Ho parecchie riserve su Anthony Bourdain. Non sulla sua scrittura, e nemmeno sul suo talento nel raccontare il cibo, le cucine e soprattutto le persone che ci lavoravano. Le riserve riguardano piuttosto alcune conseguenze involontarie di quel lavoro.
Bourdain, con i suoi programmi televisivi, contribuì a inventare un certo modo contemporaneo di viaggiare per mangiare: quello che va a cercare l’autenticità nei mercati, nelle periferie, nelle cucine familiari, nei posti dove possibilmente non è ancora arrivato nessun altro occidentale con una telecamera. Dopo di lui quel modello è diventato industria, format televisivo e soprattutto contenuto social. Nella peggiore delle ipotesi, anche una specie di colonialismo gastronomico, nel quale qualcuno arriva dall’esterno, individua ciò che ritiene autentico, lo racconta al proprio pubblico e riparte. Ho il sospetto che Bourdain, se fosse ancora qui, sarebbe fra i primi a divertirsi nel vedere come una parte della macchina che ha contribuito a costruire sia diventata esattamente ciò che lui avrebbe preso in giro. Ma questo è un altro discorso.
Il motivo per cui Bourdain continua a interessarmi è molto più semplice, e sta soprattutto in Kitchen Confidential. Per chiunque si occupi seriamente di ristorazione, resta una lettura quasi obbligatoria, ma non perché sveli chissà quali segreti sulle cucine professionali (venticinque anni dopo sappiamo tutti più o meno cosa succede dietro quella porta) ma perché Bourdain fece una cosa allora meno comune: tolse alla professione del cuoco buona parte della retorica.
Ed è proprio qui che Tony – Diario di un giovane cuoco, il film di Matt Johnson arrivato nelle sale italiane il 27 agosto 2026, comincia a crearmi qualche problema.

Dominic Sessa interpreta un Anthony Bourdain diciannovenne, ancora studente, ancora convinto di voler diventare uno scrittore. Sessa è molto bravo: per quasi tutto il film tiene Tony leggermente ripiegato su se stesso, con le spalle chiuse, lo sguardo spesso rivolto verso il basso, un’espressione a metà tra arroganza e incredulità. Sembra davvero un ragazzo cresciuto in un ambiente borghese che scopre improvvisamente che il lavoro può significare stare in piedi per ore, pulire, prendere ordini, arrivare puntuali e fare quello che serve anche quando non se ne ha nessuna voglia. Il vero Bourdain descrisse quella versione di se stesso con molta meno indulgenza; il film riprende infatti proprio l’autoritratto contenuto in Kitchen Confidential: un giovane viziato, narcisista, autodistruttivo e bisognoso di una bella lezione.

Tony mente alla famiglia su una borsa di studio per la scrittura, parte per Provincetown inseguendo una ragazza e finisce quasi per caso in cucina al Flagship, un piccolo ristorante di pesce. Il locale è realmente esistito: Bourdain vi lavorò da ragazzo come lavapiatti e nel libro lo avrebbe poi chiamato Dreadnaught. Il film concentra in un’unica estate esperienze che nella realtà furono distribuite su più stagioni.
Fin qui funziona, soprattutto quando Tony entra davvero dentro una cucina che non ha nulla dell’universo gastronomico ripulito a cui siamo abituati oggi. C’è fatica, ci sono corpi stanchi, c’è gente che beve, si droga, litiga, si presenta comunque al turno successivo e manda avanti il servizio. È quando entra in scena lo Chef interpretato da Antonio Banderas che il film comincia a prendere una direzione che mi convince molto meno. Banderas fa quello che può, e lo fa bene, con un personaggio costruito per essere autorevole, ruvido al punto giusto, dotato di una storia personale che acquista importanza più avanti; il problema è che lo Chef vede quasi subito nel ragazzo qualcosa che gli altri non vedono, una specie di talento ancora informe, e da lì il rapporto tra i due scivola progressivamente verso il vecchio cliché del maestro che riconosce il genio nell’allievo sbagliato.
È curioso, perché proprio Bourdain aveva costruito buona parte della propria fama smontando questa idea della cucina professionale come luogo nel quale il talento individuale, prima o poi, emerge per forza. Kitchen Confidential raccontava un ambiente molto più prosaico, popolato da persone che lavoravano troppo, guadagnavano poco, bevevano parecchio e avevano spesso vite private abbastanza disastrate; eppure, quando arrivava il momento del servizio, dovevano funzionare. Il punto non era essere artisti, era essere affidabili.

