Sulle orme dei Supertuscans: il gin toscano e la rivoluzione silenziosa degli spirits

Cocktail Supertuscan

Come a suo tempo il marchese Incisa della Rocchetta lanciò col Sassicaia i vini che avrebbero rivoluzionato l’enologia italiana, così anche tra gli spirits – a partire dal gin toscano – c’è grande fermento e voglia di internazionalizzazione

Cocktail Supertuscan Scomposto gin toscano

Anche le grandi rivoluzioni iniziano con un piccolo passo. Partendo dal vino, il Nuovo Testamento degli alcolici nostrani potrebbe esordire con un biblico “In principio fu il Sassicaia”. In fondo, quando all’inizio degli anni Quaranta il marchese Mario Incisa della Rocchetta decise di impiantare nei suoi terreni di Tenuta San Guido i primi filari di Cabernet Sauvignon dando vita al primo Supertuscan, probabilmente non immaginava che la sua rivoluzione avrebbe un giorno toccato così tanti aspetti del mondo beverage. Ma è da lì che tutto è partito, e nell’ultimo mezzo secolo l’appartenenza territoriale, identitaria, storica di certi vini e distillati è stata completamente sconvolta.

Sassicaia, il supertuscan per eccellenza

In enologia questa rivoluzione non è più una novità, tant’è che i vitigni più nobili di Francia sono ormai conosciuti come “internazionali”, e non è raro che bottiglie del Nuovo Mondo scalzino i vini del Vecchio Continente nelle competizioni internazionali (l’ultima volta nel 2016, quando Wine Spectator ha sorvolato sulle antiche nobiltà vinicole europee, scegliendo come miglior vino al mondo il Cabernet Sauvignon Napa Valley 2013).

Ciò che è avvenuto grazie a Sassicaia nel vino sta accadendo adesso anche tra i liquori. Nel mondo degli spirits, questa rivoluzione può apparire più silenziosa e alle volte più artigianale, anche se con degli innegabili picchi d’attenzione mediatica, come quando nel 2014 gli occhi del mondo sono stati distolti dalle nebbiose Highlads scozzesi, per spostarsi sul Giappone e sul nipponico Suntory Yamazaki Single Malt Sherry Cask 2013, eletto miglior Whiskey del mondo dalla World Whiskey Bible.

SuntoryYamazaki

L’alcolico che più di tutti ha visto un’internazionalizzazione nell’ultimo decennio è il Gin. Abbandonata l’origine britannica e la propria appartenenza alla classe operaia, infatti, il Gin ha saputo reinventarsi come trend della miscelazione globale, declinato in centinaia di nuove versioni, in un processo per alcuni versi assimilabile a quello delle birre artigianali. Spagna, Italia, Francia: ogni Paese sembra voler inserire un po’ della propria identità nazionale (e spesso regionale o locale) in questo spirit tramite le famigerate “botaniche”, che come i luppoli di una famosa marca di birra non smettono di aumentare in ogni nuova versione immessa sul mercato.

Il boom dei gin artigianali gin toscano

C’è però chi ha avuto la lungimiranza di capire che all’interno di un mercato che guarda sempre in avanti, alle volte bisogna saper tornare indietro, fino alle radici di una ricetta, per carpirne l’anima. Alle radici, o ancora meglio alle bacche. Infatti l’unica botanica imprescindibile per il Gin – quella che gli fornisce anche il nome – è il Ginepro, pianta da secoli presente in Italia, e soprattutto in Toscana. Qui da sempre se ne fa uso appassionato in cucina, per arricchire la cottura delle carni, partendo da quella del cinghiale.

Ma gli Inglesi, grandi estimatori di questa regione da secoli, hanno subito intuito che la qualità di questa pianta si sposava perfettamente con il loro drink nazionale, e non se la sono fatti sfuggire, diventando importatori di materia prima, finita poi a fare il ruolo della protagonista nei più famosi London Dry Gin. È proprio da questa materia prima che nasce l’intuizione di Sabatini Gin, creare un prodotto d’eccellenza toscano, arricchito con 9 botaniche del territorio, ovvero coriandolo, iris, finocchio selvatico, lavanda, foglie di olivo, timo, verbena e salvia.

Sabatini Gin e le sue botaniche gin toscano

Alle volte basta una scintilla per appiccare un incendio, e su questa tela bianca c’è chi ha avuto l’intuizione di dipingere il proprio capolavoro personale. Dietro il bancone di uno dei cocktail bar più belli di Firenze,quello incastonato nella Cigar Room di Villa Cora, si trova Paolo Ponzo, bartender che compensa la sua origine siciliana con un amore sconfinato per la Toscana.

Paolo Ponzo dietro il bancone di Villa Cora

A lui si deve l’idea dell’introduzione del termine “Supertuscan” nel mondo dei cocktail. L’idea è speculare a quella che dagli anni ’70 ha sconvolto il mondo del vino nostrano: un grande territorio crea grandi materie prime, non importa che la versione originale nasca altrove. Se qualcosa si può fare bene (se non meglio) qui, vale la pena di farla.

Potremmo definire il suo Cora Martini SuperTuscan un cocktail a KM0, per il quale vengono utilizzati solo ingredienti provenienti dalla Toscana. Si parte da un Vermouth bianco di Prato, che incontra nel bicchiere il Sabatini Gin toscano. La tradizionale oliva è sostituita da una peschiola al tartufo Savini, che ricopre un ruolo molto più che decorativo all’interno dell’equilibrio del cocktail. Infatti i suoi olii incidono notevolmente sulla parte olfattiva del cocktail, che al naso emana un essenza di tartufo degna di una giornata nei boschi.

Cocktail Supertuscan gin toscano

La peschiola contribuisce in maniera importante anche al gusto, donando una nota d’asprezza che controbilancia e armonizza l’insieme del cocktail. Gli occhiali da vista dietro cui si nasconde lo sguardo di Paolo sembrano avergli dato una visione chiara del mondo degli alcolici, la stessa che ebbe il marchese Mario Incisa della Rocchetta quasi un secolo prima. La visione di un mondo  dove localismo e globalizzazione non sono più agli antipodi, ma due realtà che si incontrano e si mischiano come gli ingredienti di un buon cocktail.

Federico Bellanca

Federico Bellanca

Federico Silvio Bellanca, nato l’ultima settimana del 1989 a Fiesole, reputa se stesso la risposta alla domanda di Raf “cosa resterà di questi anni 80”, e si crede simpatico ogni volta che fa questa battuta. Specialista in Marketing del settore Beverage, ha lavorato in quest'ambito per alcuni anni (soprattutto sul mercato francese), per poi passare a ruoli di responsabilità nelle vendite in diverse aziende spaziando dal vino alla birra fino ai prodotti food. Stregato dal fascino del giornalismo ha cominciato a scrivere per riviste tecniche nel 2015, prima su GDOnews e successivamente su Beverfood.com. A fine 2017 inizia a scrivere su il Forchettiere per raccontare la passione di tutti i protagonisti della ristorazione incontrati mentre cercava dati di mercato e trend di marketing. Ama i cocktail in cui gli ingredienti sono creati del bartender, i ristoranti che non fanno razzismo regionale nei vini e tutto quello che viene servito crudo o quasi. Odia i sorrisi forzati nelle foto , gli appassionati morbosi di un singolo prodotto e scrivere di se stesso in terza persona nelle biografie perché non riesce a farlo troppo seriamente…

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