Matteoni, Moretti, Ugolini, Vannucchi: quattro food photographers a confronto

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Abbiamo posto a quattro tra i più affermati food photographers italiani – Paolo Matteoni, Andrea Moretti, Gianni Ugolini e Lido Vannucchi – una serie di domande sul loro lavoro, su come stia cambiando la professione, sulle sfide e sui protagonisti del domani

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Cinque per quattro. Ma la matematica non c’entra. Cinque (più una) sono le domande che abbiamo posto a quattro tra i più affermati food photographers italiani – Paolo Matteoni, Andrea Moretti, Gianni Ugolini e Lido Vannucchi – chiedendo loro di raccontarci il loro lavoro, le loro impressioni su come stia cambiando la professione, sulle sfide e sui protagonisti del prossimo futuro. Ecco le loro risposte:

1) Fotografare il cibo è qualcosa che oggi potenzialmente potrebbe fare chiunque ha uno smartphone. Pensi che la diffusione capillare della tecnologia in questo senso rappresenti un pericolo (perché crea più concorrenza) o un vantaggio (perché mette in risalto il gap tra una foto amatoriale e una professionale)?

Matteoni – Penso che fare il fotografo non sia soltanto possedere una attrezzatura di buon livello e saperne sfruttare le caratteristiche tecniche. Fermo restando che un’attrezzatura cosiddetta professionale permette una versatilità decisamente maggiore, ciò che conta è la preparazione “culturale” all’immagine del fotografo. Purtroppo la diffusione capillare della tecnologia fotografica e i sistemi che ne hanno ampliato esponenzialmente la sua distribuzione hanno creato l’equivoco per cui una buona qualità tecnica fa una bella foto. Una bella foto si fa prima con la nostra sensibilità; la tecnologia è solo uno strumento, la capacità creativa e del comunicare è ciò che conta davvero. La diffusione della tecnologia è contemporaneamente un pericolo – perché fa perdere di vista la comunicazione creativa come fine ultimo dell’immagine – e un vantaggio, perché permette ai fotografi cose che in passato era più difficile ottenere, e comunque con molta più fatica.

Moretti – Certamente, chiunque con uno smartphone è capace di riprendere, elaborare, e rendere fruibile un’immagine con una tecnologia molto simile, se non identica nell’animo, a una qualsiasi macchina digitale. È un altro strumento in mano a chi vuole raccontare una realtà, che poi riesca a farlo in modo efficace è un altro paio di maniche. Più che la diffusione capillare della tecnologia, a rappresentare un pericolo è la diffusione capillare delle immagini e il bombardamento mediatico che subiamo ogni giorno. Quella che era la potenza mediatica di un immagine in passato, adesso subisce più concorrenza e di conseguenza vediamo il gap tra foto professionale e amatoriale assottigliarsi sempre più. 

Ugolini – Non penso che tutti quelli che usano uno smartphone rappresentino un pericolo, è da cinquanta anni che faccio questo  lavoro e il mezzo tecnico non è mai stato una mia priorità. La conoscenza della luce è l’unica cosa che un fotografo dovrebbe conoscere. Visto cosa c’è in giro non penso proprio che chi si improvvisa fotografo con uno smartphone possa rappresentare un potenziale concorrente, anzi: serve solo ad aumentare il gap fra un fotografo vero e uno improvvisato. Il problema è un altro: è sempre più difficile trovare interlocutori che sappiano riconoscere una foto professionale da una amatoriale, ed è per questo che tanti fotografi improvvisati oggi hanno buon gioco, e non solo nel food…

Vannucchi – Né una né l’altra, è frutto dei tempi. Poi con smartphone e fotocamere si fanno istantanee, le fotografie si fanno con il pensiero.
Foto di Gianni Ugolini

Foto di Gianni Ugolini

2) Nel continuo oscillare tra forma e sostanza, nei piatti che arrivano in tavola, pensi che l’aspetto (foto)grafico oggi sia sottovalutato, ben riconosciuto o addirittura sovrastimato da parte degli chef?

Matteoni – Posto che ognuno debba fare il suo lavoro, siamo all’interno di un processo di trasformazione del concetto di presentazione del cibo. La sovraesposizione del fenomeno food, in particolare con la televisione, ha accentuato l’importanza dell’aspetto estetico, anche perché un piatto in tv non si può odorare né assaggiare. Secondo me c’è una certa sovrastima dell’aspetto di un piatto; a volte, fotografando food, mi chiedo se alcune soluzioni culinarie (o addirittura ingredienti) siano pensate anche o solo in funzione dell’aspetto che il piatto finito avrà.

Moretti – Ho visto e assaggiato piatti bellissimi che fotograficamente perdevano tutto il loro fascino e mi sono emozionato a rivedere foto di piatti “banali” che hanno suscitato emozioni inaspettate. Credo che la forma sia il primo approccio, visivo, olfattivo, di sorpresa, di un piatto che poi ovviamente deve essere confortata dalla sostanza: è li che poi la forma appunto si consolida. 

