Avete presente quei mega ristoranti cinesi con centinaia di coperti, ricavati nei capannoni ai confini della Chinatown dell’Osmannoro, tra Firenze e Campi Bisenzio? Siamo andati a provarne uno, per conoscere il tipo di cucina e verificare  perché le recensioni online sono così basse

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Che la dote più significativa dei ristoranti cinesi di medio-basso cabotaggio presenti in Italia non sia l’originalità dei piatti offerti è cosa nota da tempo a chiunque abbia sperimentato un minimo di cucina etnica: da un estremo all’alto della penisola, infatti, varcare la soglia di una certa categoria di ristoranti significa trovarsi davanti le solite, standardizzate pietanze che compongono un menù sempre uguale a se stesso: gli evergreen sono involtini primavera e nuvole di drago, riso alla cantonese o spaghetti saltati con verdure, pollo alle mandorle o maiale con bambù e funghi, gelato fritto.

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Dal momento che recensire i ristoranti migliori è spesso troppo comodo e a noi – parafrasando una celebre pubblicità – non “piace vincere facile”, abbiamo deciso di sperimentare uno tra i peggiori ristoranti cinesi cittadini, stando almeno alle recensioni online. Abbiamo optato per uno di quei mega-ristoranti cinesi con centinaia di coperti, ricavati in ampi casermoni ai confini della Chinatown dell’Osmannoro, tra Firenze e Campi Bisenzio, a pochi passi da dove sorgono altri capannoni dediti alla produzione di tessuti a basso costo e alla riduzione in schiavitù di chi ci lavora, nel colpevole silenzio delle istituzioni. Il racconto che gli utenti hanno lasciato su Tripadvisor e le conseguenti valutazioni sono in effetti ciò che più ci ha incuriosito: alcuni di coloro che hanno postato un giudizio non sono in effetti rimasti fino a fine pasto.

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E così, a pochi giorni dall’assaggio del ristorante cinese luxury Fulin, ci siamo concessi una full immersion nella cucina cinese della terra di confine tra Firenze, Sesto e Campi. Passando dalla terza alla prima persona, non fosse altro per comodità della narrazione, sgombro il campo da ogni pregiudizio ed entro al “Forever” in un’afosa serata estiva, di giovedì. La prima impressione è di essere finiti in un posto vagamente artificioso, un open space con decine di tavoli imperiali (desolatamente vuoti), dominato dall’alternanza tra luci e colonne di foggia contemporanea. In fondo, isolato, il palco per il karaoke. All’estremo opposto, quello dove mi trovo appena varcata la soglia d’ingresso, la vasca delle aragoste e il bancone del bar.

ristorante cinese - il Forchettiere

Proprio lì al bancone, dove a fine pasto noterò una magnum di Tignanello e altre etichette di prestigio, avviene il primo incontro con i gestori. La conversazione procede rigorosamente a gesti, dal momento che nessuno lì sembra parlare italiano: spiego – pardon, mimo – di volere un tavolo, e non senza nascondere una certa curiosità per la presenza di un cliente inaspettato, mi fanno accomodare (sempre a gesti, ovvio) al tavolo più lontano, in un angolo della grande sala e rigorosamente lontani dalle vetrate. Oltrepassata la vasca delle aragoste, arriva il momento di sedersi: l’opzione è tra la vista del bancone e quella su un muro completamente spoglio, color crema. Scelgo la prima.

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Tempo pochi minuti arriva un cameriere, che provvede all’apparecchiatura (foto in alto): un piatto, una forchetta e un coltello. Più tardi giungeranno un bicchiere da vino e un tovagliolo di carta. Poi arriva il menù, in cinese sottotitolato in un bizzarro italiano dove ogni quattro voci si conta un refuso (spagetti, chioccoli, frirro, ecc…). La struttura della carta è simile a quella dei ristoranti cinesi classici: antipasti, zuppe, primi (spaghetti o riso), secondi (manzo, maiale e pollo, più anatra e rane), dolci e bevande. Ancora pochi minuti di attesa per studiare il menù e arriva al tavolo l’unica persona in grado di parlare un minimo di italiano. Avrà avuto 15 anni, ma magari era solo molto piccola e magra, chissà. Opto per un compromesso tra il tipico menù cinese low cost – involtini primavera, ravioli al vapore, riso cantonese, spaghetti alle verdure – e qualcosa di più azzardato, come le rane alla piastra. “Rane finite” è la risposta lapidaria, per cui ripiego sull’anatra.

