domenica 11 Ottobre 2026
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La 25a ora – O dell’urgenza di ripensare la ristorazione

Il romanzo di David Benioff La 25a ora – egregiamente portato sul grande schermo da Spike Lee – racconta le ultime 24 ore di Montgomery “Monty” Brogan, uno spacciatore di droga dall’apparenza del tutto normale (bianco, borghese, ben educato, amante dei cani), prima del suo ingresso in carcere. Nelle relazioni tra lui e gli altri personaggi della storia si avverte un insieme incoerente di emozioni e sensazioni contrastanti: la rabbia, la paura, la rassegnazione.

Le stesse sensazioni che immagino debbano aver provato molti ristoratori ed esercenti colpiti dalle chiusure imposte dall’ultimo DPCM. Di cui a molti sfugge la logica, soprattutto se la ratio delle prescrizioni che riguardano il mondo della ristorazione e dei bar si mette a confronto con altri contesti, che sono veicoli di contagio di pari se non superiore incidenza (i trasporti pubblici, per dirne una). I motivi per essere per lo meno scettici sono innumerevoli. Rabbia, per una norma che si abbatte su un comparto già fortemente provato; paura, per un futuro che non si riesce a vedere; rassegnazione, spesso anticamera di più nefasti esiti.

Cosa si può fare? Se già esistono casi da ascriversi a quell’italica arte di arrangiarsi – come a Catanzaro, per esempio – e cominciano a filtrare notizie di vari escamotage per aggirare le più recenti prescrizioni, è pur vero che si tratta di cerotti applicati su un corpo martoriato: la cura per il mondo della ristorazione non può e non deve essere limitata al brevissimo periodo, ma deve fondarsi su una visione d’insieme e di lungo periodo.

E nel lungo periodo la certezza è una sola: il Covid-19 non sparirà presto, e anche quando avremo un vaccino non torneremo immediatamente alle nostre vecchie abitudini, perché nel frattempo intorno a noi il deserto si sarà esteso: molte saracinesche saranno abbassate, molti portafogli non saranno più così disposti ad aprirsi per una cena fuori casa.

la 25a ora

In una delle scene finali del romanzo, Monty chiede ai suoi amici d’infanzia di pestarlo, di farne “un mostro”, perché teme che la sua faccia pulita possa renderlo vittima di peggiori violenze una volta in prigione. Chi conosce, anche solo per averlo visto in TV, il sistema carcerario americano, sa che non ha torto, e capisce che la sua richiesta ha perfettamente senso: un sacrificio, seppur doloroso, oggi, per sopravvivere in relativa pace a 7 anni di galera.

Quello di cui abbiamo bisogno è di sviluppare una visione simile: coraggiosa, lungimirante, che faccia affidamento sugli “amici” – cioè che chiami a collaborare anche altre categorie professionali. Qui abbiamo già provato a dare qualche consiglio. Abbiamo bisogno non di escamotage, che durano il tempo di una folata di vento, ma di un ripensamento complessivo della ristorazione e dei suoi spazi.

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Marco Gemelli
Marco Gemelli
Marco Gemelli, classe ’78, giornalista professionista dal 2007. Dopo anni come redattore ordinario al quotidiano Il Giornale della Toscana, dove si è occupato di cronaca bianca e nera, inchieste, scuola e università, economia, turismo, moda ed enogastronomia, è passato alla libera professione. Oggi collabora con diverse testate online e cartacee, tra cui Il Giornale, Wine & Travel, Food & Wine. È membro della World Gourmet Society, nonché corrispondente italiano per Lust Auf Italien.

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