venerdì 11 Settembre 2026

Gino Paoli e le sabbie delle Versilia dove nacque il suo amore per il bar

È sulle sabbie nobili della Versilia che il cantautore Gino Paoli, icona della musica leggera, ha vissuto i suoi anni d’oro. Ed è lì che dal ’61 sono nati i “quattro amici al bar” e l’idea di “bere del whisky al Roxy bar”

Non c’è che lui, nell’immaginario collettivo musicale della “Versilia da bere” degli anni d’oro. Quando non lo si immagina seduto ad accarezzare il pianoforte, non c’è altro posto in cui figurarsi Gino Paoli se non al bar con in mano un bicchiere di whisky. Proprio lui, che ha portato il mondo della mixology nel salotto buono della musica italiana, da quei quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo al Roxy bar dove si ci ritrova a bere del whisky sentendosi un po’ una star. La lunga storia d’amore del cantautore genovese – giusto per citare uno dei suoi successi – con il mondo dei bar inizia presto, al bancone della Bussola di Marina di Pietrasanta una sera d’estate del 1961, quasi per sfida.

“All’epoca non bevevo e non fumavo, avevo preso una sbronza di gin a 17 anni e da quel momento non mi ero più avvicinato all’alcol. Ero al bar da Pierpaolo (Velani, uno dei due barman storici del locale insieme a Roberto Bonetti, quello più vocato ai cocktail ndr) e avevo ordinato il mio solito bicchiere di latte. Passò Sergio Bernardini, il titolare della Bussola, e mi disse ‘Guardatelo là, il cantante maledetto che sorseggia il suo latte…’. Mi voltai, chiesi whisky e sigaretta”. Gli toccò ripeterlo, tanta era la sorpresa per quell’ordinazione inconsueta: “Hai capito bene, whisky e sigaretta” ridissi al disorientato cameriere. La mia storia con l’alcol è cominciata così, senza che me ne accorgessi, e dura ancora nonostante alti e bassi. Quella sera mi stupii di me stesso. Da principiante, reggevo il bicchiere alla grande, avevo una predisposizione naturale, un vero talento”.

Da lì in avanti, l’autore di Senza Fine e il Cielo in una stanza è stato un amante del whisky. “È stato un amore a prima vista e per anni ho bevuto tanto. Il whisky non ti lascia addosso nessuna cattiveria, nessun problema. Almeno quello pulito, specie quello di malto, secco. Lo butti giù, non ti dà complicazioni”. Negli anni della Bussola, a coltivare questa passione erano parecchi: “Al bar della Bussola in genere ci presentavamo in tre: insieme a me c’erano Puccio Raniolo, famoso per l’abitudine di infilare il bicchiere nel taschino della camicia, e Gian Galeazzo Saviola detto Chopin perché si metteva al piano e aspettava che qualche ragazza si avvicinasse e cascasse tra le sue braccia. Era anche un bell’uomo, il gioco funzionava. Ebbene, il barman Pierpaolo ci portava tre bicchieri, sì, ma anche tre bottiglie.

In Versilia non frequentavo che la Bussola: si cominciava tra le 21 e le 22 e non ne uscivi prima delle 4 del mattino. Tutti, a parte Joao Gilberto, che restava sveglio di giorno e dormiva di notte: aveva moglie, figlio e una gatta, e una volta dopo aver finito alla Bussola ha chiamato un taxi e con quello li ha portati tutti con sé a Parigi. Era un periodo meraviglioso, quello: negli anni tra il ’61 e il ’65, concentravamo tutto in un mese ma più che un lavoro era un divertimento, perché lì alle Focette arrivavano tutte le grandi star internazionali, da Ray Charles in giù. Col patròn Sergio Bernardini siamo diventati amici dopo un inizio difficile, in teatro eravamo arrivati a picchiarci. Lui portava in tournée ‘Bussola on stage’ con artisti come Romano Mussolini e Peppino Di Capri: una sera aveva Umberto Bindi non più disponibile e prese me al suo posto”.

Finita la magia degli anni Sessanta, trent’anni dopo è ancora il bar, al centro della vita musicale di Gino Paoli, con quel Roxy Bar che ha segnato il sodalizio con Vasco Rossi. “Per me il Roxy Bar segna un passaggio di testimone, è il punto di contatto tra due ambienti, due generazioni. Ecco perché ho chiesto a Vasco di venire a cantare con me: quel bar rappresenta il momento d’incontro tra un’atmosfera di ieri e una di oggi. Da un lato c’ero io, contestatore e uomo trasgressivo, e dall’altro un artista dalle caratteristiche simili: il passaggio di testimone a Vasco è stato più che naturale”.

 

Tempi non così distanti, ma che a Gino Paoli sembrano lontanissimi al confronto col modo contemporaneo di approcciarsi al bancone: “Oggi la gente non sa più bere: il problema è quando in 15 minuti fai fuori mezza bottiglia, non quando la spalmi nel corso di una serata. Si sono persi i ritmi, spesso i giovani buttano giù ciò che gli capita, senza alcun gusto particolare, chissà perché invece nel campo del vino sono più selettivi, più competenti. Ma è cambiato un po’ tutto: una volta mi chiedevano come si fa a diventare musicisti, oggi mi domandano qual è la strada più breve per il successo. Una volta, invece, solo guadandoti i barman potevano capire le preferenze dei clienti: l’Alexander per le donne, un sour per quelli un po’ più in là con gli anni. Oggi i giovani escono per l’apericena, e io ripenso al bar all’angolo di via Cesarea, a Genova, dove a 18 anni ci ritrovavamo io, Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Enrico De Angelis e Ruggero Coppola. C’era un’atmosfera strana, buffa, un meltin’ pot con musicisti, buttafuori, malavita e un po’ di tutto.

Oggi, come allora, anche il bere dev’essere una scelta culturale consapevole. Deve avere un motivo, e se bevi solo per ubriacarti non lo guardi nemmeno, il drink. Se invece bevi perché ti piace ciò che c’è nel bicchiere, è tutto diverso”. E cosa c’è, nel bicchiere di Gino Paoli? “Whisky, ma non tutto. Se invece di un malto mi danno un bourbon o un giapponese non li bevo, troppo dolci. Preferisco un Lagavulin o un Macallan, ma posso accontentarmi anche di un Glenlivet di 20 anni o un Laphroaig.

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