Ugolini – Oggi sempre più anche l’occhio vuole la sua parte, e tanti chef hanno l’esigenza di un buon impiattamento. Purtroppo, come in tutte le cose, a volte ci sono piatti molto belli ma con poca sostanza e viceversa. La virtù sta nel mezzo. La collaborazione con un buon fotografo di food può servire per avere dritte sulla parte compositiva e cromatica che non sempre è un elemento padroneggiato da chef anche ottimi. Nel mio caso, essendo direttamente coinvolto nella ristorazione, quando fotografo un piatto non è difficile che intervenga anche nel momento dell’impiattamento insieme allo chef. Spesso è una collaborazione vincente

Vannucchi – Dipende, ci sono svariati approcci. Ognuno produce quello che può, chi fa “Food-fotografia” vera sono davvero pochissimi, è uno studio ben preciso con regole ferree, niente a che vedere con la foodpornofotografia.
Fotografia di Paolo Matteoni

Fotografia di Paolo Matteoni

3) La tutela del copyright è uno dei temi più delicati, in un’epoca di condivisioni selvagge e di manipolazioni diffuse. Come ti regoli, sull’uso delle tue immagini?

Matteoni – Mi regolo male: il fenomeno esiste ed è molto diffuso. Nasce da una aberrante interpretazione che tutto ciò che è sul web è sostanzialmente pubblico. Se io per andare in vacanza prendessi l’auto del mio vicino sostenendo che quanto sta sulla strada pubblica è di tutti, solo per il fatto di esserci, prima chiamerebbero i Carabinieri e poi un Centro di Igiene Mentale. Dal punto di vista tecnico si scatta in RAW (dovrebbe servire a dimostrare il possesso dell’originale della foto), si inseriscono dati di copyright all’interno dell’immagine, si sottoscrivono contratti chiari con i clienti e… si fa amicizia con un buon avvocato esperto di diritti d’autore.

Moretti – Fortunatamente, come tutti gli altri fotografi ho la legge sul diritto d’autore dalla mia parte e un paio di cari amici avvocati. Ho sempre concesso il libero uso sui social network delle foto che scatto e che invio al committente. Per qualsiasi altro utilizzo invio il mio listino esplicitando chiaramente le clausole di utilizzo (per poi far contenti gli amici avvocati in caso di contenzioso).

Ugolini – Cerco di dare riconoscibilità alle mie immagini, cercando di personalizzarle attraverso la luce, usando photoshop il meno possibile e ricordando che un buon set per fotografare il food è sempre organizzato con un minimo di quattro punti luce. È nei maestri che ci hanno preceduto, nel loro uso della luce, che va trovata la soluzione. Le luci di Caravaggio e Leonardo sono quelle che preferisco, cerco di replicarle nelle fotografie.

Vannucchi – Mi frega poco di chi mi ruba un’immagine, siamo in un epoca dove va messo in conto. Mi dispiace quando mi copiano spudoratamente foto, idee e pensieri. Allora lì si creano danni, si inflazionano lavori e idee, che rimangono fini a se stesse.
Fotografia di Lido Vannucchi

Fotografia di Lido Vannucchi

4) Com’è cambiata la fotografia del food oggi, rispetto a qualche anno fa? E quali saranno le tendenze per il prossimo futuro?

Matteoni – La foto di food è cambiata per ciò che si diceva sopra: la tecnologia, la diffusione, gli chef ecc. Siamo alla ricerca di una alchimia formale che rischia di far passare in secondo piano il cibo: ossia sono attirato dal piatto per la sua collocazione all’interno di una immagine più che dal piatto in sé. Non so se questo sia un bene o un male, non sono nemmeno sicuro che sia così davvero, ma così mi pare. Tendenze per il futuro? Difficile capirlo: a volte temo che tutto questo sia una bolla che rischia di scoppiare lasciando morti e feriti. Dal punto di vista tecnico vorrei due cose antitetiche: una foto che profuma (ci arriveremo …) e la foodphotography in bianco e nero. Magari tutte e due insieme.

