Capita di andare in qualche locale di Milano o Firenze, chiedere qualcosa da sgranocchiare insieme all’aperitivo e sentirsi rispondere: “Ti porto un po’ di guac?”. “Guac”, diminutivo modaiolo di “guacamole”, una nota salsa messicana a base di avocado, pomodori e cipolla. Il successo dell’avocado è tale, e lo è da diversi anni, che secondo l’Osservatorio Immagino di GS1 Italy, nella grande distribuzione organizzata (Gdo) le vendite nel corso del 2023 sono salite del 29,4% rispetto a due anni fa. L’avocado è entrato a pieno diritto nel paniere medio dei consumi degli Italiani.

I consumi in realtà aumentano da anni: +40% nell’ultimo triennio, e hanno un grande potenziale di crescita perché sono ancora bassi rispetto agli altri Paesi europei (in Italia si consumano 400 grammi pro capite annui contro i 2 kg dei francesi). L’avocado è anche il frutto tropicale più coltivato nel nostro Paese, soprattutto in Sicilia e Calabria, ma anche in Toscana.
Questo successo si spiega in primo luogo con le proprietà caratteristiche del frutto non-più-esotico: è ricco di acidi grassi monoinsaturi, di antiossidanti e fibre e presenta una buona quantità di vitamine e minerali, tra cui vitamina A, vitamina C, vitamina E, ferro, potassio, calcio e magnesio. Non ultimo, riduce il colesterolo cattivo ed ha forti proprietà antinfiammatorie. Non stupisce dunque che il suo utilizzo non sia simile a quello di altra frutta, ma piuttosto sia legato a piatti prevalentemente sapidi e umami: dall’avocado toast, al poke a condimento per hamburger e panini vari.
Eppure, il successo di quello che in Messico chiamano “oro verde” ha una faccia oscura che ha a che fare con l’ambiente e la criminalità. La sua redditività è talmente alta che lo stesso Messico – di gran lunga il più grande produttore al mondo con oltre il 30% della produzione globale – sta destinando sempre più terreno alle piantagioni di avocado. Prevedibilmente, con maggiori profitti arriva anche una maggiore minaccia da parte di bande criminali organizzate che estorcono il pizzo agli agricoltori. La deforestazione e l’abbattimento illegale di alberi sono altre due ovvie conseguenze, poiché una quantità sempre maggiore di terra viene liberata affinché i benestanti millennials occidentali possano fare merenda con un avocado toast.
Il Messico non è l’unico paese che sta sfruttando la redditività dell’avocado: la Colombia – già impegnata in un lotta senza tregua con i cartelli della droga – ha visto la sua produzione di avocado aumentare in modo vertiginoso, tanto che è ora il secondo produttore mondiale. Ormai gran parte dell’America del Sud e centrale è coinvolta nella corsa all’oro verde.
Oltre alla violenza, al racket e alla deforestazione, già nel 2015 il New York Magazine documentava che è richiesta così tanta acqua per le piantagioni di avocado in Cile che i fiumi e le riserve di acque sotterranee si stanno prosciugando velocemente. Basti pensare che sono necessari 272,5 litri di acqua per far crescere un chilo di avocado, rispetto, ad esempio, ai 34 litri necessari per far crescere un chilo di pomodori.
Infine, e nonostante gli sforzi di produzione nostrana, non dimentichiamo che più della metà degli avocado che troviamo nelle corsie dei supermercati è importato; talvolta da Israele, più spesso dall’America Latina. Questo significa costi di trasporto, emissioni di gas serra, uso di conservanti e, dulcis in fundo, prezzi elevati. Le catene di Gdo, peraltro, diversificano gli avocado in vendita – e di conseguenza il loro prezzo – a seconda del grado di maturità: per un singolo frutto maturo si può arrivare a pagare 2,5€. All’incirca il prezzo di un kg di pesche o di 1,5 kg di mele Golden del Trentino.
Come i diamanti insanguinati che venivano estratti nelle zone di guerra dell’Africa, così l’avocado – con tutte le sue qualità positive – sta diventando un lusso tipicamente occidentale, il cui consumo ignora la faccia oscura fatta di violenza, criminalità, danni all’ambiente di quest’oro verde.

