La tavola di Pio V, il Papa che portò a Roma la spending review

Nell’anno del Giubileo, continuiamo il nostro viaggio lungo le storie dei Papi e del loro rapporto con la tavola: adesso è la volta di Pio V, al secolo Antonio Michele Ghisleri, il Papa che portò a Roma la spending review

Pio V

Pio V (1566-1572),  

“Zelante difensor di Santa Fede tema non ebbe di nessun periglio”

Così comincia la strofetta dedicata a questo integerrimo Papa, che leggo su un vecchio documento manoscritto, rinvenuto tra le carte della biblioteca di famiglia, che ne illustra le tante doti. Così mi faccio subito un idea del santo personaggio. Figlio di contadini dell’alessandrino, abituato alle rinunce, per aiutare la famiglia, fino a 14 anni fa il pastore. Entra poi a Voghera nell’ordine dei Domenicani, dando il via a un rigoroso straordinario cammino nella vita ecclesiastica. Nominato da Papa Pio IV “grande inquisitore”, proprio nel giorno del suo 68° compleanno, il 7 gennaio 1566, fu assunto al santo pontificato – così dice il mio foglio ingiallito – con i voti di 49 cardinali. Campione di quel Concilio di Trento ( 1545-1563) che come un terremoto aveva squassato dalle fondamenta l’impalcatura della Chiesa, bisognosa di figure come lui per salvare e rinnovare la propria immagine, Pio V piombò come un fulmine a ciel sereno nella Roma papalina, gaudente e festaiola, dell’epoca. La sua elezione fece subito tremare la curia, quando annullò i festeggiamenti e i banchetti già preparati per solennizzare la sua ascesa al trono di Pietro, scegliendo di far devolvere i soldi ai poveri della città. Niente lussi. Per lui un bianco saio domenicano, sotto i paramenti che erano quelli del suo predecessore, che si era fatto adattare per risparmiare.

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Alla corte pontificia si sparsero terrore e sgomento. Niente più beate pontificie gozzoviglie, spettacoli divertenti, commedie salaci. Addio all’esuberanza stuzzicante delle cortigiane. Anzi tra i primi provvedimenti del nuovo severo santo padre ci fu proprio la loro cacciata dalla città e la relegazione, insieme alle prostitute, nella località chiamata “Hortacci”, fuori dal centro di Roma. Niente più cardinalati regalati a partenti o amici intrallazzatori. Anzi, un suo nipote, che aveva scelto come capo delle guardie, fu subito cacciato perché faceva il gradasso e coltivava amori illeciti. Presto anche i romani, all’inizio affascinati da questa nuova figura di Santo, che ascetico incedeva per le vie a piedi scalzi, con una profetica barba bianca, finirono come la curia e il clero: messi in riga. Erano finiti i tempi delle bisbocce, le carnevalate con frittelle e vino dei Castelli. Guai a chi non andava a messa la domenica: Pio V previde pubbliche frustate a chi tradiva il coniuge e – come ci avvertono le mie carte – si proibì ai medici di vistare gli infermi, se dopo la terza visita non si confessavano. Per adeguare il clero al suo rigido stile di vita, gli proibì gli spettacoli, i pubblici banchetti e.l’accesso alle osterie. Fece poi un vero e proprio repulisti di tutto quello stuolo di persone che vivevano alle spalle della corte, riducendole da 1600 a 600.

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Guai a chi metteva in discussione il suo potere: se ne accorse Elisabetta I d’Inghilterra che si vide recapitare un’avvelenata bolla pontificia che la scomunicava ma al contempo scioglieva i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà. Per non parlare di quelli che profumavano di zolfo…con una puntina d’eresia. Ne seppero qualcosa i Valdesi, gli Ebrei e il poeta Antonio Paleario, che morì sul rogo. A poco a poco questo Papa, accolto come un salvatore, campione di rigore e santità, divenne temuto e malvisto per aver col suo forzato moralismo trasformato Roma – città allegra e godereccia – in una specie di monastero di clausura. Anzi, ce ne fu anche per le suore di clausura, per le quali Pio V stabilì che potessero uscire dalle mura del convento solo in caso di incendio e peste.

