Quando ho iniziato a bere vino sul serio avevo sedici anni e vivevo in Friuli, e allora il Friulano si chiamava ancora Tocai, lo si trovava nelle osterie del territorio o nelle cantine sociali, si comprava sfuso – a 1.900 lire al litro, se la memoria non mi inganna -, si portava a casa nelle bottiglie o nelle taniche leggere, e nessuno aveva bisogno di spiegare che cosa fosse, perché quel nome indicava insieme un vino, un’abitudine, un’appartenenza geografica. Poi arrivò la tutela europea dell’indicazione geografica Tokaj, legata alla regione ungherese omonima, e dal 2007 le aziende friulane furono costrette a rinunciare alla parola Tocai in etichetta, scegliendo il nome Friulano, più corretto dal punto di vista normativo e destinato a diventare, nel tempo, il nuovo riferimento ufficiale. Nel parlato del territorio, però, quel vecchio nome non è mai scomparso del tutto, sopravvive ancora nelle conversazioni, nelle ordinazioni, nella memoria di chi il vino friulano lo ha conosciuto prima della sua ridefinizione amministrativa, mentre in cantina quel passaggio ha aperto una stagione diversa, fatta di etichette ripensate, di maggiore attenzione alla provenienza delle uve, di una lettura sempre più precisa delle vigne e delle differenze che separano una collina dall’altra.
Dentro questa storia di nomi cambiati, identità ridefinite e territorio chiamato a raccontarsi con maggiore precisione si inserisce anche il percorso recente de Le Vigne di Zamò, cantina di Rosazzo, nel cuore della DOC Friuli Colli Orientali, che oggi sceglie di trasformare uno dei suoi vini più riconoscibili, il No Name, in Animo. Il cambio di etichetta non riguarda soltanto l’immagine, perché sposta il vino da una dichiarazione di sottrazione a una dichiarazione di appartenenza, e diventa il punto di partenza per leggere un lavoro più ampio sul Friulano, sulle sue parcelle, sulle vigne storiche e sulla capacità di uno stesso vitigno di assumere forme diverse a seconda del luogo in cui nasce.

Le Vigne di Zamò è una delle realtà che meglio permettono di osservare questo passaggio, perché la sua storia nasce nel 1924 dall’osteria di Manzano di Luigi Zamò, e arriva oggi a una cantina che coltiva 65 ettari su tre aree diverse: Rosazzo, Buttrio e Rocca Bernarda, in uno dei punti più riconosciuti dei Colli Orientali del Friuli. La certificazione biologica, ottenuta a partire dalla vendemmia 2021, aggiunge un altro elemento a un percorso in cui il tema ambientale non viene presentato come semplice adeguamento al mercato, bensì come parte di una lettura agronomica del territorio, dove il vigneto è il centro reale del discorso e la cantina diventa il luogo in cui quella differenza deve essere conservata, interpretata e resa leggibile.

Il passaggio da No Name ad Animo, in questo senso, appare meno come un’operazione nominale e più come un riposizionamento culturale. No Name era un nome costruito sull’assenza, sul gesto quasi provocatorio di sottrarre al vino un’identità esplicita, mentre Animo rimanda a una scelta opposta, più diretta, più interna, più coerente con una fase in cui il Friulano viene raccontato attraverso la sua provenienza e attraverso la stratificazione delle vigne. La parola Animo ha anche una certa precisione friulana, perché evita l’enfasi, non cerca una retorica eccessiva, non forza il racconto in direzione sentimentale, eppure indica una sostanza, un centro, una profondità che il vino prova a esprimere con strumenti tecnici molto concreti.
Il punto più interessante del lavoro di Zamò, infatti, non è soltanto il cambio di nome di un’etichetta, quanto la scelta di affiancare ad Animo una lettura sempre più parcellare del Friulano. Masar di Rosaz, Humberg 1362 e Bosc di Bros sono tre cru che insistono su vigne e condizioni differenti, e permettono di capire quanto possa essere articolato un vitigno spesso raccontato in modo troppo rapido, quasi fosse una categoria unica, immediatamente riconoscibile e quindi facilmente esauribile.
Masar di Rosaz nasce a Rosazzo, in una zona dove la vocazione storica del Friulano incontra suoli e pendenze capaci di dare al vino misura e profondità; Humberg 1362 porta il discorso verso Buttrio, con una lettura diversa della collina e della maturazione; Bosc di Bros, legato a Rocca Bernarda, aggiunge un altro frammento di paesaggio e conferma quanto il Friulano possa cambiare registro senza perdere riconoscibilità.
È qui che il discorso diventa davvero territoriale. Il Friulano non è soltanto il nome nuovo di un vino che prima si chiamava Tocai, e non è soltanto uno dei grandi bianchi del Nord-Est italiano, perché nelle mani di aziende capaci di lavorare con precisione sulle vigne diventa una grammatica del paesaggio. Le differenze di esposizione, suolo, altitudine, età delle piante e gestione agronomica non restano elementi da scheda tecnica, entrano nel bicchiere e trasformano lo stesso vitigno in una serie di interpretazioni riconoscibili. Accanto ai cru, Vigne 50 anni aggiunge un’ulteriore dimensione, quella del tempo, delle piante vecchie, della capacità del Friulano di andare oltre la sua immagine più immediata di bianco da mescita o da aperitivo, rivelando struttura, tenuta, complessità e una sorprendente attitudine gastronomica.

Questa è forse la parte più interessante della nuova stagione del Friulano: la possibilità di uscire definitivamente da una lettura riduttiva, legata al consumo quotidiano e alla memoria del vecchio Tocai d’osteria, senza perdere quel legame originario con la semplicità del gesto e con la cultura materiale del territorio. Il Friuli resta una terra che raramente ama esporsi in modo plateale, preferisce la misura, la precisione, una forma di understatement che appartiene al paesaggio e al carattere di molte sue produzioni, e proprio per questo rischia talvolta di essere raccontato meno di quanto meriti. Sotto quella superficie discreta, però, esiste una ricchezza enorme, fatta di colline ravvicinate e diverse, di suoli capaci di cambiare nel giro di pochi appezzamenti, di cantine che custodiscono competenze antiche e strumenti contemporanei, di aziende come Le Vigne di Zamò che lavorano sul confine più interessante, quello tra memoria e aggiornamento tecnico.
Da Tocai a Friulano, da No Name ad Animo, il percorso dei nomi racconta soltanto una parte della storia. Il resto sta nelle vigne, nella capacità di riconoscere le differenze, nel modo in cui un territorio apparentemente silenzioso continua a produrre vini di grande ricchezza senza bisogno di alzare la voce. In questo senso il nuovo Animo di Zamò e il lavoro sui cru non sono semplicemente l’aggiornamento di una gamma, bensì la conferma di quanto il Friulano, dopo avere cambiato nome, abbia ancora molto da dire sulla propria terra.




