Terzo appuntamento con la nostra rubrica dedicata al racconto di una serie di “expat” fiorentine che da anni vivono e lavorano nel capoluogo toscano, nei settori del food e dell’ospitalità. A ognuna di esse – provenienti dai Paesi più diversi – abbiamo posto sei domande sul loro rapporto con la cucina locale: un modo per scoprire non solo alcune delle persone chiamate a raccontare Firenze a platee internazionali, ma anche un punto di vista nuovo sui rapporti tra culture diverse, sapori e appartenenze, nella città che da sempre fa dell’incontro una delle sue vocazioni e attraverso gli occhi di chi ha scelto Firenze come casa.
Ruth Claramonte Navarro, nata in Spagna nel 1990 e fiorentina d’adozione dal 2013, consulente marketing e comunicazione freelance specializzata nel settore Hospitality. Nel corso della carriera ha maturato un’esperienza trasversale che spazia dal retail al lancio di start-up nel mondo della ristorazione e dell’hotellerie, unendo sempre il rigore della strategia alla sua naturale passione per il viaggio e la cultura enogastronomica. È tra le ideatrici di El Duomo Magazine, un progetto editoriale interamente in lingua spagnola che invita a scoprire i tesori nascosti della Toscana, raccontati attraverso lo sguardo curioso e autentico di chi questa terra non l’ha solo visitata, ma l’ha scelta come casa.

C’è stato un momento, a tavola, in cui hai capito qualcosa di Firenze o dei fiorentini che prima ti sfuggiva?
Più che un singolo momento, è stata una sequenza di pranzi e cene a rivelarmi che, per il fiorentino, mangiare non è mai solo un atto di nutrimento: è la celebrazione di un rito. Ricordo ancora una sera in una trattoria lontana dai circuiti turistici: osservavo il proprietario spiegare con minuzia la cottura della bistecca, trattandola come un dogma di fede, un vero e proprio atto di fedeltà alla propria identità. Lì ho compreso la sacralità della “ciccia” e la precisione quasi religiosa con cui si cura un ragù o si seleziona un vino. Se noi spagnoli viviamo il momento del pasto come un’esplosione di convivialità rumorosa, qui ho percepito un orgoglio silenzioso, fatto di gesti misurati e di un rispetto profondo per la materia prima. Ho finalmente capito che i fiorentini non “mangiano” la loro città: la proteggono, attraverso i suoi sapori.

Quale abitudine gastronomica fiorentina o italiana hai finito per adottare senza quasi accorgertene?
L’aperitivo, inteso come momento di decompressione sociale, è stato per me un’alternativa naturale al classico “salir de tapeo” spagnolo, e mi sono adattata in un istante. Ma è stata soprattutto la cultura del caffè a conquistarmi. Non parlo solo della bevanda in sé, ma del rito: passare al bar sotto casa, salutare il barista, fare il punto sulla giornata. È un’abitudine che trasforma il quartiere in una piccola comunità; quel caffè diventa la scusa perfetta per una pausa rigenerante o il pretesto ideale per ritrovarsi con qualcuno.
Quale piatto ti ha costretto a rivedere un pregiudizio, una aspettativa o un’idea che avevi sulla cucina italiana?
Non ho mai avuto particolari pregiudizi verso la cucina italiana, non è un caso che sia patrimonio dell’UNESCO, e ne sono sempre stata un’appassionata. Tuttavia, confesso di aver nutrito qualche dubbio iniziale verso i piatti poveri di recupero. La “Pappa al Pomodoro” ne è l’esempio perfetto: venendo dalla Spagna, terra del gazpacho, avevo radicata l’idea che il pomodoro dovesse essere sempre fresco e crudo. Scoprire invece questa zuppa calda, nobilitata dal pane raffermo (un’idea di recupero davvero geniale) mi ha insegnato la vera essenza della cucina toscana: la capacità di trasformare ingredienti semplici in piatti straordinari, grazie alla sapienza del tempo e alla forza della tradizione.

Hai mai provato a far conoscere la cucina del tuo Paese a degli italiani?
Come hanno reagito nel confrontarla con la tradizione culinaria toscana? Confesso: sono una vera buongustaia, anche se non sono esattamente un asso ai fornelli! Tuttavia, amo far conoscere la cucina della Spagna, in particolare il mio “piatto maestro”: la tortilla de patatas, che preparo seguendo rigorosamente la ricetta di mia madre. È sempre divertente confrontarsi con gli amici fiorentini sulla giusta consistenza delle patate e dell’uovo. Ancora più acceso, però, è il dibattito della preparazione della paella: gli amici la adorano, ma la cottura del riso diventa puntualmente terreno di scontro. Per un fiorentino, il riso deve essere al dente e va mescolato continuamente; scoprire che nella paella non si tocca una volta versato il riso, che deve cuocere “da solo” per creare quella crosticina perfetta, è per loro un piccolo shock culturale! È sempre un bellissimo scambio.
Secondo te, cosa rende speciale il rapporto che i fiorentini hanno con il cibo rispetto a quello che esiste nella tua cultura d’origine?
In Spagna il cibo è festa, rumore, condivisione collettiva anche in strada. A Firenze, il rapporto col cibo è più intimo, quasi austero ma fierissimo. Il fiorentino non ha bisogno di molte decorazioni: se il prodotto è eccellente (come una bistecca o un buon olio), non deve essere manipolato. È un rispetto quasi reverenziale verso la terra e la storia che mi ha insegnato a semplificare, a togliere il superfluo.

Se dovessi portare una persona appena arrivata a Firenze a mangiare qualcosa per farle capire davvero la città, cosa sceglieresti e perché?
Porterei quella persona a mangiare il lampredotto in uno dei chioschi storici. Non è il solito ristorante turistico: è la Firenze che lavora, quella che vive e che non si vergogna della sua storia più verace. È lì che capisci davvero che la città non è fatta solo di monumenti, ma di una stratificazione di gesti antichi che si ripetono ogni giorno, con un panino in mano. Ovviamente, lasciando il giusto spazio per una sosta in una pasticceria storica: assaggiare un dolce della tradizione è il modo migliore per chiudere il cerchio. D’altronde, sono la prima a cercare il cibo di strada più autentico ogni volta che viaggio: credo fermamente che sia proprio tra quei sapori, quelli più diretti e popolari, che si nasconda.

