giovedì 16 Luglio 2026
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Cosa farei io se avessi un ristorante

Tra clienti che escono meno e costi sempre più alti, sopravvive solo chi ripensa tutto: dall’identità al servizio. Ecco le mosse concrete che adotterei oggi per far funzionare davvero un ristorante.

Negli ultimi due anni si è parlato molto di un presunto “ritorno alle cene in casa”, come se fosse spuntata una nuova moda nostalgica, un rito generazionale fatto di tavoli da sei, bottiglie condivise e playlist curate su Spotify. La realtà è molto più semplice, e molto più dura: si esce meno perché si può spendere meno. L’uscita al ristorante, quella che un tempo era una routine del fine settimana o un’abitudine culturale radicata, è tornata a essere un’esperienza eccezionale, quasi un piccolo lusso da giustificare. Non è una tendenza estetica: è la diretta conseguenza di un potere d’acquisto eroso, di stipendi che non inseguono l’inflazione, di un bilancio familiare che deve continuamente scegliere tra mutuo, bollette, attività dei figli. Anche la trattoria di quartiere, che un tempo offriva un rifugio democratico, oggi pesa quanto un capriccio.

La chef Viviana Varese lo ha spiegato in modo limpido qualche giorno fa sul Corriere, raccontando la chiusura di “Polpo”, la sua trattoria di pesce aperta a Milano nel 2023: il problema non è che il ristorante non funzionasse, il problema è che la fascia media della ristorazione si sta sgretolando sotto il peso di un doppio movimento. I costi di gestione (personale, materie prime, affitti, energia) continuano a salire. I clienti, al contrario, continuano a diminuire. Tra il 2024 e il 2025, dice Varese, gli incassi sono scesi del 30%. Non perché la qualità si fosse abbassata, ma perché il pubblico, semplicemente, non c’era più: non abbastanza, non con continuità, non disposto a spendere 60 o 70 euro per una cena che non fosse un evento speciale. È la fotografia precisa di ciò che sta accadendo in tutta Europa, ma anche negli Stati Uniti, non solo nelle grandi metropoli.

Parallelamente, una parte della ristorazione di alta gamma continua invece a crescere. Mentre i locali di fascia media faticano a riempire, i ristoranti di lusso – quando hanno una narrazione forte e un’identità riconoscibile – funzionano. È un dualismo nuovo, quasi brutale: chi può permettersi esperienze molto costose le cerca, le pianifica, le vive come un racconto. Chi non può, si ritrae verso altri modelli di consumo: la cucina di casa, il delivery economico, il piatto pronto di qualità crescente. È un mondo diviso in due polarità che non si parlano più. La ristorazione “nel mezzo”, quella che dovrebbe essere accessibile, quotidiana, confortevole, è la più esposta a uno schiacciamento economico che non dà tregua.

In questo scenario, Firenze rappresenta un laboratorio perfetto e, per certi versi, un osservatorio anticipato, di ciò che potrebbe accadere a molte città italiane. La percezione diffusa è che Firenze sia un organismo sovralimentato, sempre pieno, sempre in movimento; ma l’iperturismo, nella realtà, non è un flusso omogeneo: è una marea che sale e scende, fortissima in certi mesi, più debole in altri, e soprattutto concentrata in poche aree della città. Chi lavora fuori dal centro storico vive stagioni diversissime, con mesi difficili e un bacino di residenti che, rispetto al reddito medio, al costo della vita e agli affitti fuori controllo, esce sempre meno. Il fiorentino, oggi, cena fuori più raramente, con maggiore attenzione e con un potere d’acquisto logorato tanto quanto quello del milanese o del romano.

