Dopo anni di sperimentazioni l’azienda I Balzini di Barberino Val d’Elsa lanciano sul mercato la Gold Label, un merlot in purezza prodotto in 360 bordolesi e 250 magnum. Ecco cosa c’è dietro il vino più costoso d’Italia nella sua categoria

Annie Feolde, Luca Gardini, Antonella D'Isanto

Partiamo da un presupposto: a volte il prezzo di una bottiglia è dato da fattori che nulla o quasi hanno a che vedere con il valore aggiunto tangibile che il consumatore può percepire in un bicchiere (marketing, blasone, ecc…). Altre volte, a influenzare il valore economico sono invece i dettagli, le sfumature, il lavoro e la ricerca che trasformano un vino in un prodotto di lusso. Ebbene, l’ultimo nato in casa Balzini – quella Gold Label che da un decennio la produttrice Antonella D’Isanto accarezzava e vedeva progredire, insieme all’enologa Barbara Tamburini – è uno di quei rari casi in cui dietro ai numeri c’è una storia di passione e cuore che merita di essere raccontata. E i circa 500 euro che sarà necessario pagare per una bottiglia sono il frutto, come vedremo, di una serie di fattori rivolti verso la ricerca di un’eccellenza che va al di là dell’ispirazione luxury.

I Balzini - la famiglia

Partiamo, ovviamente, dal vino in sé. Si tratta di un merlot in purezza annata 2012 prodotto in sole 360 bottiglie e 250 magnum, che andrà in commercio in ottobre e sarà destinato soprattutto ai collezionisti e alle aste internazionali. Presentato all’Enoteca Pinchiorri di Firenze, si preannuncia come il vino più costoso d’Italia nella sua categoria. Ha un perfetto equilibrio olfattivo, caratterizzato da note di mora e cassis. In bocca è morbido come si addice a un merlot, ma rotondo e avvolgente, con grandi margini di resistenza all’invecchiamento. Un vino che risentito tra 25 anni promette di emozionare ancora, insomma. Lungi dal voler scimmiottare i “Supertuscans” più blasonati, dall’allinearsi alle fasce di prezzo delle grandi casate vinicole toscane né tantomeno dal voler celebrare i 35 anni dell’azienda con un esercizio di opulenza che mal di concilierebbe a produttori avveduti e intelligenti come Antonella e Vincenzo D’Isanto, il “Gold Label” è ben altro.

I Balzini foto tra i filaririd

Ogni passaggio produttivo, così come ogni elemento che lo compone, deriva infatti da scelte ben precise. A partire ovviamente dalle uve, che Antonella voleva fossero l’espressione più profonda del territorio dove sorge l’azienda. Una metafora? Tutt’altro: la produttrice ha fatto sì che le radici del vigneto da cui si ricava il Gold Label cercassero sempre più in profondità nel terreno, facendo affondare fisicamente “fino all’abisso – spiega Antonella – che è la memoria di un mare preistorico il cui ricordo resta nei fossili e nella potente ricchezza dei sali minerali che conferiscono al vino un carattere unico e prezioso”. Per dieci anni la famiglia D’Isanto ha cullato quel singolo vigneto, alla ricerca di un mix di profumi, colore e sapore che lo rendessero il vino ammiraglio di tutta l’azienda. Un lavoro dispendioso, se è vero che due persone hanno dovuto lavorare per 8 ore al giorno per indirizzare le radici, almeno due volte l’anno, e se è vero che ogni grappolo è scelto e vendemmiato a mano.

I balzini Tavolo decanter 1rid

Anche il packaging della bottiglia è ricercato e prezioso, con un’etichetta celebrativa in oro zecchino fuso direttamente sul vetro, mentre i tappi di sughero naturali sono stati selezionati e annusati a uno a uno per ridurre al minimo la possibilità di presentare sentori sgradevoli. Attenzione maniacale è stata rivolta persino al vetro del Gold Label, proveniente da un’azienda francese specializzata in bottiglie di lusso: una scelta in controtendenza, rispetto all’afflato ecosostenibile portato avanti dalla figlia Diana negli ultimi anni, ma giustificato dall’esigenza di dar vita a qualcosa di unico. Insomma, il Gold Label dei Balzini è un vino che farà parlare di sé in una certa cerchia di appassionati. Ne è conferma il giudizio dato da Luca Gardini, sommelier campione del mondo, il primo – ma non certo l’unico – a rimanerne impressionato.

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Marco Gemelli, classe 1978, sposato con due bimbi, giornalista professionista dal 2007, è membro della World Gourmet Society e dell'Associazione Stampa Enogastroagroalimentare Toscana. E’ stato redattore ordinario al quotidiano Il Giornale della Toscana, dove per anni si è occupato di cronaca bianca e nera, inchieste, scuola e università, economia, turismo, moda ed enogastronomia. In seno alla stessa testata è curatore dell’inserto semestrale Speciale Pitti Uomo. Oggi è un libero professionista: collabora con diverse testate – sia online che cartacee – nel settore degli eventi e delle eccellenze del territorio, in particolar modo nel campo enogastronomico. E’ coideatore del progetto “Le cene della legalità” (2013) e autore de “L’Opera a Tavola” (2014), nonchè fondatore del sito www.itrelforchettieri.it, embrione del Forchettiere.

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