Il lungo viaggio del pomodoro, re delle tavole italiane: dallo scetticismo degli esordi in Europa fino a diventare ispirazione per poeti e cantautori

All’estero chiunque si soffermi a pensare alle bellezze italiane elencherà di sicuro, come nei più classici e stantii cliché, la pizza, la Vespa e la pasta al pomodoro. Ecco, il pomodoro col tempo è diventato il vero simbolo dell’italianità, non solo all’estero ma anche per gli italiani stessi diventando uno dei pilastri della gastronomia nostrana. Dal ragù – bolognese o napoletano che sia – alla pappa al pomodoro, passando per l’insalata caprese fino al classico spaghetto al pomodoro. Si è arrivati al punto da farlo diventare addirittura un contenitore per altre pietanze, che o vviamente vengono condite al pomodoro come il riso.

Il senso di appartenenza è diventato tale da etichettarlo a prodotto autoctono dello Stivale, quasi a tralasciare le vere origini di questo versatile e favoloso frutto (si cari lettori, botanicamente parlando è un frutto). Non tutti sanno infatti che il prodotto più coltivato negli orti e sui balconi di Italia, che genera indotti economici nell’ordine delle centinaia di milioni di euro non è nato in Italia.

Il pomodoro, infatti, è stato sicuramente il principe dei reietti dei prodotti importati dalle Americhe, e non solo: veniva additato anche quale prodotto velenoso da tenere in casa solo come ornamento (questa cattiva fama deriva dalle foglie, effettivamente velenose poiché contengono un glicoalcaloide che causa un estremo nervosismo e forti dolori di stomaco. Se ingerite, anche dagli animali, causano disturbi digestivi ed eccitazione nervosa). Va detto che non era il pomodoro come noi lo conosciamo oggi: i frutti delle prime piante arrivate in Europa, coltivate per lo più in Francia in un clima freddo, rimanevano piccoli, giallognoli – da qui il nome “Pomo d’oro” – e non particolarmente accattivanti. Fu il cambio di zona di coltivazione una volta arrivato in Italia, a renderlo rosso, e poi la selezione genetica operata manualmente dai botanici a creare la miriade di varietà (solo quelle italiane ammontano a 320) oggi reperibili.

Le origini certificate di questo dono divino sono riconducibili al Messico e al Perù dove gli Aztechi erano soliti consumarlo anche tutti i giorni, anche in un raccapricciante antenato del ragù, come testimoniato da Marvin Harris in “Buono da Mangiare”: “il corpo veniva tagliato a pezzi, cucinato e mangiato nel corso di un banchetto cui partecipavano ii proprietario e i suoi ospiti: la ricetta preferita era lo stufato insaporito con pepe, pomodori e gigli triturati”. Amanti del ragù ma con delle colossali differenze nella scelta delle carni, dove la mamma di Edoardo De Filippo usava scegliere pezzi selezionati di manzo o maiale, nel loro caso il corpo tagliato a pezzetti apparteneva a una delle decine di migliaia di prigionieri di guerra. Questioni di stile.

Il pomodoro giunse in Europa nel 1540 quando il conquistador Hernán Cortés, di ritorno in patria, ne portò alcuni esemplari, e qui venne paragonato ai cugini come l’erba morella o l’Atropa belladonna già famosi per la loro mortalità. Se ne innamorò invece il Re Sole, che a Versailles amava stupire gli amici mostrando quella pianta strana con i fiorellini gialli e le palline giallo-aranciate. Alla bacca vennero attribuite inoltre proprietà afrodisiache, che ne suggerirono l’impiego in pozioni e filtri magici preparati dagli alchimisti del ’500 e ’600, tanto che nelle diverse lingue europee si ritrovano le espressioni: love apple, Liebesapfel, pomme d’amour (o pomme d’or), e in Sicilia pumu d’amuri.

La storia italiana, ufficiale e documentata del pomodoro inizia ad ottobre del 1548 a Pisa. Li Cosimo de’ Medici ricevette dalla tenuta fiorentina di Torre del Gallo un cesto di pomodori, nati da semi donati alla moglie dal padre, Viceré del Regno di Napoli. Da qui continuerà il suo percorso di adattamento come pianta ornamentale delle dimore del Nord, e un ventennio più tardi in Meridione, dove il clima favorevole portò frutti più grandi e di colore arancione-rosso, invoglianti – soprattutto tra i poverissimi contadini – al punto da spingere il popolo a consumarli. I meridionali iniziarono ad assaporare il pomodoro quasi un secolo prima di tutti gli altri Europei.

Come però in quasi tutte le storie di successo un fortunato matrimonio è la chiave di volta dell’exploit del pomodoro. Matrimonio che ancora oggi resiste come uno dei principali metodi di export dei prodotti lavorati, la banda stagnata. E di rimbalzo, mentre il pomodoro porta Napoli nel mondo tramite le magnifiche etichette atte a pubblicizzarlo, Napoli porta il pomodoro al centro della sua cultura, lo lega alla pasta e alla pizza “ca pummarola ‘ngopp”, al ragù del portinaio a tutte quelle tradizioni che vengono tramandate di generazione in generazione, a quel profumo afrodisiaco che ha fatto innamorare Partenope ed è diventato di diritto la “madeleine” di un’intera regione. Perché alla fine, i figli sono di chi li cresce, non di chi li fa.

E dopo aver salvato il popolo dalla fame durante la guerra, il pomodoro spopola anche nel mondo dell’arte da Rita Pavone che osannava la caparbietà italiana post Guerra Mondiale con la sua Viva la pappa al pomodoro, passando per Neruda con la sua “Ode al Pomodoro” arrivando a Gino Paoli che ha intitolato un suo album “Pomodori” con questo splendido omaggio al vero Re della tavola italiana.
“Quando vedo maturare i pomodori
Dico pensa tu cosa sarebbe fare
Un piatto di pasta senza i pomodori
È come un giardino senza fiori
Che sarebbe il mondo senza americani
Io non so se poi sarebbe un gran vantaggio
So che se Colombo non faceva il viaggio
Ci sarebbe il mondo senza pomodori”
Crediti foto: Flikr
©Riproduzione riservata

