Immersa nella valle della Chiesa del Carmine, l’omonima Vineria è il luogo d’elezione del Trebbiano spoletino, merito della mano felice di un enologo come Giovanni Dubini

La Vineria del Carmine, in località La Bruna (Pg), sorge a pochi centinaia di metri da una chiesa del 1270 – da cui prende il nome – ristrutturata, insieme agli edifici adiacenti, dagli attuali proprietari, gli inglesi Jacqueline e Jeremy Sinclair; a distanza di sette anni dalla prima vendemmia è oggi un’azienda vitivinicola dove si lavora, in biologico, sotto la guida di Giovanni Dubini, uno dei migliori enologi d’Italia nonché produttore di rinomati bianchi con la cantina Palazzone.

In occasione del loro primo viaggio in Italia Jacqueline, illustratrice di libri, e suo marito Jeremy, pubblicitario, si innamorarono delle colline umbre e nello specifico della valle della Chiesa del Carmine; quest’ultima, ammantata da boschi, è legata da secoli alla viticoltura di qualità e già nel 1974 il noto giornalista americano Burton Anderson scriveva su Wine Spectator di un bianco di grande finezza che proprio qui trovava i natali.

Dopo anni di accurato recupero e attenta ricostruzione, la Vineria del Carmine è tornata ad essere luogo deputato alla viticoltura d’eccellenza, ove riconoscere che la qualità non è da cercarsi altrove: se lavorate nel modo giusto, varietà autoctone come il Trebbiano spoletino possono infatti regalare vini in grado di competere anche con i migliori bianchi italiani. Il trebbiano spoletino, coltivato sin dal XV secolo nell’area di Spoleto, Trevi e Montefalco, era in origine allevato ad alberata; le viti erano maritate a piante di olmo o acero e i tralci, rampicando sui fili tesi tra un albero e l’altro, permettevano di scongiurare gli effetti delle gelate e garantivano un buon soleggiamento dei grappoli. La vendemmia era però molto complessa e faticosa – richiedeva anche l’ausilio di lunghe scale da appoggiare agli alberi, come accade in Campania per l’asprinio d’Aversa – e la viticoltura era legata a una forma d’economia agricola molto lontana da quella moderna.

La progressiva meccanizzazione agricola iniziata negli anni ’60 ha inevitabilmente, portato a sostituire le alberate – che non hanno trovato spazio in altre zone collinari, già votate alla coltivazione dell’ulivo – con le coltivazioni intensive e il trebbiano spoletino è, mano a mano, quasi del tutto scomparso. Negli ultimi anni, però, la tendenza nazionale è stata quella di riscoprire, regione per regione, le varietà autoctone e l’Umbria non è stata certo da meno, scegliendo di dare nuovo corso alla storia del trebbiano spoletino.

Il suo recupero, se in parte è legato alla tradizione enologica della zona, si deve soprattutto alla sua duttilità, alla sua scarsa suscettibilità alle più frequenti patologie della vite e alla sua capacità di maturare tardi, garantendo anche nelle annate più calde un’ottima componente acida e una buona aromaticità. Il Trebbiano spoletino può essere scelto sia per la produzione di bianchi freschi d’annata che per vini destinati a lunghe evoluzioni; inoltre, la sua innata attitudine per le lunghe macerazioni dà modo ai viticoltori di scegliere, per la vinificazione, anche contenitori ceramici e anfore. Attualmente buona parte degli ettari vitati sono destinati al Trebbiano spoletino (gli altri sono suddivisi tra sangiovese, sagrantino, merlot e cabernet sauvignon), tutte le uve sono allevate senza compromessi, nel pieno rispetto per la natura e per le regole dell’agricoltura biologica, le rese sono basse e la vendemmia è svolta manualmente. Finora, per la Vineria del Carmine, l’annata migliore è stata indubbiamente quella del 2018, per condizioni climatiche e qualità dei frutti.

Il Trebbiano Spoletino 2018 della Vineria del Carmine è un vino dall’acidità vibrante, d’invitante complessità aromatica; dorato, pieno al sorso e segnato in particolare da sentori di lime e mela cotogna, è un bianco di lungo appagamento, sapido e di trama fine. Sebbene si accompagni molto bene anche ai secondi di pesce e alle carni bianche, è con il tartufo locale che dà il suo meglio. Alla Vineria del Carmine, dove si può ammirare anche un oliveto di oltre mille unità e partecipare alla caccia al tartufo in una tartufaia di circa tre ettari, la ristrutturazione e l’ampliamento della tenuta, così come la sperimentazione enologica non si sono però fermati ai primi successi e riconoscimenti; si sta, infatti, ultimando la cantina e, al contempo, nuovi prodotti – come il “Bell’Angelo della Chiesa”, blend di merlot e cabernet sauvignon – stanno entrando a far parte del catalogo vini.

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Martina Franceschi
"Galeotto fu per lei il Montepulciano d'Abruzzo 2009 di Emidio Pepe": così, con una parziale citazione, si potrebbe iniziare a raccontare quello che è stato, per Martina, un cambio di passo. Nata a Terni nel 1984, benché gli studi universitari in Biologia sembravano portarla altrove, Martina infatti ha lavorato qualche anno come autrice televisiva per poi - con quel "famoso" calice in mano - decidere di iscriversi a un corso della Fondazione Italiana Sommelier. Ancora fresca di diploma, si è fin da subito impegnata nella divulgazione enogastronomica e poi è entrata a far parte, in qualità di Editor e Wine Specialist, della grande distribuzione, italiana e internazionale. Oggi, per lavoro e per inclinazione, si occupa in particolare dei piccoli produttori, degli artigiani della vigna e dei loro vini coraggiosi.

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