Uno chef, pardon, un cuoco che spadella su di un fornello una moltitudine di elementi: dai rigatoni alla pizza, dallo spicchio di limone alla bittigli di vino, mescolati ad alcuni dei più rappresentativi monumenti italiani: il Colosseo, la Torre di Pisa, il Ponte di Rialto. Subito sotto lo slogan, pardon, il motto: “Io amo la cucina italiana” in cui le due lettere ‘o’ sono sostituite da due cuori tricolori.

Questo il logo disegnato dagli allievi della Scuola della medaglia dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato e presentato ieri sera presso il Parco Archeologico di Pompei da un parterre di figure istituzionali: erano presenti i ministri dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste Francesco Lollobrigida, il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, il ministro dell’ Interno Matteo Piantedosi, il direttore del Parco Gabriel Zuchtriegel e l’ad dell’Istituto Poligrafico Francesco Soro.

La decisione di candidare la cucina italiana come patrimonio dell’umanità Unesco per il 2023 risale allo scorso 23 marzo, quando il governo in carica, su proposta dei ministri dell’Agricoltura e sovranità alimentare Francesco Lollobrigida e della Cultura Gennaro Sangiuliano, annunciò di voler presentare il dossier all’Unesco, facendo così partire l’iter di valutazione che dovrebbe concludersi a dicembre del 2025.
In quella occasione la cucina italiana venne definita, come
«un insieme di pratiche sociali, riti e gestualità basate sui tanti saperi locali che, senza gerarchie, la identificano e la connotano. Questo mosaico di tradizioni riflette la diversità bioculturale del paese e si basa sul comune denominatore di concepire il momento della preparazione e del consumo del pasto come occasione di condivisione e di confronto.»
La candidatura è stata promossa anche dall’Accademia italiana della Cucina, dalla Fondazione Casa Artusi e dalla rivista ‘La cucina italiana’.

