo tipico e una Bistecca alla Fiorentina. Successivamente la accompagnerei anche in un ristorante di pesce, per mostrarle un’altra sfumatura della cucina toscana. Le chiederei soltanto una cosa: assaggiare prima di aggiungere limone, peperoncino o qualsiasi altro condimento. Per me mangiare in Toscana è quasi un rito. Ogni piatto racconta una storia e merita di essere scoperto con calma, attenzione e rispetto.

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