Questa è forse la cosa più importante che il film lascia per strada. In una cucina professionale il nuovo arrivato non deve dimostrare di avere una visione, deve dimostrare di saper stare al proprio posto, arrivare in orario, organizzare la postazione, non mandare in crisi gli altri e capire che il servizio viene prima di lui. Per questo la giacca bianca consegnata così presto a Tony mi è sembrata una scorciatoia narrativa abbastanza goffa. Quella giacca, proprio nel mondo raccontato da Bourdain, dovrebbe essere qualcosa che ci si guadagna dopo avere dimostrato di poter reggere il lavoro, non il simbolo di una fiducia quasi paterna concessa in anticipo. Ancora più strana è la sequenza in cui Tony insiste per preparare qualcosa di più complesso, quasi un piatto attraverso il quale dimostrare finalmente ciò che vale.

Quando poi Tony provoca un disastro in cucina, il problema diventa ancora più evidente. Lo Chef gli dice di essersi fidato di lui e che proprio quella fiducia è stata l’errore. È una battuta che suona bene, ma che porta il film ancora più lontano da ciò che Kitchen Confidential raccontava con tanta precisione. Nel mondo di Bourdain, a quel punto, la storia avrebbe potuto tranquillamente finire lì. Tony avrebbe perso il lavoro, avrebbe dovuto capire cosa aveva fatto e magari avrebbe ricominciato da un’altra cucina, più in basso di prima. Sarebbe stato persino più coerente con il percorso che il film prova a raccontare: un ragazzo borghese che arriva convinto di poter improvvisare la propria vita e scopre che certe cose hanno un prezzo.
Il film preferisce invece salvarlo, e qui emerge quel tipo di ottimismo americano che personalmente trovo piuttosto stancante. Le colpe diventano lezioni, le persone che incontri sembrano sempre avere il compito di aiutarti a diventare ciò che sei destinato a essere, gli errori più gravi possono essere riassorbiti dentro un percorso di crescita e, alla fine, resta sempre abbastanza spazio per una lettera di raccomandazione, una pacca sulla spalla, una porta lasciata aperta. È una visione della vita molto rassicurante, nella quale il destino dipende soprattutto dalla capacità individuale di capire i propri errori e rimettersi in cammino. Nella realtà funziona meno bene: possiamo impegnarci, scegliere con attenzione, cambiare direzione, lavorare più degli altri e fare comunque i conti con circostanze che non controlliamo, persone che non ci perdonano, occasioni che non tornano, lavori che perdiamo senza che qualcuno senta il bisogno di offrirci una seconda possibilità.
Proprio qui il film avrebbe potuto trovare un collegamento molto più interessante tra il Bourdain che voleva scrivere e quello che finì in cucina. Scrittura professionale e cucina professionale hanno almeno una parentela abbastanza evidente: entrambe eliminano piuttosto in fretta certe fantasie adolescenziali sul talento. All’inizio si pensa che prima o poi qualcuno riconoscerà quanto siamo bravi; poi si scopre che bisogna presentarsi, lavorare, sbagliare, ricominciare, rifare la stessa cosa molte più volte di quanto si immaginasse e accettare che quasi nessuno sia interessato al nostro potenziale. Bourdain lo aveva capito benissimo.
Nel complesso Tony resta un film più che dignitoso. Il regista Matt Johnson ha avuto almeno il merito di evitare il biopic enciclopedico, quello che cerca di comprimere un’intera vita in due ore e finisce per ridurla a una sequenza di tappe obbligate. Il problema è che, per renderlo una storia cinematografica più calda e conciliatoria, finisce per allontanarsi proprio dal modo in cui Bourdain avrebbe raccontato quel mondo qualche decennio dopo.