A complicare ulteriormente le cose c’è un fenomeno che viene spesso minimizzato: Firenze ha troppi ristoranti e troppi ristoratori che lavorano su un’identità incerta, intercambiabile, indistinguibile. Quante bracerie conoscete? E quante hamburgherie? Per non parlare di trattorie o sedicenti tali che paradossalmente sembrano essere sempre sul punto di sparire… La liberalizzazione delle licenze ha creato un’offerta ipertrofica, dove la concorrenza al ribasso è diventata una spirale impossibile da invertire. Menù troppo lunghi, idee troppo generiche, storytelling deboli, qualità altalenante e personale spesso improvvisato rendono la fascia media del mercato particolarmente fragile. La sensazione, per molti clienti, è che il prezzo richiesto non corrisponda all’esperienza offerta. E quando il budget familiare è stretto, questo scarto diventa un ostacolo insormontabile.

Ci sono però dei segnali, e delle strategie, che indicano una possibile via d’uscita. La prima è culturale: la ristorazione, oggi, non è più vendita di piatti ma vendita di occasioni. Se si esce meno, ogni uscita deve valere la scelta. Deve raccontare una storia, costruire un’atmosfera, definire un rito. Non basta cucinare bene: bisogna offrire qualcosa che non possa essere replicato a casa. Menu più corti, identità più nette, narrazioni più coerenti e ambienti capaci di costruire un’esperienza sono elementi che distinguono chi resiste dalla massa. Anche i prezzi, in questo contesto, devono diventare leggibili, trasparenti, quasi rassicuranti: una parte accessibile e una parte più alta, senza ambiguità.

Il servizio, poi, è tornato al centro della scena. Il problema del personale, come ricorda Varese, è reale e diffuso. Ma il servizio è oggi ciò che differenzia un locale dall’altro: un’accoglienza competente, continuativa, professionale crea un valore che nessun piatto, da solo, può generare. In un mondo in cui i clienti sono pochi e preziosi, la cura del servizio non è un lusso: è un investimento.

C’è poi un’infrastruttura narrativa che sta ridisegnando il rapporto tra ristorazione e pubblico. Oggi si sceglie un ristorante su Instagram, su Google Maps, sui video brevi, sulle foto dei piatti e sulle storie dietro le quinte. È un linguaggio nuovo, spontaneo, diretto, che molti ristoranti non hanno ancora imparato a usare. La comunicazione non deve essere invasiva né frenetica: basta essere riconoscibili, costanti, leggibili. Basta avere un punto di vista. E smetterla di copiare i trend degli adolescenti su TikTok!

Infine, per una città come Firenze, esiste un ulteriore margine: ripensare il rapporto tra ristorante e territorio. Gli eventi di piccolo formato, le collaborazioni culturali, le serate tematiche non come artificio ma come linguaggio d’identità, possono costruire un legame con i residenti che non può essere demandato ai flussi turistici. La ristorazione, quando dialoga con la città invece di subirla, diventa più resiliente, più stabile, più capace di attraversare le stagioni lunghe.

Il quadro non è semplice, e non lo sarà neanche nei prossimi anni. Ma la crisi della ristorazione non è un collasso: è una trasformazione. Chi saprà costruire un’identità chiara, leggere il cambio culturale e riconoscere che l’uscita al ristorante non è più un’abitudine ma un rito, potrà ritrovare spazio e solidità. Firenze, con la sua doppia anima di città vissuta e città esibita, ha tutte le condizioni per diventare un laboratorio di questa nuova fase. Il lusso di mangiare fuori non scomparirà: cambierà forma, si farà più consapevole, più selettivo e più prezioso. È da lì che bisogna ripartire.

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Emiliano Wass
Emiliano Wass
Antropologo, docente universitario, consulente editoriale, traduttore e curatore. giornalista pubblicista. All'enogastronomia arriva dall'antropologia, convinto che il cibo sia l'unico vero elemento identitario delle persone. Ha svolto lavoro di campo in Messico, occupandosi di diritti e tradizioni indigene. Ha scritto su Finzioni, Doppiozero, Scrivo.me, Distillerie.it, FirenzeToday.

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