Il colore rosso è da sempre associato alle festività natalizie, ma per i calici da vino è sempre meglio restare sulla trasparenza per permettere l’analisi cromatica di ciò che beviamo

di Antonella D’Isanto*

Il colore rosso domina il Natale, trova spazio nei decori e sulle nostre tavole imbandite. Il rosso è un colore importante e antico: in ambito primitivo è il sangue e quindi fa riferimento alla vita; adorna le spalle dei porporati e dei regnanti, è il colore della della passione, eppure a Natale – la festa più familiare a casalinga che ci sia, quest’anno in particolar modo – il rosso abbandona violenza, malizia e sensualità, diventa il colore della festa e predomina anche sulle tavole: tovaglie, piatti, bicchieri, candele e centrotavola con bacche rosse.

Alla voglia di colore rosso non si sottraggono neanche i bicchieri. Ebbene, questa abitudine invece meriterebbe una rivisitazione, privilegiando per il vino i calici trasparenti. Il perché è presto detto: il bicchiere sulla tavola apparecchiata non ha solo una funzione estetica, il calice amplifica il piacere della degustazione, tutti i sensi sono coinvolti a partire dalla vista, quindi è  fondamentale che si usino bicchieri di cristallo o di vetro trasparente, in modo da permetterci l’analisi cromatica del vino.

È una valutazione importante perché fornisce indicazioni preliminari sul prodotto, oltre ovviamente la distinzione tra bianchi, rosati e rossi. Il colore ci racconta lo stato, la qualità, l’età stessa del vino. In un bicchiere trasparente possiamo valutare la limpidezza, la vivacità, l’intensità e la tonalità del colore: tutti elementi che ci parlano del vino, degli anni, della consistenza. Il vino si presenta alla nostra tavola con un vestito, ci lancia un messaggio, noi siamo in grado di decifrare dalle tonalità del suo dress code da dove viene e cosa ha fatto nella sua vita prima di giungere a noi.

Esperti degustatori e sommelier hanno codificato dei parametri di riferimento dell’analisi visiva: una scala di colori che parte da quello più tenue e freddo del giallo dei vini bianchi giovani del Nord, fino al più caldo e deciso rosso mattone o aranciato dei vini rossi molto vecchi. Avremo i vini bianchi giallo tenue coltivati nel Nord Italia o il giallo paglierino del Muller Thurgau, per passare al giallo dorato dei vini più intensi e strutturati come un Moscato secco di Noto, che ha nel colore la potenza del sole siciliano e il giallo di certi passiti. Abbiamo poi il giallo ambrato tipico dei vini liquorosi o passiti molto concentrati.

Come perderci poi la delicatezza del colore dei vini rosati, il rosa tenue magari di un vino da salasso o il rosato più intenso dei vini a macerazione “in bianco” sulle bucce. E ancora  vini rossi giovani beverini con colore porpora brillante, il rosso rubino dei vini di media struttura, il rosso granato dei vini strutturati dal lungo affinamento e quando il rosso perde tonicità vira al rosso mattone, ci dice lo stato evolutivo, allora abbiamo un vino agé; ma se il rosso fosse un aranciato troppo spinto potrebbe rivelare un vino già in stato ossidativo, dovuto all’età.

L’analisi visiva ci racconta ancora altre cose sul corpo del vino, infatti facendo roteare delicatamente il bicchiere possiamo osservare gli archetti. Il loro modo di scorrere nel calice, la loro densità – se siamo un pochino esperti – ci può aiutare a stabilire il grado alcolico e il residuo zuccherino. Solo dopo aver guardato con occhio attento il contenuto del bicchiere possiamo andare alla successiva analisi olfattiva e gustativa e quindi goderci con consapevolezza il nostro bicchiere di vino.

Quindi se vogliamo dare colore alla nostra tavola è preferibile usare bicchieri colorati per l’acqua, sbizzarrirci in tumbler rossi, calici vintage con stelo rosso o altri colori vivaci. Ma per apprezzare il vino invece è preferibile un bicchiere  trasparente. Perché con il vino… anche l’occhio vuole la sua parte!

* un passato da consulente del lavoro, un presente da produttrice di vino e docente all’Università della Terza Età. Appassionata ed esperta di buone maniere nonché cultrice dell’arte dell’accoglienza, è titolare del blog “Tempi di recupero”

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