Lasciare la periferia toscana e arrivare a guidare Le Sirenuse, Four Seasons Hotel at The Surf Club a Miami. Jacopo Rosito è partito “shaker in spalla” per un lungo viaggio che lo ha portato ad affermarsi a livello internazionale

Dalla California alla Florida, ripercorriamo la storia di un bartender che non ha “scoperto l’America”, ma al contrario che gli americani hanno scoperto, e che tiene alta la bandiera della mixology toscana oltreoceano

Jacopo, da dove vieni e come ti sei avvicinato al mondo del bar?

Sono nato nell’87 a Firenze e sono cresciuto con mia madre parrucchiera e mio padre ambulante. Ho seguito mio padre da quando avevo 8 anni fino ai 16 anni durante le vacanze, fino a quando non abbiamo deciso di ampliare l’attività e renderla un’impresa di famiglia.

Ho giocato a calcio fino ai 20 anni, cosa quasi scontata per la nostra cultura sportiva. Uscito da un infortunio al ginocchio non riuscivo a tornare ai livelli desiderati ed è proprio in questo periodo che ho conosciuto il mondo del bar e me ne sono subito innamorato. Ho cominciato a lavorare al Plaz, come cameriere e quello che era il mio head bartedner mi ha aiutato nei primi passi e mi spiego che non basta mescolare un po’ di spirits per fare un cocktail, ma ben altro. Da li in poi decisi di fare i corsi professionali organizzati dall’AIBES con un grande maestro che e stato Luca Picchi. Dopo il Plaz ho avuto la fortuna di lavorare in uno storico bar nel cuore di Firenze che si chiama Perseo il quale mi diede la possibilita di perfezionare i miei skills nella cafeteria seguito poi da una esperienza fantastica in uno degli alberghi piu belli al mondo, Four Seasons Hotel Firenze, capitanato ai tempi dal Bar manager Massimiliano Prili e il suo assistente Luca Angeli (attuale bar manager al Four Seasons di Milano), dove entrai come ultima ruota del carro e nel giro di qualche hanno diventai punto di riferimento dietro al bancone del bar.

Come e quando sei arrivato negli Usa?

La mia esperienza negli Usa inizia verso la fine del 2013 quando ebbi l’opportunità di muovermi a San Francisco, città che per me ora è diventata una seconda casa. In quel momento pensavo che una mia conoscenza di quello che succedeva al di fuori dell’Italia e dell’Europa era fondamentale per la mia crescita professionale. All’inizio sono tornato a lavorare principalmente sul floor come cameriere e ho cercato di comprendere la cultura Americana il prima possibile. San Francisco a parte essere una bella città per quanto riguarda il nostro settore non e seconda a nessuna città d’America. Ci sono tra i bar e ristoranti più importanti al mondo e ha un mix di culture incredibile che mi ha dato la possibilità di conoscere dei prodotti e sapori i quali non ne sapevo nemmeno l’esistenza. Nel 2015 ho avuto la fortuna di gestire il beverage program fino ad arrivare a essere GM, di 54 Mint Bar Ristorante Italiano nel cuore della città dove in due anni siamo riusciti ad essere riconosciti per essere uno dei migliori bar locale e nel 2017 sono stato riconosciuto personalmente come “Bar Star 2017” per il San Francisco Chronicle.

Dal 2018 ad ora mi trovo a essere il bar manager del Four Seasons Hotel at The Surf Club a Miami dove siamo riusciti a costruire un qualcosa di unico per quanto riguardo i bar di albergo negli States e siamo stati riconosciuti come “World’s Best Bar” by Virtuoso nel 2019 e a Tales of the Cocktail top 10 Best Hotel Bar and Best Bar Team due anni consecutivi.

Cosa significa per un barman italiano lavorare in America?

Emigrare in un’altra città o viaggiare al tempo stesso non solo ti apre la mente nel vedere e nell’imparare cose le quali era sconosciute ma ti da anche l’opportunità di condividere il tuo sapere. Condividere e rispettare culture e pensieri diversi penso sia una cosa unica. Per quanto riguarda hospitality noi Italiani ce l’abbiamo nel sangue ma anche se l’ America e il paese per eccellenza per l’opportunità, devi lavorare duro perché la competizione e sicuramente maggiore. Se lavori duro andrai avanti e otterrai risultati.

Che ingredienti italiani usi nella tua miscelazione?

Bitter e vermouth. La mixology americana possiamo dire che e nata veramente al momento che questi prodotti sono sbarcati nella loro terra.

Hai imparato a usare qualcosa che magari prima non conoscevi?

Il mio approccio e tecniche dietro al bar sono rimaste molto Europee ma mi piace spesso usare tecniche come fat wash o prodotti che vengano dall’Asia come Pandan, lemongrass, galangal e foglie di kaffir tra le mie preferite.

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Federico S. Bellanca
Federico Silvio Bellanca, nato l’ultima settimana del 1989 a Fiesole, reputa se stesso la risposta alla domanda di Raf “cosa resterà di questi anni 80”, e si crede simpatico ogni volta che fa questa battuta. Specialista in Marketing del settore Beverage, ha lavorato in quest'ambito per alcuni anni (soprattutto sul mercato francese), per poi passare a ruoli di responsabilità nelle vendite in diverse aziende spaziando dal vino alla birra fino ai prodotti food. Stregato dal fascino del giornalismo ha cominciato a scrivere per riviste tecniche nel 2015, prima su GDOnews e successivamente su Beverfood.com. A fine 2017 inizia a scrivere su il Forchettiere per raccontare la passione di tutti i protagonisti della ristorazione incontrati mentre cercava dati di mercato e trend di marketing. Ama i cocktail in cui gli ingredienti sono creati del bartender, i ristoranti che non fanno razzismo regionale nei vini e tutto quello che viene servito crudo o quasi. Odia i sorrisi forzati nelle foto , gli appassionati morbosi di un singolo prodotto e scrivere di se stesso in terza persona nelle biografie perché non riesce a farlo troppo seriamente…

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