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Mentre aspetto che arrivino le ordinazioni, mi concedo una visita al bagno – spartano ma più pulito di come lo immaginassi, devo ammetterlo, quindi migliore di tante trattorie italiane – e un rapido giro davanti al bancone del bar, dove sono esposti piatti avvolti nel cellophane. Qui incontro ciò che vedete in alto: provo a chiedere cosa siano quelle polpette nere con gli aculei, mi chiamano la cameriera underage e questa mi liquida spiegandomi che si tratta di frutti di mare. Quali non è dato sapere. Nemmeno voglio indagare su ciò che fa mostra di sé appena più in basso da un vetro che dev’essere stato pulito l’ultima volta nell’aprile 1993, e mestamente torno al tavolo.

ristorante cinese - il Forchettiere

Le pietanze, così com’è uso in diversi ristoranti cinesi, arrivano tutte insieme: piccolo e croccante, l’involtino primavera è talmente unto e bisunto che all’interno è possibile notare le goccioline di olio accanto alla julienne di verdure, mentre il raviolo al vapore si dimostrerà alla fine – pur nell’assenza di pregi particolari – il miglior piatto della serata. Chiedo la salsa di soia per condire i ravioli, ottengo la stessa risposta che otterrebbe chiunque chiedendomi di enunciargli le leggi di Keplero in dialetto sardo. Anzi, ottengo un’oliera con olio e aceto. Sto quasi per arrendermi, salvo poi trovare una bottiglietta di soia sul bancone: la prendo, la mostro al cameriere e lui mi dice “Ah, soia”. Mi guardo in giro alla ricerca delle telecamere di Scherzi a parte, trovo solo un megaschermo che mostra un poliziesco in cinese e continuo a mangiare.

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Passiamo ai primi: il riso cantonese con gamberi è esattamente ciò che ti aspetti, per averlo mangiato decine di volte in diverse città e in ogni stagione. Riso in bianco con uovo, piselli e qualche gamberetto testé scongelato. Mi ricordo di essere in un ristorante cinese e chiedo dunque di poter avere le bacchette con cui affrontare il riso. Solito percorso: cenno al cameriere, arrivo della cameriera mini-size, richiesta e… ta-dan, ecco due eleganti bacchette scure con il bordo dorato. Peccato solo che il riso non abbia la consistenza adatta a essere preso con le bacchette, per cui mi tocca alternarle con la forchetta (tra l’ironia di nessuno, perché salvo una famigliola di passaggio la grande sala resta vuota).

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Proprio continuo a chiedermi di chi siano tutti quei macchinoni parcheggiati all’ingresso del ristorante se all’interno poi non c’è nessuno, decido di passare dal riso agli spaghetti alle verdure con pollo. Anche qui, nulla che non sia già stato visto (e assaggiato) altrove: spaghetti lontani anni luce dal concetto della pasta al dente – ma questo c’era da aspettarselo, dai – con germogli di soia, uovo (anche qui!), glutammato come se piovesse e straccetti molli che per esclusione devono essere appartenuti a un pollo. Qui le bacchette si dimostrano utili, ma è l’appetito che latita.

ristorante cinese - il Forchettiere

Mi accingo a proseguire il secondo tuffandomi su un altro dei classici della cucina cinese italian-style, il manzo funghi e bambù. Ebbene, appena mosso il piatto – che, ricordo, era stato portato insieme agli antipasti e ai primi – si leva un cattivo odore che non è facile descrivere, ma di certo poco gradevole. Non mi faccio scoraggiare e addento i tre ingredienti: il fungo, credo fosse uno champignon, è parecchio acquoso ma almeno sa di fungo; sul bambù non ho particolari metri di paragone ma ha una pur vaga croccantezza; la carne, invece, è impalpabile, talmente morbida da scomparire al palato, soverchiata dal glutammato. Dal canto suo, l’anatra alla pechinese è del tutto simile a un pollo – fin troppo, per certi versi – dal farne passare in secondo piano la secchezza delle carni e la stopposità.

