Ok, va bene: siamo a Firenze e bisogna pagare dazio a un vizio atavico, quello dell’assoluta (o quasi) incapacità di essere felici per il successo di chi vive alla porta accanto, o per chiunque che non sia se stesso ma risieda all’interno dei medesimi confini comunali. Ma certe volte le posizioni di chi si professa maitre à penser – o semplicemente ha trovato chi dà corda alle sue elucubrazioni – sono francamente poco difendibili. Accade così che Firenze sia stata scelta da un magnate indiano per celebrare il matrimonio di sua figlia: in città non si parla d’altro, visto il budget da 8 milioni di euro tra alberghi, donazioni, cerimonie e shopping. Due giorni dagli alti benefici economici sia per le casse del Comune sia soprattutto per le imprese locali.

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A convolare a nozze saranno, dal 18 aprile in poi, Kevin Sharma e Aradhana Lohia, figlia del magnate indo-thailandese Aloke Lohia, re della plastica, nella lista degli uomini più ricchi del mondo stilata da Forbes. In piazza Ognissanti è stato allestito un giardino d’inverno per la colazione e il relax degli ospiti, hotel Saint Regis ed Excelsior sold out dal 18 al 20, così come Villa Cora, Palazzo Corsini per tre giorni si trasformerà in un centro estetico, il teatro della Pergola verrà occupato e stuoli di ricchi indiani invaderanno il centro. La cerimonia delle nozze si terrà a San Casciano Val di Pesa, a Villa Le Corti, dove sono già arrivati tre tir solo per lo champagne. A beneficiarne sono le imprese (catering, fiorai, logistica, hostess e steward, security e autonoleggi) ma anche Palazzo Vecchio, che tra occupazione del suolo pubblico, servizi speciali dei vigili urbani e tassa di soggiorno negli alberghi incasserà almeno 150mila euro. Più, giova ricordarlo, le donazioni: 75mila euro per rifare un lato della fontana del Tacca in Santissima Annunziata, 40mila euro che finiranno alla Soprintendenza ai monumenti per il restauro di una porta di Palazzo Pitti, e 30mila alla Soprintendenza al polo museale.

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Dov’è il problema, insomma? Chiedetelo a quei fenomeni del pensiero che hanno detto e scritto – sull’edizione odierna di Repubblica, ad esempio – che per Firenze accettare una simile iniziativa equivale a una forma di prostituzione, a una svendita dell’immagine della città e amenità del genere. Il Comune avrebbe dovuto rinunciare a un evento da 8 milioni di euro – in un momento del genere, poi – in cambio di cosa, esattamente? La salvaguardia del proprio onore? La prima immagine all’estero? La propria verginità o integrità morale, messe a repentaglio dal vil denaro (quello che più di mezzo millennio fa Lutero definiva “sterco del diavolo”)? Non è dato saperlo. Chissà, forse l’autore di queste considerazioni non ha problemi ad arrivare a fine mese, e può facilmente permettersi di storcere il naso davanti alla possibilità, per le aziende, di centrare magari proprio quella commessa che fa da discrimine tra la sopravvivenza e la chiusura. “Firenze non può essere di chi se la piglia con i soldi” tuona infatti Tomaso Montanari su Repubblica. Benissimo, allora: teniamoci l’orgoglio e la gloria di essere – ommioddio, che noia… – “la culla del Rinascimento”, ma con la consapevolezza di affondare ancor di più un sistema che produce morti e disperazione con cadenza quotidiana. Il critico tira in ballo addirittura la Costituzione e il fatto che “non ci si vergogni più a cedere per denaro ciò che si è ereditato dalla nostra storia”. A parte il fatto che nel caso del matrimonio indiano non vi è alcuna cessione di proprietà, qualcuno può informare Montanari che per necessità c’è chi da millenni cede – con o senza vergogna – il proprio corpo e la propria testa? Ne fa poi una questione di mantenere la dignità: osservazione al limite condivisibile, se non fosse che Firenze perde la dignità tutti i giorni con i testicoli del David esposti nelle bancarelle del mercato di San Lorenzo. Quanto sarà bello, caro Montanari, un affresco in rovina ma moralmente perfettamente tutelato?

Con la speranza che fosse solo una boutade (o una boiata, come dicono altrove),

Marco Gemelli

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Marco Gemelli
Marco Gemelli, classe 1978, sposato con due bimbi, giornalista professionista dal 2007, è membro della World Gourmet Society e dell'Associazione Stampa Enogastroagroalimentare Toscana. E’ stato redattore ordinario al quotidiano Il Giornale della Toscana, dove per anni si è occupato di cronaca bianca e nera, inchieste, scuola e università, economia, turismo, moda ed enogastronomia. In seno alla stessa testata è curatore dell’inserto semestrale Speciale Pitti Uomo. Oggi è un libero professionista: collabora con diverse testate – sia online che cartacee – nel settore degli eventi e delle eccellenze del territorio, in particolar modo nel campo enogastronomico. E’ coideatore del progetto “Le cene della legalità” (2013) e autore de “L’Opera a Tavola” (2014), nonchè fondatore del sito www.itrelforchettieri.it, embrione del Forchettiere.