Moretti – Sicuramente il cambiamento è dovuto a un nuovo modo di gestire l’immagine stessa: adesso si rivede subito il risultato e ciò permette spesso di osare di più, avere maggior controllo istantaneo delle luci. È più facile oggi avere il risultato sott’occhio rispetto a prima dell’avvento del digitale, e questo per una fotografia tendenzialmente rappresentativa è stato un gran passo avanti. Tendenze per il prossimo futuro? Un’idea ce l’ho, ma me la tengo per me. Vedrete!
Ugolini – Oggi la velocità operativa e il prezzo sono le variabili che caratterizzano il nostro lavoro , ecco perché non c’è più qualità:, la foto deve essere immediata e quasi gratis. Fortunatamente appartengo a un’altra scuola: ai miei clienti chiedo tempo e un prezzo adeguato a ciò che produco, e devo dire che questo permette di dedicare tempo alla ricerca, proponendo sempre cose nuove. La tendenze sarà una collaborazione sempre più stretta fra chef e fotografo.
Vannucchi – La vera fotografia di food non è affatto cambiata, ha cambiato solo strumenti. Poi c’è il pensiero e quello c’era anche prima.
Foto di Andrea Moretti

Foto di Andrea Moretti

5) C’è un aspetto tecnico/evocativo che dovrebbe caratterizzare le tue immagini? In altre parole, quando scatti da cosa parti nel “pensare” una foto?

Matteoni – Penso che una foto dovrebbe raccontare ciò che lo chef ci ha messo dentro. Ma non gli ingredienti, il suo essere. Nei piatti ci sono le sensazioni, gli interessi, la sensibilità di chi li prepara; Ansel Adams diceva “Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito, e le persone che hai amato”. Credo che questo valga anche per i piatti di un grande chef. Io cerco di capire questo, aiutato anche da conversazioni con il cuoco, in modo da capire ciò che ho di fronte; quindi cerco di interpretarlo in modo che chi osserverà poi la foto riceverà un messaggio che lo colpisca. La composizione dell’immagine e la tecnica di realizzazione devono essere gli strumenti per trasmettere un sentimento. Personalmente amo giocare con la profondità di campo e con lievi variazioni di luce.

Moretti – Tre cose: che la foto piaccia a me, che piaccia a chi la guarda, e nel caso di un piatto che faccia venire la stessa gola e desiderio di averlo che nel momento in cui scatto fa venire a me.
Ugolini – Devo assolutamente conoscere piatti e chef, è questo il punto di partenza per una buona foto. Poi dobbiamo prestare l’attenzione al target della foto e al modo in cui questa verrà veicolata. 
Vannucchi – Parto sempre salendo in auto, poi avviene un’incontro un dialogo e poi si scattano foto.
food photographers

5+1) Nell’annosa dialettica tra giornalisti e blogger, qual è la posizione di una figura terza come quella del fotografo?

Matteoni – Non saprei: giornalisti che tengono blog, blogger che fotografano, fotografi che scrivono. C’è una gran confusione di ruoli. Ho sempre pensato che ognuno dovesse fare il proprio mestiere, ma forse un “mestiere” è diventato difficile da definire. Io che non so scrivere e non so cucinare provo a fare il fotografo. I fotografi, ma solo quelli bravi, sono quelli che per comunicare usano solo le immagini. Quelli scarsi usano le immagini, ma non comunicano. A volte io sono bravo, altre volte scarso. Come tutti.

Moretti – Un fotografo ci sguazza, eh eh… Lavora per tutti se ce n’è bisogno, apportando competenze proprie. Lascio alle due categorie di vedersela tra loro.

Ugolini – Ognuno dovrebbe fare il proprio lavoro, mentre oggi assistiamo – non solo nell’ambito food – a un totale mescolamento dei ruoli. Se ognuno vuole abbracciare tanti ruoli non ne farà bene nessuno. Nel mondo digitale tutto sembra a portata di mano… ma sarà veramente così?
Vannucchi – Sono amici e colleghi chi fa un lavoro seriamente merita il rispetto, se abusiamo delle parole allora non lo so, mi faccio spesso quattro risate.
Ps: una considerazione finale mi porta a ricordare che esistono fior di professionisti a metà strada tra la fotografia e altri settori, come il giornalismo o la scrittura tout court, da Claudio Mollo a Luca Managlia, giusto per restare in Toscana. Per questo pezzo mi sono rivolto solo a food photographers, persone che hanno la food-fotografia come campo lavorativo esclusivo o estremamente predominante.

Marco Gemelli

Marco Gemelli, classe 1978, sposato con due bimbi, giornalista professionista dal 2007, è membro della World Gourmet Society e dell'Associazione Stampa Enogastroagroalimentare Toscana. E’ stato redattore ordinario al quotidiano Il Giornale della Toscana, dove per anni si è occupato di cronaca bianca e nera, inchieste, scuola e università, economia, turismo, moda ed enogastronomia. In seno alla stessa testata è curatore dell’inserto semestrale Speciale Pitti Uomo. Oggi è un libero professionista: collabora con diverse testate – sia online che cartacee – nel settore degli eventi e delle eccellenze del territorio, in particolar modo nel campo enogastronomico. E’ coideatore del progetto “Le cene della legalità” (2013) e autore de “L’Opera a Tavola” (2014), nonchè fondatore del sito www.itreforchettieri.it, embrione del Forchettiere. Gestisce infine un Bed & Breakfast a Firenze (www.damilaflorence.com).

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