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Procedo oltre, e decido che non può esserci una full immersion nella cucina cinese senza un adeguato dessert. Interrompo le pulizie del cameriere e ordino il gelato fritto, chiedendo preventivamente scusa al fegato e immaginando il mio medico scuotere la testa rassegnato davanti alle prossime analisi del sangue. Gli dèi dispettosi, per bocca della cameriera mignon subito accorsa, mi fanno sapere che “Gelato flitto finito”. Allora scelgo il dolce di riso, ovviamente fritto. Passa molto tempo, durante il quale ho tempo di meditare sulle mie scelte fin quasi a pentirmene. Ma come, tutto arriva in fretta e proprio sul dolce tocca aspettare 30 minuti? Poi arriva il piatto che vedete in alto. Apro una pallina, e ciò che trovo è quanto vedete nella foto in basso:

ristorante cinese - il Forchettiere

Anche se a prima vista poteva sembrare una normale bignolina alla crema, subito oltre la copertura gommosa trovo un ripieno nero, denso, che mi ricorda una via di mezzo tra il nero di seppia e il carbone delle matite. Stavolta prima di assaggiare cerco su Google, e lì scopro che davanti a me dovrebbero esserci semi di sesamo (neri, appunto). Assaggio: il sapore è incredibilmente neutro, nel senso di “non pervenuto”. Avete presente cosa significa mangiare pane senza sale? Ecco, ancora peggio. Comunque, alla fine chiedo il conto – solita procedura – e vado a pagare alla cassa. Il conto in sé non è salato, forse in linea col dolce di riso di cui sopra. Nemmeno 45 euro per due antipasti, due primi, due secondi e due dolci.

ristorante cinese - il Forchettiere

Ciò che invece mi colpisce, in una carta i cui prezzi oscillano tra i 4 euro di svariate pietanze e i 28 euro dell’aragosta, è uno scontrino lasciato proprio lì davanti. L’occhio cade su quel secondo da 100 euro, peraltro vicino a uno da 5 euro, e per un momento mi perdo a fantasticare sui due commensali dalle scelte così differenti. Poi noto anche un primo da 60 euro, roba che nemmeno all’Enoteca Pinchiorri nel cenone di Capodanno, per un conto complessivo di 353 euro. Resto col dubbio che si tratti di uno scontrino dal sapore vagamente noir, ma tanto ormai l’attenzione è rivolta altrove, cioè alle possibili conseguenze notturne di quella cena. Conseguenze che, per la cronaca, non ci sono state. E va bene così.

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Marco Gemelli
Marco Gemelli, classe 1978, sposato con due bimbi, giornalista professionista dal 2007, è membro della World Gourmet Society e dell'Associazione Stampa Enogastroagroalimentare Toscana. E’ stato redattore ordinario al quotidiano Il Giornale della Toscana, dove per anni si è occupato di cronaca bianca e nera, inchieste, scuola e università, economia, turismo, moda ed enogastronomia. In seno alla stessa testata è curatore dell’inserto semestrale Speciale Pitti Uomo. Oggi è un libero professionista: collabora con diverse testate – sia online che cartacee – nel settore degli eventi e delle eccellenze del territorio, in particolar modo nel campo enogastronomico. E’ coideatore del progetto “Le cene della legalità” (2013) e autore de “L’Opera a Tavola” (2014), nonchè fondatore del sito www.itrelforchettieri.it, embrione del Forchettiere.

1 COMMENT

  1. Forever, ci sono stato per provarlo. Crocione sopra. Le sguattere che servono col piumino addosso parlano pochissimo l’italiano e soprattutto NON GLIENE FREGA NIENTE DI TE E DEL PROPRIO SERVIZIO.
    Si ha quasi l’impressione di dargli fastidio.
    Cibo passabile ma in buona parte surgelato.
    Visto che come gestione è fallimentare viene da chiedersi se in realtà non sia una specie di lavanderia
    (indovinate di che).
    Ad ogni modo all’osmannoro la legge italiana non osa entrare dopo le legnate prese durante una tentata
    ispezione tributaria.
    Unica nota positiva il conto più contenuto che altrove.
    Insomma, non ci provate neppure.

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