Si celebra oggi, 24 luglio, la Giornata Internazionale del Tequila, il distillato più rappresentativo del Messico. A partire dallo Stato di Jalisco, centro nevralgico della produzione mondiale di tequila, con degustazioni, conferenze, e persino attività per i più piccoli, fino ad arrivare all’ingombrante vicino del Messico, gli Stati Uniti d’America, dove da tempo ormail il tequila è in cima alla lista delle preferenze dei consumatori, sorpassando il whisky e rimanendo secondo solo alla vodka. Il grafico delle vendite degli ultimi venti anni parla chiaro:

In Italia le cose stanno in maniera diversa: di tutti i distillati, quello derivato dall’agave blu è forse quello che più di tutti ha patito una serie di pregiudizi e luoghi comuni nel nostro paese. La scarsa distribuzione, la lontananza geografica dei centri di produzione e un immaginario cinematografico e iconografico che aveva buon gioco a perpetuare gli stereotipi sono tutti fattori che ne spiegano il limitato successo, sebbene negli ultimi anni la tendenza sembri invertirsi. Cosa è importante sapere, allora, del tequila?

In primo luogo che il tequila si produce esclusivamente a partire dall’agave azzurro (nome scientifico: Agave Tequilana Weber) in una zona ben delimitata che comprende lo Stato di Jalisco e alcune aree limitrofe. Qualsiasi altro distillato di qualsiasi altro tipo di agave si chiama invece mezcal.
Tequila e mezcal sono molto simili in termini chimici e per ciò che riguarda alcuni processi produttivi ma sono diversi per storia, geografia e regolamentazioni. Il tequila è una denominazione di origina controllata sottoposta alle regole del Consejo Regulador del Tequila (Consiglio Regolatore del Tequila) dagli anni ’70 (sebbene i primi tentativi di normazione risalgono agli anni ’40) e a una apposita legislazione nazionale. Il mezcal è invece un distillato che deriva da molteplici altre varietà di agave, ed è prodotto in vari altri stati della federazione messicana. Anch’esso è diventato una denominazione di origine intorno alla metà degli anni ’90.
Entrambi i distillati sono – per l’appunto – distillati! E vanno dunque trattati come tali: berremmo alla goccia un bicchiere di cognac? Rinunceremmo mai a degustare uno scotch? Il tequila sconta ancora i residui di un immaginario che lo percepisce come bevanda economica, di basso livello, utile a un rapido e facile intossicamento. Si tratta di un immaginario duro a morire e che non fa certo giustizia alla complessità e alla profondità di un distillato di alto spessore.

Come va bevuto, dunque, il tequila? Si tratta ovviamente di una questione di gusti: un buon tequila reposado o un añejo offrono una complessità tale che berli da soli è di per sé un’esperienza di grande soddisfazione. Un tequila blanco, più versatile, si sposa bene con succhi dolceamari, come il pompelmo o la sangrita (una miscela variabile di succo d’arancia, melograno, lime e peperoncino). Ma il tequila è anche la base di cocktail classici come il Margarita o il Tequila Sunrise, e già da diversi anni la mixologia sperimenta i più estrosi accostamenti, dimostrando che il tequila è un distillato che non ha solo una storia esotica e misteriosa ma soprattutto un futuro vivo e interessante.

