Il salmone cileno – per quanto questa accoppiata di termini possa sembrare un ossimoro – è ovunque: nei supermercati, nei ristoranti, nei poke bar, nei menù healthy che da anni propongono filetti rosa come simbolo di benessere e leggerezza. Ma chi mangia questo pesce difficilmente immagina ciò che, a migliaia di chilometri dall’Italia, si nasconde dietro quel colore lucido e invitante. Un’inchiesta del Guardian a cura della giornalista italiana Elena Basso, pubblicata lo scorso 2 dicembre (e che in Italia è caduta nel silenzio più assoluto, nonostante la forte viralità sui media latinoamericani), ha sollevato un velo su un’industria che rappresenta un pilastro dell’economia cilena ma che si porta dietro accuse pesantissime: morti sul lavoro, uso massiccio di antibiotici, inquinamento di fiumi e mari, pressioni sulle comunità indigene Mapuche e sulle economie tradizionali dei piccoli pescatori.

Il Cile è infatti il secondo produttore mondiale di salmone dopo la Norvegia, e il primo fornitore degli Stati Uniti. Nel solo primo trimestre del 2025 ha esportato oltre 56.000 tonnellate di salmone verso il mercato americano, per un valore di 760 milioni di dollari. Anche l’Unione Europea è diventata un attore chiave: tra il 2003 e il 2024, le importazioni europee sono passate da 56 a 204 milioni di dollari.
Ed il colmo è che il salmone non è una specie originaria del Cile. I primi esemplari furono introdotti dalla Norvegia più di quarant’anni fa, durante la dittatura di Augusto Pinochet. Da allora la produzione è esplosa: tra il 1990 e il 2017 è cresciuta del 3.000% e oggi più di 750.000 tonnellate di pesce all’anno partono dalle coste patagoniche verso oltre 80 paesi.
L’inchiesta del Guardian parte da un volto e da una storia: quella di Julia Cárcamo López, che vive nella cittadina di Maullín, nella regione di Los Lagos, all’estremo sud del Cile. Il 1° maggio 2019 due uomini bussano alla sua porta per dirle che suo marito, Arturo Vera, subacqueo di 59 anni, ha avuto un incidente mentre lavorava in un centro di allevamento di salmoni. L’autopsia avrebbe poi rivelato che Arturo fu colpito dall’elica di un’imbarcazione, che avrebbe dovuto avere il motore spento secondo le norme di sicurezza. La società fu multata, e la famiglia ottenne un risarcimento in tribunale.
Ma la morte di Vera non è un caso isolato: secondo l’organizzazione Ecoceanos, tra il 2013 e il 2025 sono morti 83 lavoratori dell’industria del salmone cileno, un record mondiale per il settore dell’acquacoltura. Per fare un paragone, la Norvegia, primo produttore globale, ha riportato tre decessi in 34 anni.
“Chi mangia salmone cileno non può immaginare quanto sangue umano si porti dietro”, racconta una fonte anonima citata dal quotidiano britannico.

Alle criticità del lavoro si aggiunge il tema sanitario. Nel 2024, le aziende cilene hanno usato oltre 351 tonnellate di antibiotici, un dato in calo rispetto alle 563 tonnellate del 2014 ma ancora enorme. Studi indipendenti sostengono che tra il 70% e l’80% degli antibiotici somministrati ai pesci finisce nell’ambiente circostante. La Norvegia, nello stesso periodo, dichiara di aver usato praticamente zero antibiotici nei propri allevamenti. Il rischio principale non riguarda solo gli ecosistemi marini: il consumo di animali trattati con questi farmaci contribuisce allo sviluppo di antibiotico-resistenza, una delle emergenze sanitarie globali del nostro tempo.
L’altra faccia del boom del salmone è l’impatto sugli ecosistemi marini della Patagonia. In molte zone i pescatori tradizionali denunciano la scomparsa di specie come ricci e mitili, soffocate dall’inquinamento delle salmoneras, come nel linguaggio locale si chiamano gli allevamenti. Le condizioni degli ispettori statali non migliorano il quadro: nella provincia di Magallanes, ad esempio, sette ispettori devono controllare circa trenta centri di allevamento, senza imbarcazioni né elicotteri per raggiungere strutture che distano fino a dodici ore di navigazione. “Possiamo visitare ogni centro una o due volte l’anno: questo è il massimo”, ammette Jorge Ampuero González, capo dell’Ispettorato del lavoro di Puerto Natales.

Il problema non si limita al mare. Anche le prime fasi dell’allevamento (fecondazione, incubazione e crescita iniziale) avvengono in acqua dolce, spesso nei fiumi delle regioni di Araucanía e Los Ríos, territori abitati dalle comunità Mapuche, la popolozione indigena più numerosa del Cile. Nella comunità di Chesque Alto, la machi (guaritrice tradizionale) Angélica Urrutia, 35 anni, racconta come tutto sia cambiato dopo l’arrivo, nel 1998, di un impianto di allevamento: pesci e uccelli sono scomparsi, alcune zone del fiume sono diventate rossastre e viscide, e nel 2005 quattro mucche sono morte dopo aver bevuto acqua contaminata da formalina, un composto chimico usato per eliminare i parassiti nei salmoni. Nel 2021 la comunità è riuscita a fermare l’attività aziendale per otto mesi: un periodo sufficiente perché il fiume ricominciasse a popolarsi di animali e si potessero nuovamente celebrare le cerimonie sacre Mapuche, che da tempo immemore avvengono nell’acqua del fiume. “Non posso più raccogliere le erbe medicinali vicino al fiume”, racconta Urrutia. “Le aree che usavamo per le nostre cerimonie sono contaminate. Quando l’azienda ha dovuto fermarsi, è stato come se il fiume tornasse a respirare”. La comunità denuncia anche il tentativo delle aziende di “ammorbidire” le resistenze offrendo animali o donazioni alle famiglie del luogo.
Il Guardian sottolinea come le autorità cilene (il Ministero dell’Ambiente, la Sottosegreteria per la Pesca, Sernapesca e la principale associazione dei produttori, SalmonChile) siano state contattate per commentare l’inchiesta, senza ottenere risposte. Intanto il salmone cileno continua ad arrivare nelle nostre cucine, spesso venduto come prodotto “sostenibile” o “di qualità”. Ma l’inchiesta del quotidino britannico solleva una domanda inevitabile: quanto costa davvero quel filetto rosa che vediamo nei supermercati italiani?
Il prezzo lo pagano i lavoratori che muoiono o rimangono feriti, i fiumi che diventano rossi e avvelenati, i pescatori che non trovano più le specie locali, e le comunità indigene private dei loro luoghi sacri e delle loro risorse. La globalizzazione alimentare rende i consumatori europei parte di filiere che raramente conoscono. Il caso del salmone cileno è un invito, urgente, a guardare oltre l’etichetta.

