Se The Bear ci ha fatto entrare nel mondo frenetico delle cucine dei ristoranti, Nada – serie argentina di sole 5 puntate da 30 minuti massimo ciascuna, disponibile in Italia su Disney+ (se non la trovate, cercate con il titolo inglese “Nothing”) – ci fa vedere i suoi antipodi, ovvero il mondo lento e compassato, démodé ma pur sempre elegante, della critica gastronomica.
Ci sono serie che si guardano per passare il tempo, altre che intrigano per una trama avvincente. E poi ci sono quelle che sorprendono, come un piatto servito in un ristorante che non ti aspetti, e che ti lascia con il desiderio di assaporarne ogni sfumatura. Nada è una di queste: in soli cinque episodi, riesce a mischiare sapientemente umorismo, malinconia e un amore profondo per la cucina, il tutto condito da una performance di Luis Brandoni – teatrante, politico, attore di cinema di grande fama in Argentina – che brilla come un gol di Maradona nella bombonera di Buenos Aires.

Protagonista della storia è Manuel Tamayo Prats, un critico gastronomico decadente, burbero e terribilmente affascinante, che affronta un’improvvisa rivoluzione nella sua vita dopo la morte della sua fidata governante. L’arrivo di una giovane assistente paraguayana accende la miccia per una riflessione sui cambiamenti sociali e generazionali, ma senza mai perdere di vista l’ingrediente principale della serie: il cibo.
La cucina è il cuore pulsante di Nada, descritta con un’attenzione quasi maniacale: ogni piatto è un’opera d’arte, ma soprattutto un pretesto per raccontare storie. Le ricette di Manuel non sono semplici elenchi di ingredienti: sono viaggi nella memoria e nella cultura, momenti che rivelano tanto del personaggio quanto del contesto che lo circonda. Non serve essere esperti per apprezzare la profondità di questi spunti: basta avere la curiosità di prendere appunti e, magari, tentare di replicare a casa una cotoletta alla milanese come mai l’avevate immaginata*.
*sì, il prezzemolo nel pan grattato è di evidente derivazione calabrese.
Un altro elemento di assoluto pregio è l’intelligente utilizzo della lingua. Il gioco tra spagnolo, inglese e persino italiano non è soltanto un vezzo estetico, ma una riflessione sulla globalizzazione culturale e sull’inevitabile contaminazione che attraversa sia la cucina che il linguaggio. In questo, Nada si diverte a creare un’ironia sottile, quasi impercettibile, che strizza l’occhio a chi sa coglierne le sfumature. E per farlo, bisogna essere tra quelli che aborrono il doppiaggio.
Se Robert De Niro è la ciliegina sulla torta (ma non dimentichiamo il cameo dell’enorme Guillermo Francella), con il suo ruolo di narratore che aggiunge un tocco internazionale alla storia, è Brandoni a conquistare con la sua capacità di trasformare ogni scena in un piccolo capolavoro. L’attore riesce a incarnare perfettamente l’archetipo del dandy decadente, un uomo intrappolato tra la nostalgia del passato e la difficoltà di adattarsi al presente. In questo, specchio fedele di molti critici e giornalisti nostrani.
A impreziosire il tutto, c’è Buenos Aires, non solo cornice ma autentica co-protagonista della serie. Una Buenos Aires però borghese, d’antan, con la sua bellezza decadente, i suoi caffè storici e i suoi ristoranti che mescolano influenze italiane e spagnole. Eppure, la vera forza di questa serie non è nei dettagli gastronomici o nella cura stilistica. Sta nella capacità dei registi, Gastón Duprat e Mariano Cohn, di raccontare una storia profondamente locale ma con una sensibilità universale che risuona ovunque. Non ci sono scorciatoie comiche né cadute nel patetico: tutto si regge su dialoghi intelligenti e relazioni ben costruite, dove anche il minimo dettaglio ha un suo peso.