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Questo integerrimo, ascetico Pastore dormiva solo poche ore per notte su un ruvido pagliericcio, praticava il digiuno o mangiava pochissimo – povere umili cose retaggio del desco contadino – ebbe come unico “peccato di gola” qualche bicchiere di latte d’asina, ritenuto all’epoca medicina per i calcoli renali. Eppure Pio V ebbe a capo della sua “cucina segreta” il più grande e importante cuoco del secolo, Bartolomeo Scappi. Costui, che aveva brillato nella cucina di Paolo III Farnese preparando un fastoso pranzo per Carlo V d’Asburgo, che aveva deliziato con le sue torte, tra cui la preferita “torta bianca” Papa Giulio II, si trovò alle prese con lo stomaco di un pontefice tanto disappetente e rigido contro ogni peccaminosa tentazione. Fortunatamente Bartolomeo Scappi ci racconta tutte le sue straordinarie esperienze culinarie in un eccezionale testo, dove raccoglie tutte le sue saporite memorie, intitolato “Opera”, in cui si presenta proprio come “cuoco segreto di sua Santità Pio V” e qui ci indica anche alcune minestre, adatte per il ostro Papa digiunatore e fustigatore di peccati…anche di gola.

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E di queste vi darò le ricette curiose e molto apostoliche! Ma chissà se Pio V avrà apprezzato il valore e la competenza dell’arte culinaria di Bartolomeo Scappi o lo avrà considerato come ultimo bagliore luciferino, peccaminoso, di un epoca corrotta che cercava a tutti i costi di raddrizzare anche col suo esempio? Poi V, di cui abbiamo elencato alcuni eccessi, va però inquadrato in un momento difficilissimo per la Chiesa, simile a un vascello nella tempesta, di cui aveva preso il timone con biblica severità. La vittoriosa battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571) con cui, appoggiando spagnoli e veneziani, furono sconfitti i turchi e salvata la Cristianità, lo fece morire contento. Finalmente carico di meriti, restò sorpreso da un gran dolore di calcoli, che il 1 maggio 1572, lo vide soccombere, dopo 6 anni e 3 mesi di glorioso pontificato. In realtà il Santo Padre morì per ipertrofia prostatica degenerata, cui per pudore non si fece mai visitare. Fu proclamato Santo da Clemente XI nel maggio del 1712.  Queste minestrine tratte dalle pagine di Opera di Bartolomeo Scappi, ci confermano il ritratto di questo Papa digiunatore e fustigatore, primo Papa piemontese nei primi 1500 anni della Chiesa (il secondo è Papa Francesco, argentino di nascita ma piemontese di origine).

La ricetta di Pio V: Minestra di ortica

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Piglisi ortica piccola nella primavera e l’autunno, perciochè è il meglio della grande  e piglisi le parti più tenere, lavinosi a più acque, facciosi bollire con acqua per più di un quarto d’ora. Colisi per foratore rinfrescandole con acqua fredda. Battasi con li coltelli e cuocisi in brodo di pollo, ovvero con butirro o con oglio d’oliva o di mandorle dolci. Ma per quel che dicono i fisici molto migliore subito lavata, tritata con erbe minute, cuocendole con un poco di brodo senza essere prelessata, così dicono anche della malva. In questo modo si possono acconciare le foglie di fave tenere e piselli 

La ricetta di Pio V: Brodo apostolorum

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Per fare minestra di petrosemolo et altre herbette dimandate nelle corti di Roma. Habbisi brodo di carne, dove sieno bollite cervellate ( salsiccie) gialle e barbaglie (gola) di porco e schiena di castrato, et esso sia tinto di zafferano mescolato con pepe e cannella e nel tempo dell’estate pongasi con esse una spina o agresto intero e quando saranno cotte esse materie piglisi petrosemolo ben netto e lavato con altre erbucce e si taglino minute e pongasi in esso brodo e levato che aveva il bollo servosi subito con fette di pane sotto e le carni siano compartite in pezzuoli nel piatto. Avvertosi però che tale brodo non vuole sta fatto, perciochè il petrosemolo perderebbe il colore e questa vivanda si usa l’estate a Roma e starà in arbitrio se si vorrà montare con cacio grattato e uova sbattute.

Lavinia Rinaldi

Lavinia Rinaldi

Da sempre appassionata di cultura, arte, storia e gastronomia. Col tempo l’interesse e la curiosità mi hanno spinto ad approfondire questi temi attraverso il cibo e le tradizioni culinarie. Dal 2006 mi occupo della comunicazione delle relazioni esterne per la Fondazione Palazzo Strozzi

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